CARMELO ABBATE.
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IL REGNO DEI CASTI.
Viaggio segreto nell'anima nera della Chiesa degli uomini.
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Parte 2.
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Edizione  Nuova ed .
2017. Editrice PIEMME, MILANO.
ISBN 978-88-566-6062.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Sedici.
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Eccomi sul sito di Plein Jour, un’altra associazione francese a sostegno delle compagne dei preti
e dei religiosi in lotta per l’abolizione del celibato.
Il presidente onorario è Jacques Gaillot.
«Lo statuto clericale, maschile, è superato. Non vedo perché le donne non possano essere
ordinate sacerdotesse. Non capisco perché gli uomini di Chiesa non possano avere libertà di scelta tra
matrimonio e celibato. Il matrimonio e la paternità non devono essere considerati un ostacolo
all’esercizio del ministero.
L’importante è che ci siano preti vicini alla popolazione. Preti che stiano in pace con loro stessi
e con il mondo che li circonda. Bisogna smetterla con le menzogne.
La nostra associazione rappresenta un luogo di libertà, di scambio, di sostegno per coloro che
conoscono la dissimulazione e il senso di colpa.
Molti preti hanno donne nascoste, qualche volta dei bambini. Altri scelgono di vivere la loro
vita e rinunciano al sacerdozio. Per loro è una vera ferita e per la Chiesa la perdita di elementi spesso
preziosi. La situazione attuale è malsana e distruttiva per gli individui.»
Scorrendo le pagine di Plein Jour, vengo colpito dalla testimonianza di una donna.
Aveva diciannove anni, solo diciannove anni, amava Dio nel profondo e voleva servirlo.
Dio.
Mi chiedo: dov’è Dio quando quelli che sono i suoi apostoli, i suoi discepoli, rovinano la vita
delle persone?
Nel suo nome. Perché approfittano di lui per fare i loro porci comodi.
E non mi si venga a raccontare la storia della prova, della sofferenza, della croce che ogni
cristiano deve portare sulle spalle per arrivare a Dio.
Ma per carità. Non prendiamoci per il culo.
Gesù in testa gliela rompe, la croce, a quelli che usurpano il suo nome per fare le peggiori
vaccate.
La testimonianza.
«Sono stata l’amante di... Solo scrivere il suo nome mi fa schifo.
Avevo diciannove anni, amavo profondamente Dio e volevo servirlo.
Partecipavo a varie attività religiose, scout, coro eccetera. Passavo molto tempo con le persone
impegnate nella Chiesa. Tra gli altri, anche con degli ecclesiastici. Una delle mie migliori amiche
dell’epoca era suora.
Mi avevano anche suggerito di impegnarmi in un ordine religioso, ma il mio desiderio di libertà
e le mie convinzioni teologiche non andavano verso questo tipo di impegno. In fondo, desideravo
essere un giorno sposa e madre. La mia personalità, le circostanze e le frequentazioni del momento...
Non so ancora oggi come e perché non ho saputo, non ho potuto, non ho osato dire no a un
prete di tredici anni più grande di me.
In poco tempo mi sono ritrovata nel suo letto. Al presbiterio.
Nel profondo non era quello che volevo, il mio sogno era di restare pura fino al matrimonio.
Mi sentivo sporca, impura, manipolata, sentivo che ero il giocattolo tra le mani di un uomo
vizioso e senza scrupoli.
Ma una parte di me sperava l’impossibile: e se mi ama realmente? E se abbandona il
sacerdozio? E se mi sposa?
Ero pronta a seguirlo in questo senso. E lui ne parlava. Mi sentivo legata a lui, mi sentivo la sua
donna.
Ragionamento primario e innocente, visto l’uomo che era nel profondo.
Ma la mia lealtà e il mio carattere onesto mi spingevano su quella via. Lui restava sordo alle
mie parole, lontano e distante. La sola cosa che contava per lui erano i nostri appuntamenti segreti.
Sesso.
Sesso.
Ancora sesso.
Nient’altro.
Nessuna tenerezza.
Nessun amore.
Stress.
Bugie.
Paure.
Sensi di colpa.
Sofferenza.
Sentimento di perdita delle redini della mia vita.
Sono stati mesi di tristezza, di estrema solitudine, di paura di rimanere incinta e di sfiducia.
Alla mia insistenza affinché la nostra relazione prendesse un senso, ne guadagnasse in
profondità, si proiettasse verso l’avvenire, lui si stufò e mi gettò via come un kleenex.
Senza domanda di perdono.
Senza una parola d’amore.
Senza niente.
Chiese di essere trasferito in un’altra parrocchia e partì.
Eccomi liberata ma distrutta. Ci sono voluti anni per riprendermi.
Questa brutta avventura ha modificato il corso della mia vita e le scelte seguenti. Ancora oggi
ne subisco le conseguenze.
Chiedo perdono a Dio per il mio peccato.
Sono convinta che le relazioni sessuali siano benedette e fonte di felicità solo nel matrimonio.
Riconosco i miei errori e la mia debolezza.
Tuttavia, avevo diciannove anni.
Ero pura.
Sono stata ingannata.
Non oso dire violentata perché non ho detto no. Ma ero manipolata. Il prete in questione mi
dava come spiegazione quella di aver fatto il voto di celibato ma non quello di castità.
Che vergogna.
Diceva di amarmi. Io ero assetata d’amore come ogni ragazza della mia età.
In realtà il più grande segno d’amore sarebbe stato quello di rispettarmi. Penso che non mi
abbia mai amata ma solo desiderata sessualmente. Mi ha abbandonata senza spiegazioni.
Ecco un concentrato di questo periodo della mia vita. Inutile andare più nei dettagli. Più di dieci
anni dopo gli ho scritto una lettera per chiedergli perdono e per riconoscere la mia parte di peccato.
Lui mi ha risposto. Che delusione. Nessuna pietà. Niente. Solo parole vuote.
Come può un tale uomo insegnare la parola di Dio?
Io l’ho perdonato, non sono il suo giudice, se la vedrà con Dio.
Ma, da parte mia, sconsiglio vivamente a tutte le donne anche innamorate di vivere in
concubinato con un prete.
Può essere solo causa di depressione e di distruzione.
Questa è la mia storia.»
Michel Taubmann, giornalista di «Arté», ha condotto un’inchiesta sul mancato rispetto della
legge del celibato da parte del clero cattolico francese. Il suo lavoro ha prodotto prima un reportage per
una rete televisiva franco-tedesca e poi un libro, Femmes de prêtres.
Partendo proprio dall’associazione Plein Jour, Taubmann ha incontrato diversi preti e le loro
compagne che, protetti dall’anonimato, hanno accettato di dare la loro testimonianza.
L’aspetto comune alle diverse storie raccolte è la clandestinità.
Nulla deve trapelare all’esterno.
«Il prete parcheggia la sua macchina a trecento metri dalla casa della compagna, si guarda bene
intorno, si volta a sinistra e a destra, sta attento che nessuno lo riconosca e solo dopo aver verificato che
non ci siano pericoli entra in casa.»
Dalla ricerca di Taubmann emerge come i preti sentano la frattura tra l’amore per la Chiesa e
quello per una donna. Ciò provoca una forte sofferenza.
Ma le vere vittime sono le donne e ancor più i figli, che spesso scoprono la verità da adulti.
Inoltre, visto che nella maggior parte dei casi le compagne sono credenti praticanti, vivono oppresse da
violenti sensi di colpa.
I preti di Taubmann si mostrano in tutta la loro immaturità. Soffrono di profonde carenze
affettive, sono angosciati, paralizzati dalla paura.
Sono uomini a cui è vietato avere una vita personale al di fuori delle mansioni religiose. Il
sistema che hanno deciso di abbracciare li porta a vivere nella falsità, tra menzogne e sotterfugi.
Incapaci di prendere una decisione, non assumono un comportamento responsabile, né verso la
loro compagna, né verso i loro figli, né verso la Chiesa.
I vescovi tentano in tutti i modi di proteggere i preti dallo scandalo e soprattutto di difendere la
reputazione della Chiesa, facendo passare in secondo piano il problema di tutti quei figli orfani di
padre.
Le compagne sono rassegnate a subire una relazione difficile e incerta.
Non decidono né la frequenza né i luoghi di incontro. Vivono una relazione di cui non
governano la gestione del tempo. Inoltre non esiste una vera e propria vita di coppia: la regola del
silenzio non consente la vita sociale e familiare della coppia e crea perciò gravi tensioni interne.
Per capire cosa significhi tutto questo nella vita quotidiana, è interessante leggere la trascrizione
di questa toccante intervista rilasciata a Radio France Info, l’emittente di stato dedicata
all’informazione, da François, prete sposato, e Chantal, sua moglie.
François parla della solitudine nella sua vita di prete.
«Ero solo a tavola, solo a pregare. Non sapevo dove avrei celebrato la messa la domenica.
Mi sono buttato a testa bassa verso le persone che erano pronte a darmi una certa forma di
riconoscenza.
Donne, certo, che mi davano tenerezza, affetto, calore.
Al seminario, le questioni sulla sessualità, il celibato, la solitudine, non sono mai state
affrontate. Erano tabù.
E quando non conosci le cose sei più portato a sbagliare. Ho avuto due figlie, non importa dove,
ho avuto molti incontri.
Le mie bambine si sono sentite tradite. Mi rimproverano di averle abbandonate. In realtà io ho
sempre avuto il pensiero delle mie figlie, ma non ho mai potuto occuparmene.»
Nessun affidamento né diritto di visita. François la vive male.
Poi incontra Chantal. Per dieci anni i due vivono una relazione clandestina.
Chantal: «Immaginate la frustrazione di una donna costretta ad aspettare per tanti anni di
realizzare il legittimo desiderio di avere dei figli. Una donna che dona tutta la sua vita a un uomo che
poi magari la abbandona quando il suo desiderio fisico si è spento. Allora ci si ritrova sole e senza
amici».
A questo punto del programma radiofonico, il giornalista in studio coinvolge nel dibattito
monsignor Rouet, vescovo di Poitiers.
La domanda è netta: la gerarchia della Chiesa è cosciente dei danni causati da questa regola
inumana?
La risposta del porporato è sorprendente e coraggiosa: «C’è un’immensa solitudine tra i preti,
che è stata fin troppo favorita. Troppi preti non hanno nessuno con cui parlare. Il ministero del
sacerdozio è duro. Ciò che chiamiamo vita interiore, ovvero la vita di preghiera, non può rimpiazzare
l’avere accanto qualcuno in cui si ha fiducia, a cui si raccontano le piccole cose della vita di ogni
giorno.
Capisco bene che un uomo, nel sacerdozio, possa arrivare a momenti di depressione, che non
riesce a superare da solo.
Che spreco. Questa rigida disciplina impedisce a molti uomini di vivere. Non sentendosi bene
con se stessi sono spinti a cercare delle compensazioni. Dopo averle trovate, rimangono alla deriva,
colpiti da un giudizio senza pietà.
Il mio sguardo verso l’istituzione è fortemente critico: vedo compagne sottomesse o nell’ombra.
Vedo giochi di seduzione con le parrocchiane. Vedo preti con attitudini da notabili fieri e poco
rispettosi dei poveri. Vedo interessi assai vivi per tutte le questioni finanziarie e affetto particolare per
le benefattrici. Tutte attitudini che mi disgustano».
Sono tantissimi i preti playboy.
Sono tante le donne pagate per tacere, per crescere nel silenzio il figlio del peccato più grande.
La storia di Pat inizia a metà degli anni Ottanta.
La donna ha circa venticinque anni. Tre figli, un matrimonio in crisi, decide di partecipare a un
ritiro spirituale con altre cattoliche in Illinois, negli Stati Uniti. Cerca conforto e sostegno.
Pat incontra un prete, il reverendo Henry, affascinante e carismatico frate francescano.
Henry diventa la sua guida spirituale, la sorregge e la consiglia su come affrontare e gestire la
crisi con il marito.
Un giorno, dopo l’ennesima lunga chiacchierata, la stringe fra le sue braccia e la bacia con
passione.
È amore.
Pat lascia il marito e vive una relazione segreta con il francescano.
Vivono di nascosto come se fossero una normale coppia sposata, condividono lo stesso letto,
passano le serate a guardare la televisione, vanno in vacanza insieme, con i tre figli della donna.
Pat è felice accanto a padre Henry.
Lei è una ragazza di paese che non si sente per nulla attraente, lui è il punto di riferimento per
centinaia di persone, per ognuna delle quali ha parole di conforto.
È quasi un onore poterlo amare. Da fervente cattolica qual è, sa bene che la relazione con Henry
è sbagliata, ma si sforza in tutti i modi trovare una sorta di profonda giustificazione spirituale.
Pat rimane incinta.
Il reverendo Henry le chiede di abortire. Pat rifiuta. Lui informa i suoi superiori.
Pat incappa in una interruzione spontanea di gravidanza.
Henry viene nominato rettore di un seminario. Il rapporto tra i due diventa platonico.
Ma alcuni mesi dopo, sempre nel corso di un ritiro spirituale, Henry di notte bussa alla porta
della sua camera.
Pat resta di nuovo incinta.
Questa volta i superiori di Henry la esortano a dare il nascituro in adozione.
Non se ne parla. Pat rifiuta.
Accetta invece di firmare un contratto propostole dal-l’Ordine dei Frati Minori, con il quale si
impegna a mantenere il segreto sull’identità del padre in cambio del mantenimento economico per suo
figlio.
Pat incassa l’assegno: cinquantamila dollari.
E questa storia, come tante altre coperte dalla Chiesa sotto montagne di soldi, non sarebbe mai
venuta fuori se il figlio di Pat a un certo punto non si fosse ammalato.
Durante il secondo anno all’Università del Missouri, il ragazzo inizia a vederci doppio. Ha le
vertigini e fa sempre più fatica a ricordare le cose più banali.
Gli viene diagnosticato un tumore al cervello.
Pat non riesce a far fronte alle spese per la chemioterapia e la radioterapia. Bussa alla porta dei
francescani ma non ottiene ciò che sperava.
Il figlio della donna muore. La vicenda diventa di dominio pubblico.
Padre Henry viene sospeso e per un periodo viene mandato a curarsi in un centro specializzato
nella sessuomania.
Ora è pastore in una parrocchia del Wisconsin.
Sono tantissimi i preti playboy.
Sono diversi i preti trascinati in tribunale.
Carla ha cinquantotto anni. Lavora come procuratore a New York e vive nel New Jersey.
Il fratello, Adrian, è un musicista in pensione che vive in Canada.
Nel 2009 i due hanno fatto causa all’arcidiocesi e alla St. Joseph’s Society of the Sacred Heart,
un ordine religioso cattolico di Baltimora, dopo aver saputo attraverso l’esame del dna che il loro padre
biologico è un prete cattolico.
Chiedono dieci milioni di dollari.
I due non hanno mai ottenuto sostegno finanziario o di altro tipo dal sacerdote o dai suoi
superiori. Negli anni Quaranta e Cinquanta, dicono, padre Francis riuscì a manipolare emotivamente e
sessualmente la loro madre, Anna Maria, all’epoca organista in una chiesa dell’Alabama. La donna
diede alla luce Adrian nel 1945 e Carla nel 1952.
Adrian fu messo in orfanotrofio, Carla fu data in adozione.
Sono tantissimi i preti playboy.
Sono milioni e milioni di dollari i soldi pagati dalla Chiesa per tappare gli squarci aperti dai
suoi pastori infedeli.
In America, nel Regno Unito, in Irlanda, in Germania, Francia, Italia, Austria: ovunque nel
mondo le donne dei preti, rimaste incinte, hanno firmato accordi di confidenzialità con i quali la Chiesa
cattolica ha comprato il loro silenzio.
Diciassette
Sesso, bugie, ricatti.
I sacerdoti più impenitenti, o i più fessi, non di rado incappano nelle maglie della giustizia.
Capita a volte che le vicissitudini dei preti in amore assumano connotati grotteschi.
Come in questi tre episodi accaduti nel Sud Italia.
Primo episodio.
Sono le nove di sera, autostrada tra Napoli e Caserta.
Una pattuglia della polizia stradale sta per completare il classico giro di controllo. L’attenzione
degli agenti viene attirata da un’auto ferma in un’area di sosta.
La scena è ben visibile dall’esterno.
Un uomo e una donna fanno sesso.
I tre poliziotti scendono dall’auto e si avvicinano ai vetri della Citroën. I due amanti sono
sdraiati sul sedile posteriore, talmente presi da non accorgersi di quello che sta succedendo fuori.
Gli agenti vanno subito al sodo: atti osceni in luogo pubblico.
La donna si porta le mani al viso. Scoppia a piangere. È mora, non tanto alta, ha addosso la
maglia, i collant sono abbassati all’altezza dei polpacci.
L’uomo è giovane, ha i capelli biondi. È in forte imbarazzo. Prova a calmare la sua compagna.
Poi si tira su i pantaloni e scende dall’auto. Invita i poliziotti in disparte e dice di essere il sacerdote di
un santuario della zona.
Di fronte allo stupore dei tre, il prete confessa la colpa e racconta tutta la verità sperando nella
clemenza e nel perdono. Dice che la donna è una sua parrocchiana che deve sposarsi tra pochi giorni.
Ragion per cui chiede di chiudere più di un occhio.
Dice che stavano facendo sesso anale perché lei non può non arrivare vergine al matrimonio.
Dice anche che lui è il prete che ha seguito la donna e il fidanzato nel cammino prematrimoniale e che
proprio durante quegli incontri è divampata la passione. Non è la prima volta che si vedono di nascosto,
la loro storia va avanti da un po’ di tempo.
Il sacerdote vuota il sacco e chiede la massima discrezione. Se la notizia diventasse di dominio
pubblico scoppierebbe uno scandalo che ricoprirebbe entrambi di vergogna.
I poliziotti si guardano in faccia e decidono di non scrivere alcun verbale, poi esortano i due
amanti a lasciare subito l’area di sosta.
Il prete ringrazia. Prima di andare via chiede un’ultima cortesia: vuole che i tre non si
avvicinino più alla donna, sprofondata nella vergogna.
Gli agenti acconsentono e risalgono in macchina mentre la Citroën si allontana.
Arrivati in commissariato, più per curiosità che per scrupolo, i poliziotti controllano al
terminale la targa dell’auto: risulta di proprietà del futuro marito della donna.
Secondo episodio.
È una sera dello scorso anno. Autostrada tra Napoli e Capua, sempre area di sosta. C’è un
furgone con le luci di posizione accese. Una pattuglia della Polstrada si ferma, pensando che sia stato
abbandonato magari a seguito di un furto, oppure che il conducente possa aver avuto un malore.
Mentre i poliziotti si avvicinano, notano il movimento ondulatorio e sussultorio del furgone.
Bussano alla porta e si qualificano.
Gli agenti sono in due, il terzo è rimasto in auto.
Dall’interno si sentono delle voci. Dopo qualche minuto si apre uno degli sportelloni. Si
affaccia un uomo, chiede qualche istante per aggiustarsi e scendere. Spiegherà tutto. I poliziotti
intravedono una donna che cerca di farsi spazio tra alcune ceste vuote.
L’uomo dice subito di essere un sacerdote. La donna è una sua parrocchiana. Sono di ritorno da
un orfanotrofio dove hanno consegnato il pane per i poveri orfanelli.
Il prete è tranquillo. Ha dimenticato di tirar su la cerniera dei pantaloni. Dal suo volto non
traspare alcun imbarazzo né turbamento. È un uomo sulla quarantina, ha il pizzetto, un po’ di pancia.
Fa appello alla solidarietà maschile.
«Non vi chiedo di giustificarmi, ma di capirmi.»
Si aggiusta il collarino bianco e confida ai poliziotti che si è fermato in autostrada con la sua
"fidanzata" perché nelle campagne hanno paura di incappare in guardoni o rapinatori.
Nessun verbale.
Terzo episodio.
Siamo vicino ad Acerra, in provincia di Napoli. Altra pattuglia, altra scena: nella penombra di
un parcheggio ecco un parroco con due extracomunitari. Il prete è fuori dal veicolo, in piedi, alle spalle
di uno dei ragazzi che si appoggia con le mani sull’auto, una vecchia Fiat Croma. Il secondo ragazzo è
di fianco.
I poliziotti si fermano. I toni sono tutt’altro che concilianti. Non va giù agli agenti
l’atteggiamento del sacerdote. È quasi incazzato per l’interruzione, e non fa nulla per dimostrare il
contrario. La cosa indispettisce ulteriormente i poliziotti. Più per ripicca che per convinzione fermano i
due marocchini per un controllo più approfondito: vogliono verificare se sono in possesso del permesso
di soggiorno.
Uno dei poliziotti si avvicina al parroco intento ad aggiustarsi i pantaloni e lo rimprovera di
andare con i marocchini.
Il prete risponde a muso duro.
«Ma perché lei è pure razzista? Li volete lasciare stare questi due poveretti.»
L’agente gli fa la paternale.
«No, non sono razzista, ma non sono nemmeno un prete. Io sono cattolico e so che ci sono tanti
preti che sono persone perbene, noi il verbale non lo facciamo e, al massimo, segnaliamo i suoi due
amici all’ufficio immigrazione. Però lei non si deve permettere di avere l’ultima parola, perché quello
che ho visto questa sera è disgustoso.»
Sacerdote e poliziotto vanno molto vicini alla zuffa. I colleghi portano via l’agente, mentre il
parroco risale sull’auto molto contrariato. Qualche ora più tardi i due immigrati verranno segnalati
all’ufficio immigrazione della questura di Caserta.
Di piccoli episodi come questi, ma anche di situazioni molto più gravi e compromettenti, sono
piene zeppe le questure, i commissariati, le caserme dei carabinieri e perfino le polizie municipali di
tutta Italia.
Se parli con gli agenti, se spulci i verbali e le ordinanze, ti si aprono le porte di un mondo
sommerso e clandestino. Un mondo destinato a rimanere nascosto perché spesso questi fatti non hanno
nessuna rilevanza ai fini delle indagini per i reati o i delitti oggetto delle investigazioni.
È il caso di don Franco, prete del Meridione coinvolto in un’inchiesta giudiziaria.
Don Franco è un prete molto impegnato nel sociale.
Il fatto che sia venuta fuori una vita nascosta, almeno nelle carte giudiziarie, non sposta di una
virgola la nobiltà del suo impegno civile.
Non intendo dunque sporcare il suo nome e farò ricorso anche in questo caso alla forma
anonima.
Perché ne parlo?
Perché ai fini dell’indagine condotta in questo libro, sulla doppia vita di buona parte degli
uomini di Chiesa, credo sia interessante raccontare alcuni fatti registrati nei verbali delle forze di
polizia.
Quando gli investigatori aprono il cassetto della scrivania di don Franco trovano lettere,
cartoline, fotografie. Tutte di donne. Tutte catalogate e conservate.
Don Franco è un tipo sportivo.
Alla mano, come si dice. Spesso veste in felpa e pantaloni.
Da giovane girava addirittura armato, per difendersi dai nemici. Da assistente del vescovo si era
fatto notare per l’esuberanza alla guida, con tanto di incidenti, e per l’abitudine di non indossare il
collarino bianco.
È molto espansivo con i suoi parrocchiani, soprattutto con le donne. Le invita in sacrestia, si
confida con loro, ne raccoglie a sua volta le confidenze. Instaura un feeling particolare.
Non è insensibile al fascino femminile, don Franco. In paese lo sanno tutti.
Gli uomini della polizia chiamano la prima donna.
Michelina ha trentasei anni, racconta di aver conosciuto don Franco in occasione di un viaggio
in Toscana. Un viaggio come tanti, in compagnia di colleghe e colleghi, con il gruppo scout della
parrocchia.
Il passo tra l’affettuosa amicizia e il sesso con il prete è breve: i due amanti iniziano a vedersi in
hotel, di nascosto.
Lei sa che è un uomo di Chiesa, ma non le importa.
Gli incontri si fanno sempre più frequenti e spesso, quando non c’è nemmeno il tempo di
prenotare l’albergo, i due fanno l’amore in macchina, nelle campagne della provincia dove vivono.
La passione tra Michelina e don Franco dura parecchi mesi, annotano gli inquirenti, e si
conclude in occasione di un viaggio in Sicilia, dove si trovano in vacanza alcuni amici del parroco.
Come una qualsiasi coppia, don Franco e Michelina vanno in spiaggia o a cena al ristorante, ma
dormono in letti separati. In quei giorni Michelina si rende conto che lui non lascerà mai l’abito talare.
Le pesa che la loro storia d’amore sia destinata a rimanere clandestina, il fatto di doverla tenere segreta
senza poterla confidare neppure alle amiche più intime.
Tornati dalle vacanze, Michelina e don Franco smettono di vedersi. Restano buoni amici.
Ma non è questa la sola sbandata del parroco eroe.
Gli inquirenti sentono anche Lisa. La donna ha quarantasette anni. Si avvicina a don Franco nel
momento in cui vive una profonda crisi matrimoniale. Il prete la consiglia, la aiuta.
La seduce.
Tra le braccia di don Franco, Lisa dimentica i problemi quotidiani, le incomprensioni e le liti
con il marito e ritrova quell’ardore sessuale che pareva aver perso. La loro storia si consuma in hotel di
seconda categoria e, nell’ultimo periodo, anche a casa della donna.
Don Franco diventa amico del marito, con cui condivide la passione per il calcio. L’uomo lo
invita spesso a pranzo la domenica per la gioia della loro bambina, che trova il prete molto simpatico.
Pian piano la passione si affievolisce, gli incontri si fanno meno coinvolgenti, la dolcezza e il
calore dei primi mesi lasciano il posto al peso di una situazione che come entrambi sanno non potrà
durare a lungo. Lisa racconta ai poliziotti che è lo stesso parroco a chiederle di troncare il rapporto.
L’unico che non capirà mai perché don Franco non va più a trovarli la domenica è il marito della
donna.
Sembra avere un fascino irresistibile, il parroco. Un fascino che esercita anche sulle ragazze più
giovani. È il caso di Teresa, una robusta donna di trentadue anni che si avvicina alla religione in
occasione della malattia del padre.
Don Franco all’inizio le è vicino, la aiuta, la ricopre di attenzioni e premure. La va a trovare a
casa, dove vive con l’anziana madre. È molto affettuoso, forse un po’ troppo esplicito nei complimenti
e nelle dimostrazioni d’affetto, ma Teresa non ci fa caso, distrutta com’è dal dolore per il padre, che nel
frattempo è morto. Teresa pensa soltanto che il sacerdote sia espansivo con le sue amiche, niente di più.
Ma un bel giorno, in treno, mentre torna da un campo scout, lo scopre mentre bacia di nascosto una
ragazza.
Don Franco le donne le bacia sulla bocca. È sua abitudine.
Lo racconta agli investigatori anche Silvana, che dice pure di aver messo a disposizione del
parroco un appartamento, fuori regione, per alcuni incontri. Le chiavi gliele lasciava dietro un piccolo
cespuglio a pochi passi dall’ingresso.
Diciotto
Non tutti i preti hanno amiche così generose da mettere a disposizione alcove per incontri
clandestini, per di più senza chiedere nulla in cambio.
I meno fortunati si devono arrangiare. Chi fugge in macchina in qualche parcheggio semibuio,
chi nelle aree di sosta, chi nei motel.
Proprio in alcuni alberghi a ore del Sud, soprattutto al pomeriggio, si incontrano diverse coppie
clandestine.
Come quella del racconto che segue.
Mentre si avviano fuori dall’albergo le loro dita, quelle dita che prima si intrecciavano, frementi
come i loro corpi, non si sfiorano neanche. Si tengono distanti l’uno dall’altra. Sembrano quasi due
estranei.
Il tempo di lasciarsi alle spalle la rampa di scale e lui è già fuori, con le mani in tasca e un paio
di Ray-Ban a goccia a coprirgli il viso.
La donna è rimasta indietro.
Si è fermata alla reception per pagare i trentuno euro della stanza. Una stanza in cui sono
rimasti per circa un paio d’ore. Ore di fuoco e passione.
Lei è elegante, cappotto beige e borsa Gucci. Chissà se è un modello originale o un falso
acquistato in una delle tante bancarelle che affollano le stradine della provincia napoletana?
Si muove con una certa familiarità. Prima di andare via scambia qualche parola di circostanza
con la titolare. Non chiede indietro le carte d’identità. Il loro passaggio non è stato nemmeno registrato.
In quell’alcova a ore dove si danno appuntamento gli amanti clandestini, ma anche mogli e
mariti alla ricerca di un pizzico di trasgressione, funziona così.
Ci vanno pure le puttane.
Le puttane di tutti i colori e di tutte le razze che si offrono, in mutandine e reggiseno, sulla
circonvallazione esterna di questo paesone alle porte di Napoli, dove le tribù dei nigeriani gestiscono la
tratta delle schiave del sesso a pagamento brandendo galli decapitati e celebrando rituali voodoo.
Non è nemmeno il peggiore della sua categoria, quell’albergo. Gli interni sarebbero quasi
eleganti, se non fosse per le piante finte che addobbano la hall.
Quando la cameriera entra nella stanza per rimetterla in ordine, il letto che hanno lasciato è
ancora caldo, sgualcito.
I cuscini odorano del profumo di lei.
Nel bagno c’è un cestino con una confezione vuota di preservativi.
Il vento sbatte contro le imposte della finestra e il cielo è scuro. Minaccia tempesta.
Fuori fa freddo. È un gelido pomeriggio di febbraio.
Lui non aspetta nemmeno che la sua compagna lo raggiunga. È meglio che non li vedano
assieme. Si fruga nelle tasche in cerca dell’antifurto e pochi istanti dopo le frecce di una bella auto
tirata a lucido iniziano a lampeggiare. Sui sedili posteriori ci sono un paio di numeri di riviste di motori
e un fagotto nero. Dentro sembra che ci sia un vestito, da cui fa capolino una fascetta bianca.
Sale a bordo e saluta appena la donna con un gesto della mano, dopo averla intravista nello
specchietto retrovisore. Poi mette in moto.
Il viaggio di ritorno è molto più rilassante.
Non sente più le punture di spillo allo stomaco, né il cuore che batte all’impazzata. Guida
tranquillo, con le spalle appoggiate allo schienale e il gomito sul finestrino.
Accidenti. Si era quasi scordato di avere un impegno molto importante.
È un flash improvviso, gli trapassa il cervello. Guarda l’orologio. È in ritardo. Deve far presto.
A quell’ora saranno tutti seduti ad aspettarlo. Schiaccia sull’acceleratore. L’auto ingoia l’asfalto. Lui
accende l’aria calda e indirizza il bocchettone sul viso.
Nel frattempo anche la donna ha lasciato l’hotel. Senza fretta.
Anche lei indossa un paio di occhiali da sole, che abbassa sul naso per vedere più chiaramente
l’auto nel parcheggio. Eccola lì, la sua piccola utilitaria. Con il muso rivolto verso il giardino alberato
che costeggia l’area di sosta.
Qua e là ci sono macchine, vecchie e nuove, che attendono il ritorno dei loro proprietari in
calore.
I tacchi degli stivali battono sul selciato. La donna si ferma. Cerca nella borsa. Le chiavi non ci
sono. Le ritrova all’interno dell’albergo, vicino al distributore di Red Bull.
Anche lei deve fare presto, perché tra pochi minuti tornerà a essere la brava mogliettina di
ritorno da un caffè con le amiche.
Lui intanto è già in aperta campagna. Si guarda attorno. Il solito paesaggio devastato dal
degrado e dalla sporcizia. I soliti scheletri di quelli che sarebbero dovuti diventare palazzi e invece
sono un mucchio di ferro e cemento lasciato a metà. Abusivi. Attraversa la terra dei fuochi. Osserva le
consuete colonne di fumo che si levano da sotto i piloni dell’autostrada. Sono i rom che bruciano
pneumatici o tutto ciò che contiene rame per poi andare a rivenderlo.
Ci sono cartelloni pubblicitari ovunque.
«Vuoi ingrandire la tua casa? Con la legge piano casa adesso puoi. Chiama il numero...»
Palazzi ingrigiti, anneriti, bruciati. Vetri rotti.
Una sola antenna parabolica rimasta a testimoniare quel che fu.
Ragazze con le tette di fuori appollaiate dietro il guard-rail con alle spalle un’infinità di alberghi
a ore.
Bisogna andare a zig-zag per scansare le buche sull’asfalto. Sono così grandi e profonde che se
non stai attento ti rimane la ruota dentro. Fanno tremare i vetri dell’auto, rovinano gli ammortizzatori.
E nessuno fa nulla.
Lui guida veloce. Supera il clown con la parrucca gialla che gonfia palloncini colorati e fa per
avvicinarsi al finestrino.
Ha fretta. Un’altra volta. La prossima volta.
Ci sarà una prossima volta.
Entra in città.
C’è traffico, l’andatura è ancora più lenta perché tutti si fermano a salutarlo.
C’è chi batte con le nocche sul vetro o sulla carrozzeria. Chi gli sorride. Chi gli fa l’occhiolino.
L’ultima curva. È arrivato.
Si libera del cappotto, guarda ancora l’orologio. Più di mezz’ora di ritardo.
Sono già tutti seduti. In silenzio.
Si cambia velocemente. I muscoli delle gambe gli fanno un male terribile. Un occhio allo
specchio per controllare la diabolica presenza di sbaffi di rossetto sulle labbra o sul collo.
È tutto a posto. La messa può iniziare.
Don Giuseppe è il prete della chiesa principale di un paese attaccato a Napoli.
È un personaggio strano, don Giuseppe.
Chiacchierato.
Veste bene, spende tanto per il suo guardaroba, ha un debole per le belle donne.
Gli piace avere il portafogli gonfio. E guidare auto di grossa cilindrata.
Da qualche mese va a letto con quella donna. Fanno l’amore in un paio di alberghetti di fiducia,
dove nessuno lo conosce e dove si sente tranquillo.
In città si dicono tante cattiverie sul conto di don Giuseppe. Si dice sia un po’ troppo espansivo
con le studentesse che gli chiedono aiuto per latino e greco. Si dice che il suo supporto vada ben oltre
una semplice ripetizione. Si dice.
Quello che non si dice, perché in questo caso l’hanno visto tutti con i loro occhi, è ciò che è
successo in piazza una domenica di maggio alla fine della messa.
Don Giuseppe e un altro parroco che si azzuffano sotto gli occhi dei fedeli increduli. Urla,
spintoni, manate.
Tutto per colpa di un’affascinante donna da poco rimasta vedova.
Nello stesso periodo, a pochi chilometri di distanza, un altro prete ha qualche problemino con la
giustizia. Don Marcello, spinto dall’avvocato di fiducia, che ha ben presente la gravità della situazione,
confessa al giudice di essere ossessionato dal demone della lussuria.
Le sue parole vengono messe a verbale.
«Voglio ammettere le mie colpe. Devo dire che, effettivamente, ho fatto quelle telefonate anche
di notte, ma erano tutte dirette alla signora e non alla bambina, anche perché mi era sembrato di capire
che la signora avesse una simpatia per me. In seguito, ho capito che ciò non era vero, cioè che la
signora non voleva avere alcun rapporto con me.»
Don Marcello è finito sotto processo per molestie telefoniche.
Per due mesi, a ogni ora del giorno e della notte, ha tempestato di telefonate una tranquilla
famiglia del suo paesino.
Telefonate strane. Mute. Almeno quando dall’altra parte della cornetta c’erano moglie o marito.
Telefonate infuocate e perverse se a dire la parola "pronto" era Silvia, la bambina di dieci anni.
«Ti vorrei togliere le mutandine e so dove vai a scuola. Prima o poi verrò a prenderti e ci
divertiremo.»
Aperta parentesi: uno dei limiti che si cerca di rispettare nella stesura di questa inchiesta è
quello degli abusi sessuali. Che non trovano spazio tra le pagine di questo libro, così come sono esclusi
i casi di pedofilia. Per scelta. Nel caso della vicenda di don Marcello si fa un’eccezione per un duplice
motivo. Il primo è che per fortuna la molestia – gravissima, sia chiaro – è solo telefonica e non si
concretizza. Il secondo è che non si può tralasciare questo passaggio se si vuole raccontare di un prete
solo in sacrestia che la notte si attacca al telefono della parrocchia e fa danni. Chiusa parentesi.
I genitori della bambina sporgono denuncia ai carabinieri e il loro telefono viene messo sotto
controllo su ordine della magistratura.
L’inchiesta non è complessa: il molestatore non prende alcun tipo di precauzione per rendere
più difficile la sua identificazione. I militari dell’Arma strabuzzano gli occhi quando si ritrovano
davanti il tabulato delle chiamate incriminate: provengono tutte dalle utenze telefoniche intestate a una
delle tante chiesette del comune. Una chiesa gestita da un parroco che è quasi una celebrità: modi spicci
e lingua lunga. Don Marcello, appunto.
Le intercettazioni telefoniche svelano anche che il parroco è solito addolcire la solitudine della
castità e della vita religiosa chiamando chat line erotiche a pagamento, quelle che un tempo avevano
come prefisso il famigerato 144.
La sua compagna notturna preferita è la pornodiva Jessica Rizzo, con cui avvia animaleschi
amplessi telefonici che finiscono nelle bobine dei carabinieri.
Alla fine, il prete patteggia due mesi di detenzione, convertiti in una pena pecuniaria.
Don Marcello, malgrado il riconoscimento delle proprie colpe, non viene trasferito. Resta nella
sua parrocchia originaria, dove ancora oggi è possibile incrociare decine e decine di adolescenti
impegnate nei corsi di recitazione e nel cineforum.
Lui resta al suo posto, mentre la famiglia della povera Silvia è stata costretta a lasciare il paese e
a trasferirsi lontano.
Per don Marcello è finita bene. In tutti i sensi.
Dalle sue parti si rischia molto di più e per molto meno.
Ne sa qualcosa don Giovanni.
Don Giovanni è un robusto prete di mezza età che ha preso i voti quasi un decennio fa, dopo
aver scoperto la futura moglie a letto con l’amante.
Che non abbia una gran vocazione lo sanno tutti.
Nel rione, che è uno dei più malfamati della città, dove si sente forte la presenza della
criminalità organizzata, don Giovanni è molto chiacchierato per le affettuose amicizie con i giovani che
frequentano la parrocchia. Dicono che la sera esca con loro, e non sempre per mangiare una pizza.
Dicono anche che sia omosessuale.
E l’omosessualità da quelle parti non è vista di buon occhio. Soprattutto se la domenica ti
permetti di distribuire le ostie.
Ma la sua colpa più grave è che non fa nulla per nascondere le sue tendenze o per dissimularle.
E nel rione questo atteggiamento viene interpretato come un gesto di sfida nei confronti delle folli
logiche criminali e come un possibile pericolo per i giovani del quartiere.
Succede allora che i capi della zona decidono di infliggergli una severa lezione, sfruttando i
suoi due punti deboli: l’omosessualità e la passione per Facebook, dove conta centinaia di amici.
A farsi strumento consapevole di questa caccia all’uomo è un ragazzo di circa vent’anni. Si
chiama Luigi. Contatta don Giovanni su Facebook e inizia con lui un lungo e voluttuoso
corteggiamento fatto di chat e messaggini. I rapporti tra i due si fanno sempre più espliciti e intimi, fin
quando il giovane gli chiede un incontro.
È una calda giornata di luglio. Il prete corre all’appuntamento, ma Luigi non c’è. Di quel
ragazzo così audace e romantico che lo sta facendo impazzire nel mondo virtuale non trova traccia.
Trova invece gli amici e i familiari di Luigi, che lo aggrediscono a calci e pugni.
Don Giovanni scappa, corre per tutto il quartiere con la banda di scalmanati alle calcagna. Si
rifugia in parrocchia. Poi va dai carabinieri e sporge denuncia contro ignoti per aggressione. Infine si fa
medicare nel vicino ospedale.
La storia dell’aggressione e del corteggiamento tramite Facebook diventa ben presto di dominio
pubblico. La domenica successiva, durante l’omelia, il parroco ritorna sull’episodio e giura che lui non
ha mai indotto alcun giovane in tentazione.
I tanti fedeli che lo ascoltano pensano all’ultimo amante del parroco: un giovane di ventisei
anni, separato e padre di un bimbo.
L’epilogo della storia spetta al cardinale, che decide di trasferirlo in una parrocchia lontana per
mettere a tacere le chiacchiere e i bollenti spiriti di don Giovanni.
Diciannove
Trasferito e libero di ricadere in tentazione. Purché lo scandalo venga messo a tacere.
Il professor Vittorino Andreoli analizza bene questo passaggio nel libro Preti.
Lo psichiatra, che in veste professionale ha ascoltato e seguito le vicissitudini di tantissimi
sacerdoti, parte da lontano. Spiega che il legame tra un prete e una donna viene percepito dalla
comunità non come un legame naturale, ma come una condizione di consumo sessuale.
Anche se si tratta di vero amore, la gente lo vive come un tradimento.
Motivo per cui fa scandalo e getta su quel prete, che dovrebbe essere esempio di coerenza e
amore per Dio, una cattiva luce. Diventa quasi un demone travestito da prete.
Ora, dice Andreoli, il prete la cui storia con una donna diventa di dominio pubblico, commette
due errori: fa peccato e dà scandalo.
Se il prete ha un legame segreto fa peccato ma non dà scandalo.
La questione rimane privata tra lui e il Signore, che i preti sanno bene essere buono e
misericordioso.
Andreoli arriva a questa conclusione: il centro del problema è lo scandalo, non il peccato
individuale. Perché lo scandalo travalica i confini dell’individuo e investe l’istituzione, alimenta una
serie di dubbi forti in chi è scandalizzato. Pone il problema di una Chiesa che mantiene in servizio chi
non compie la sua missione universale e addirittura la tradisce.
Insomma, lo scandalo allontana i fedeli dalla Chiesa.
Confermo. Durante il periodo in cui mi sono interessato a queste vicende ho capito una cosa: la
Chiesa non vuole problemi.
Il rispetto dei poveri ingenui credenti, salvo rarissime eccezioni, è fattore secondario.
Tanto solerte nelle dichiarazioni di principio, tanto ipocrita nelle questioni pratiche.
Questa è la gerarchia vaticana. Questa è la Chiesa di Roma.
Il primo comandamento è la salvaguardia della specie, una specie in via di estinzione.
Trasferito e libero di ricadere in tentazione.
È il provvedimento disciplinare con cui le autorità ecclesiastiche hanno punito il
comportamento di don Giorgio, scoperto da un uomo in flagrante adulterio con la propria moglie.
Siamo a Venezia.
Don Giorgio è un sacerdote sulla cinquantina molto conosciuto da tutta la comunità. Ottima
fama, apprezzamenti e stima non solo per la sua attività di insigne biblista, ma anche per il suo
profondo impegno parrocchiale.
Poi, un bel giorno, accade che un uomo rientri a casa prima del previsto e trovi la moglie a letto,
il suo letto, con don Giorgio.
Che per di più è un amico fraterno, quasi un componente della famiglia.
L’uomo è accecato dalla rabbia ma rimane lucido: prende una macchina fotografica e
documenta l’accaduto, come racconta il compianto giornalista Giorgio Boscolo sul «Gazzettino di
Venezia».
Poco più tardi, in preda all’ira funesta, l’uomo piomba negli uffici della curia.
«Siete indegni, ecco qua quello che combina chi dovrebbe dare il buon esempio» sbraita
sventolando le foto che ritraggono i due amanti fedifraghi in pose inequivocabili.
È una furia. Dice di voler spaccare tutto. Più tentano di calmarlo più lui si agita, in preda a una
collera covata da tempo e solo ora espulsa con violenza e disperazione.
È arrabbiato, deluso, mortificato, offeso.
«Come hanno potuto? Lei, la madre dei miei due figli, la compagna che ho sposato in Chiesa. E
lui? Mi fidavo, era un amico.»
Si teme che la situazione possa degenerare, che quel marito accecato dall’ira possa trascendere
al punto da prendersela fisicamente con qualcuno. Di qui la decisione di far intervenire il 113, per
tentare di riportare la quiete in un luogo non certo avvezzo a simili sfuriate.
E infatti gli unici che alla fine riescono a ridurre a più miti consigli il trentanovenne sono
proprio gli agenti della Volante.
Uno spiacevole episodio che, al di là dei risvolti boccacceschi, ha dato uno scossone profondo
sia alla comunità clericale e religiosa che a quella civile.
Alla fine il marito cornuto ha perdonato la moglie e il sacerdote è stato trasferito.
Trasferito e libero di ricadere in tentazione.
Come don Pasquale, prete siciliano che, in preda alla solitudine, apre la pagina degli annunci
del «Giornale di Sicilia» e telefona a una "donna quarantenne attraente" a Palermo.
La donna attraente risponde alla chiamata.
Don Pasquale chiede dove riceve. Lei gli indica un alberghetto del centro città. Lui risponde che
è prete e ha paura di esporsi. Chiede se può andare a trovarlo in canonica.
«Fanno centocinquanta euro in contanti.»
Don Pasquale la aspetta nel piazzale davanti alla chiesa. La donna attraente arriva con una
vecchia utilitaria scassata. È alta un metro e settanta, ha i capelli lisci neri raccolti in una coda, indossa
jeans e camicia scura.
Gli va incontro. Dice: «Sono io».
Non è sola.
Con lei c’è un’amica, più bassa, più robusta.
Il prete fa strada alle signore verso la canonica. Una volta dentro chiede alla donna attraente
perché non sia venuta da sola.
«È una mia amica ed è a conoscenza di tutto quello che faccio.»
Don Pasquale e la donna attraente vanno in camera da letto, l’altra resta in cucina. Aspetta per
dieci minuti.
Prima di andar via, la donna attraente gli dice che non si chiama con il nome che gli aveva
detto, ma che il suo vero nome è un altro.
Don Pasquale paga e saluta.
Dopo due mesi richiama. Chiede assistenza domiciliare per il pomeriggio successivo.
La donna attraente arriva sempre in compagnia dell’amica più bassa e più robusta. Il prete
questa volta non le riceve in piazza, ma direttamente in casa. L’amica rimane in cucina. Aspetta un po’
di più della prima volta: quindici minuti.
Don Pasquale paga e saluta.
Un altro paio di mesi e richiama. Questa volta l’incontro avviene su una strada provinciale.
La donna attraente arriva con la solita amica e don Pasquale fa strada con la sua macchina verso
una casetta rustica di campagna che utilizza d’estate per dir messa. L’amica più bassa e più robusta
aspetta in macchina: quindici minuti.
Fanno sempre centocinquanta euro.
Appuntamento successivo. Canonica.
La donna attraente chiede a don Pasquale se l’amica più bassa e più robusta può prendere parte
alla cerimonia sessuale. Don Pasquale non si tira indietro, ma l’emozione gioca brutti scherzi.
«In quella circostanza, nonostante la congiunzione carnale con tutte e due le donne, non fui in
grado di concludere» confiderà in seguito un desolato don Pasquale ai carabinieri.
Rapporto non ultimato, rapporto comunque consumato. Fanno centocinquanta euro per la donna
attraente e cinquanta euro per l’amica più bassa e robusta.
Don Pasquale vuole rifarsi. Qualche settimana dopo alza la cornetta e chiama.
Ma la donna attraente risulta non raggiungibile. Prova e riprova. Nulla, per almeno sei mesi il
cellulare della donna non dà segni di vita.
Poi, un bel giorno, il telefono di don Pasquale squilla. È lei. Offesa e arrabbiata perché lui non
si è fatto più sentire.
Ma come? Ma se il telefono... Per ulteriori spiegazioni don Pasquale la convoca per il
pomeriggio stesso.
La donna attraente è sola. Niente amica più bassa e robusta.
Sola.
Don Pasquale la porta in camera, la spoglia e si accorge che le è cresciuta la pancia.
La donna attraente è incinta. Di almeno sette o otto mesi.
«A questo punto non me la sentii di avere alcun rapporto sessuale con lei, proprio per rispetto
alla creatura che portava in grembo.»
La regola... Rapporto non ultimato, rapporto comunque consumato. Fanno centocinquanta
euro.
La donna attraente incinta dice che non va tanto d’accordo con il marito e che avrebbe bisogno
di qualcosa per sfamare i figli. Non c’è solo quello in pancia.
Don Pasquale è uomo generoso.
Passa quasi un anno. La donna attraente lo chiama al telefono e si lamenta del fatto di essere
stata trascurata e abbandonata.
Don Pasquale autorizza visita per il pomeriggio.
Non la vede per alcuni mesi, fino a settembre.
La donna attraente lo chiama. Dice che ha dei problemi gravi con il marito. Dice che lo ha
lasciato e che sta per andare a vivere a Parma. Dice che per due o tre sere dormirà in un piccolo
albergo.
Il giorno dopo va a trovare don Pasquale in parrocchia e il prete le dà i soldi per l’albergo e per
il cibo.
«Preciso che in queste occasioni non ho avuto alcun rapporto sessuale con la donna, che si
presentava da me con il braccio ingessato.»
Qualche giorno dopo, la donna attraente con il braccio ingessato torna in parrocchia. Dice che
sta per partire e che ha bisogno di soldi per scappare via dal marito.
Don Pasquale, mosso da pietà, prende il blocchetto degli assegni, quello del conto corrente della
parrocchia, firma e stacca: 1.500 euro.
La sera dopo il sacerdote è a cena in un ristorante, ospite di una coppia che festeggia le nozze
d’argento. Squilla il telefonino.
La donna attraente dice di essere in seria difficoltà e gli chiede di raggiungerla al distributore di
benzina di una strada provinciale.
«A quel punto, pensando che l’avevo vista con un braccio ingessato e ricordandomi dei suoi
racconti circa i maltrattamenti subiti, mi sono precipitato da lei per verificare il suo stato di necessità.»
Quando vede arrivare il prete, la donna attraente scende dalla propria auto, entra nella sua e si
mette a piangere. Gli dice che è in grave difficoltà e che alcune persone la perseguitano. Don Pasquale
mette in moto e parte, con lei seduta al suo fianco.
A un certo punto si trova davanti una macchina scura di grossa cilindrata.
Il verbale: «Lei iniziò a gridare aiuto e contemporaneamente tirò il freno a mano della mia
macchina con il braccio ingessato. A quel punto domandai alla donna girandomi verso di lei perché
aveva frenato e in quel momento mi accorsi di un flash dietro di me e sentii al contempo la voce di un
uomo dire: "Va bene così". Il tempo di girarmi e vidi l’altra macchina allontanarsi. In quel momento
realizzai che si trattava di una messa in scena per incastrarmi e potermi ricattare successivamente. A
questo punto accompagnavo lei alla sua macchina e poco prima della stazione di servizio notavo di
nuovo la macchina scura mentre lei ricominciava di nuovo a gridare dicendo di avere paura,
ovviamente fingendo, e giunti all’ingresso del paese, alquanto seccato per quanto era successo, la
invitavo a scendere e me ne tornavo a casa».
Il giorno dopo la donna attraente va in chiesa, aspetta che don Pasquale finisca la messa e lo
raggiunge in sacrestia.
È offesa per il fatto di essere stata scaricata per strada la sera prima. Dice che nella macchina
scura, con quell’uomo, c’era la sua amica più bassa e più robusta. Dice anche che quelle foto finiranno
sui giornali se lui non le dà dei soldi.
Preso dal panico, per non perdere la dignità, don Pasquale chiede a quanto ammonta l’onorario.
Fanno 15.000 euro per il fotografo e l’assistente del fotografo. Più altri 5.000 euro
rigorosamente in contanti per lei, la donna attraente.
Don Pasquale chiede tempo fino al giorno dopo. Preleva 9.500 euro dal suo conto, altri 10.000
dal conto corrente della parrocchia, 500 ce li ha in denaro liquido. Poi escogita una sorta di ricevuta che
farà firmare alla donna attraente. Una dichiarazione liberatoria per potersi tutelare in futuro contro
ulteriori richieste di denaro. La prepara lui stesso. Ci scrive: la sottoscritta donna attraente dichiara di
essere stata risarcita e nulla potrà più richiedere a don Pasquale.
«Tale esigenza fu dettata dal fatto che nei precedenti incontri lei mi accusava di averla
utilizzata, di averla abbandonata, di averle fatto perdere marito e figli e di averla fatta finire in mezzo a
una strada. E per tali motivi pretendeva un lauto risarcimento, in mancanza del quale avrebbe reso
pubblica la nostra relazione, e difatti mi disse più volte che se non avessi pagato quanto richiesto mi
avrebbe consumato, intendendo con ciò che mi avrebbe rovinato la reputazione.»
La sera dopo, la donna attraente lo raggiunge in parrocchia. Intasca i soldi, firma la ricevuta,
prende la macchina fotografica che ha nella borsetta, la getta per terra, la distrugge con i piedi, poi
saluta e va via.
Passano quindici minuti ed eccola ancora in parrocchia. Forse ha dimenticato qualcosa. Ha
dimenticato di dire a don Pasquale che i suoi persecutori le hanno messo a sua insaputa un registratore
nella borsetta e forti di quella registrazione si sono presi anche i suoi 5.000 euro.
La donna attraente chiede altri 5.000 euro.
Don Pasquale non si fa abbindolare. Contratta e alla fine stacca un assegno di 3.000 euro. Conto
corrente della parrocchia.
La donna attraente distrugge il nastro, saluta ed esce.
Don Pasquale tira un sospiro di sollievo.
È finita.
Una settimana dopo, la donna attraente torna in parrocchia con un registratore e dice di aver
bisogno di altro denaro.
Don Pasquale scappa. Sale in macchina, fa un giro del paese, torna in parrocchia, prende il
telefono e chiama il maresciallo dei carabinieri.
«Francesco vieni subito per favore, ho bisogno di te.»
La donna attraente finisce in galera. Don Pasquale viene trasferito in una parrocchia a qualche
centinaio di chilometri di distanza.
Trasferito e libero di ricadere in tentazione.
Venti
Nel corso di questa inchiesta sono stato a casa del figlio di un prete. Un bambino che ha meno
di dieci anni.
Ho trascorso un paio di pomeriggi in compagnia della mamma, seduto sul divano. Il bambino
mi sono limitato a osservarlo a distanza. E di lui poco o nulla intendo raccontare.
Questa è la sua storia.
Margherita ha una quarantina d’anni. È romana. Laureata. Nel Duemila si trasferisce in una
città di medie dimensioni del Nord Italia. Non ha ancora un lavoro. Cerca di arrangiarsi come può.
L’umore non è dei migliori.
Un’amica la invita a seguirla una domenica in parrocchia. Le parla di un prete speciale, uno che
dice la messa in un modo del tutto diverso dagli altri: «Vedrai, rimarrai così affascinata che sentirai il
bisogno di avvicinarti a Dio».
Margherita è scettica. Non sente alcun bisogno di spiritualità. Ma l’amica è testarda, torna alla
carica. Lei si sente sempre un po’ giù, così il giorno di Pasqua si lascia convincere e la segue in chiesa.
La chiesa è immersa nella zona industriale della città. Fredda, anonima, nessuno stile
architettonico riconoscibile, mimetizzata con i grandi capannoni di cemento e acciaio intorno.
È la messa pasquale. Dentro è pieno di gente. Si fa fatica a trovare un posto libero. L’atmosfera
è elettrizzante. Sembra di stare in teatro nell’attesa che cominci un concerto.
Sopra l’altare c’è un grosso schermo dove scorrono le immagini di Gesù di Nazareth, il film di
Franco Zeffirelli, con quel bellissimo Gesù con la barba e gli occhioni grandi. Quando era piccola,
Margherita pensava fosse proprio quello il volto di Gesù. Che Gesù non potesse che avere quella
faccia.
La messa ha inizio.
C’è energia. C’è armonia. C’è calore umano.
C’è un prete che ti cattura e ti fa sentire come Julia Roberts all’opera con Richard Gere in Pretty
Woman.
Margherita torna in quella chiesa. Ci torna ogni domenica.
Trova lui sull’altare, che si muove con il microfono in mano. Teatrale. Istrionico.
Trova il diacono di colore al posto dei chierichetti. Trova bambine e bambini che giocano ai
piedi dell’altare durante la messa.
Le sue prediche, poi, sono coinvolgenti. Rivoluzionarie.
Il don è uno che non ha peli sulla lingua e che, se c’è da bacchettare, non si tira indietro.
Nemmeno se il bersaglio delle sue critiche è la Chiesa stessa con la C maiuscola.
C’è passione. C’è luce nei suoi occhi. Sembrano dirti: "Vieni, seguimi, entra in me e ti farò
toccare con mano il mistero di Dio".
Per Margherita è arrivato il momento di fare la cresima. Il buco che c’è nel suo percorso
spirituale va riempito.
Dopo la messa va da lui in sacrestia, chiede consigli, si interroga, lo interroga.
Il don dice che non può certo farla andare al catechismo insieme con i bambini. Ci
mancherebbe, per carità.
Ci pensa un attimo. La soluzione c’è. Lui è buono e misericordioso, come Gesù.
Sarà lui stesso a prepararla per la cresima.
Se lei avrà pazienza, lui le concederà degli incontri individuali.
Lei è d’accordo.
Lui le lascia il suo numero di cellulare.
Lei pensa che un po’ è strano.
Ma non è la stessa cosa che ha pensato quando è entrata per la prima volta in quella chiesa?
Non è la stessa cosa che ha pensato quando l’ha sentito dir messa? Quando ha visto i bambini giocare
durante la celebrazione liturgica? Non è forse perché lì tutto è strano, diverso rispetto alla Chiesa che
aveva imparato a conoscere da bambina, che adesso sta addirittura pensando di fare la cresima? Lei che
ha passato anni senza mettere piede in una chiesa.
Lui la saluta con un bacio sulla guancia. Caldo. Tenero. Magnetico.
Lui è seduttivo. Molto. E lei si sente...
Margherita quasi si vergogna per quello che ha pensato. Lui è un prete. Lui è il prete.
Passa un po’ di tempo. Margherita gli scrive un messaggino sul cellulare: il catechismo.
Il giorno dopo è da lui. Un’amica la accompagna in macchina. Lei non può guidare, ha avuto un
incidente. Porta un grande collare bianco.
È un pomeriggio di novembre. Lui la riceve nel suo studio. La sacrestia.
È buio. C’è una luce fioca. C’è una musica molto soft. La fa accomodare sul divano. Prende la
Bibbia. Legge. Poi la passa a lei. Legge.
Margherita avverte qualcosa. Pensa di nuovo che un po’ è strano.
Le lezioni continuano.
Alla quarta o quinta seduta, lui le dice che ha capito benissimo che lei prova dei sentimenti per
lui.
Margherita prova stima, affetto. È affascinata, questo è vero.
Lui è carismatico, bello, seducente. Ma non pensa di provare chissà quali sentimenti. Non si
sente innamorata di lui. Non può essere. L’amore è un’altra cosa. E lui è un prete. Non ci si può certo
andare a innamorare di un prete.
Ammirazione: ecco cosa prova per lui. La stessa ammirazione che si ha verso il medico o il
professore.
Lui insiste. È sicuro di quello che dice. Lei esce scioccata dalla chiesa.
Ci pensa, ci ripensa, si tormenta. Lo chiama al telefono. Si ribella. Poi torna da lui.
Lei è arrabbiata.
Lui sorride.
Lui si alza. Le passa accanto.
Lui chiude la porta a chiave alle sue spalle.
Lui apre le braccia. Sorride.
Lei si avvicina.
Lui la stringe.
Lui la bacia sulla guancia.
Lui la bacia sul collo.
Lui la bacia sulla bocca.
Lei lo bacia sulla bocca.
Lei si sente fremere.
Tutta.
Lei trema.
Si sente frastornata.
Si sente fortunata.
Si sente fra le braccia di una persona ammirata.
Amata.
Idolatrata.
Lui ha i pantaloni neri e la maglietta blu. Lei ha un vestito grigio a tubino lungo, semplice.
Lui la bacia ancora.
Lei ora tentenna.
Lui la trascina a terra sul tappeto.
Lui è sopra di lei.
Lui dice che è la prima volta, che è inesperto.
Lei lo guarda in faccia. Nell’espressione del viso trova qualcosa di incompiuto, di non detto, di
non armonico. Lui che nella vita di tutti i giorni appare così radioso.
Rimangono sdraiati per terra.
Lei chiede, interroga, vuole sapere. Lui le dice che è la prima. Che la stava aspettando. E che lei
è stata mandata dall’alto a lui, che è uno dei dodici apostoli spediti dal Signore sulla terra.
Lui dice che lei è stata mandata a bloccare la sua ascesa verso la spiritualità. Stava ascendendo
troppo verso la spiritualità e l’hanno fermato per farlo stare ancora un po’ a contatto con le pecorelle
smarrite.
Lei pensa che è un cretino. Un fuori di testa.
Ma lo ama.
Lei lo ama, lo desidera, lo vuole tutto per sé.
Ancora.
Si riveste. Lascia la chiesa sconvolta.
Felice.
Pensa che lui si è innamorato di lei e che per lei lascerà la Chiesa e andranno a vivere insieme.
Finalmente una persona che non la farà mai soffrire. Questo è sicuro. Un prete, soprattutto uno come
lui, non la farà mai soffrire.
Che bello! Con lui potrà anche percorrere quel cammino spirituale che ha intrapreso e che le sta
cambiando la vita.
La vita le sorride, finalmente.
Pure il telefonino le sorride al suono del beep beep. Venti messaggini al giorno. Di più, trenta.
«Ti voglio, ti desidero.»
Margherita esce dall’ufficio nel tardo pomeriggio e va alla messa delle sette. Ogni sera.
Si siede in prima fila, davanti a tutti. Lui la guarda mentre dice messa. I suoi occhi brillano. Poi,
quando è il momento di andare in pace, lei va in sacrestia.
Anche se c’è gente fuori che aspetta di essere ricevuta, lui la fa entrare, chiude a chiave e la
stende per terra sul tappeto.
I parrocchiani sono dietro la porta.
Margherita nota che il modo che ha lui di fare l’amore è diverso. Cioè, non proprio diverso, ma
adolescenziale.
Ecco, adolescenziale.
Fa sesso in modo meccanico, senza alcuna variante sul tema fino al veloce orgasmo. Cerca il
suo piacere più che quello della donna.
Non è certo un problema. Con il tempo migliorerà. Quando andranno a vivere insieme e magari
saranno sposati, allora sì che sul letto nuziale le farà assaggiare tutti i succulenti frutti dell’amore.
Intanto le basta che lui le sfiori la mano mentre le dà la comunione sull’altare.
La sua mano, che si sofferma per due secondi in più, che cerca il contatto: una scarica di
adrenalina mai provata prima.
La storia va avanti così per un paio d’anni.
Ora, ogni volta che si vedono, Margherita si ripromette che sarà l’ultima. Non è stupida. Ha
capito che, nonostante le promesse, lui non lascerà mai la Chiesa per lei. E in cuor suo non se la sente
neppure di condannarlo.
Chissà che tormenti, chissà che struggimenti, chissà che sensi di colpa.
E tutto per colpa sua, che si è messa in testa che un prete possa amare una donna come tutti gli
altri uomini.
Basta. Mai più.
Poi lui fa un fischio e lei accorre. Sul tappeto della sacrestia.
Anche lui le dice che vuole chiudere per sempre questa storia per tornare tra le braccia di Dio.
Poi però la vede e non resiste. È più forte di lui.
Tocca a Margherita. Deve trovare la forza di staccarsi, di rompere, di non vederlo più.
Resiste un paio di mesi.
È il settembre del 2001. Dopo la messa del sabato sera passa dalla sacrestia per un saluto. Solo
un saluto veloce e via. Lui sta facendo delle fotocopie. Appena la vede chiude la porta. La abbraccia, la
bacia, la spinge sul divano.
La fotocopiatrice che ingoia fogli bianchi per risputarli pieni di scritte scandisce il ritmo del
corpo di lui che fa su e giù sopra di lei.
Margherita non prende la pillola. Lui non usa il preservativo.
Sono sempre stati attenti.
Quella sera però lei avverte subito qualcosa. Una donna sente quando è successo qualcosa.
Non c’è bisogno di test o altre diavolerie varie.
La notte non riesce a chiudere occhio. Si tocca la pancia. Le sembra diversa. Ha una forma
diversa.
Al mattino Margherita ha la certezza di essere incinta. Di portare in grembo un fagiolino che
presto crescerà e diventerà il figlio di tutti e due. Di lei e del don.
Lo ama molto. Se non potrà avere lui tutto per sé, almeno avrà il frutto supremo dell’amore.
Il test non può che confermare quello che lei già sapeva.
Margherita è felice.
E vuole condividere questa felicità con l’uomo che ama. Con il padre di suo figlio.
Una settimana dopo va a messa. Alla fine gli dice: fermati, devo parlarti. Lui dice che non può,
che ha le prove di chissà cosa.
Margherita dice che è molto importante. Lui proprio non può, lo stanno aspettando. Margherita
dice che è importantissimo. Lui si ferma.
«Dai, dimmi questa cosa.»
«Aspetto un figlio.»
Il don è pietrificato.
Il sorriso di un secondo prima gli muore fucilato in bocca.
«E adesso?» dice lui.
«E adesso cosa?» dice lei.
«Per fortuna che non correvamo pericoli» dice lui.
Poi si alza e se ne va.
Margherita lo guarda allontanarsi. È sola. È rimasta sola.
Quella stessa notte lui le scrive un messaggino sul cellulare. Poche parole prive di senso. Poi
parte e va all’estero per alcuni mesi.
Lei intanto è costretta a stare immobile a letto. Minacce di aborto spontaneo. Una sera ha
un’emorragia. Chiama l’ambulanza, la portano in ospedale. I medici non vogliono neppure farle
un’ecografia. Sono sicuri che il bambino non c’è più, che l’ha perso. La ricoverano e la sedano.
Margherita durante la notte prega, prega e prega. Con tutte le energie che le sono rimaste in
corpo. Non può essere, non può averlo perso. Lei lo sente. Sente che è li. Che si muove, che gli batte il
cuore. Non può essere, i medici si stanno sbagliando.
Infatti ha ragione. E quando al mattino l’ecografia conferma quello che lei sapeva e sperava,
Margherita può finalmente abbandonarsi a un lungo sonno.
È incinta di quattro mesi. Va a trovare il suo don dopo la messa.
Lui la abbraccia, la accarezza, la bacia.
Poi le dice che vuole attaccarsi al suo seno e bere il suo latte.
Poi la spoglia e fa l’amore con lei, ma in un modo diverso.
È irruento, violento.
Lei si alza e scappa via.
I mesi successivi Margherita li passa più in ospedale che a casa.
Lui va a trovarla. Come il buon prete che passa a far visita a una parrocchiana che è stata
lasciata sola in un momento così delicato e importante della vita.
Non mette mai in discussione il fatto che il bambino possa non essere suo. E quando lei accenna
al futuro del figlio lui si limita a dire: vedremo, vedremo.
Intanto, ogni volta che lei trascorre qualche giorno a casa, lui va a trovarla e fanno l’amore.
Il bambino nasce prematuro al settimo mese, con parto cesareo d’urgenza.
È un maschio.
È la prima cosa che urla al telefono al suo don.
«Che dici, lo chiamiamo Carlo?»
«Sì, che bello.»
Carlo è il suo santo preferito.
Per un paio di giorni mamma e figlio vengono separati. Il piccolo ha un vistoso calo fisiologico.
Lei prende la palla al balzo. Vuole che lui lo veda. Gli telefona, gli dice che il bambino perde peso,
vorrebbe tanto che lo battezzasse subito. Non si sa mai.
Lui arriva. Vanno insieme dal bambino. Lo vede. È impassibile. Gli mette la sua manona
enorme sopra e lo battezza nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Il bambino alza una manina e gli acchiappa un dito.
Mamma e figlio lasciano l’ospedale un mese dopo.
Lui va a trovarla a casa. Lei gli mette il figlio in braccio.
Lui è pietrificato.
Poi sparisce.
Non si fa più vivo. Si fa sentire di tanto in tanto al telefono. Dice che è stata tutta colpa di
Satana, prova ne è il fatto che il bambino è stato concepito vicino all’undici settembre. Lui è tutta la
vita che lotta contro Satana, perfino la porta del suo studio presenta dei graffi sospetti.
Margherita è sola, abbandonata, disperata.
Ha quarant’anni. Era una stimata libera professionista. Ha perso tutto: i clienti, il lavoro. E lui
non la aiuta, non le dà nulla.
Per lui il bambino non esiste. Non lo chiama neppure per nome. Lo chiama "questa realtà".
La paura lo rende folle, la rabbia lo acceca. Le dice sin d’ora che se lei un giorno oserà dire a
"questa realtà" che lui è il padre, lui dirà che lei è pazza e che si è inventata tutto.
Margherita si ammala, ha la mononucleosi e poi la broncopolmonite. Quando sta di nuovo bene
porta il bambino al nido e riprende a lavorare.
Per un anno lui non si fa vivo. Agli amici, alle persone che la conoscono e a tutte quelle che
chiedono del padre, Margherita dice che ha avuto una relazione con un uomo sposato, che il suo
amante ha una moglie molto malata e che insieme hanno deciso che non poteva lasciarla e che doveva
rimanere con lei.
Carlo ha tre anni.
Un giorno torna dall’asilo in lacrime.
«Mamma, perché devo fare anch’io tutti i lavoretti per la festa del papà se poi io non ce l’ho un
papà?»
Carlo non è un bambino come tutti gli altri. Carlo è un bambino diverso dagli altri.
Carlo non ha un papà. Tutti hanno un papà. Lui no.
Margherita gli dice che il suo papà è lontano.
«Chiamiamolo, allora, prendi il telefono e lo chiamiamo.»
Margherita dice che il suo papà non ce l’ha, un telefono.
«Allora prendiamo un treno e andiamo da lui!»
Margherita dice che il treno non arriva fin dove sta lui.
Con il cuore piccolo piccolo, chiama il don e gli racconta tutto. Lui non vuole sapere nulla di
"questa realtà", non è un problema suo.
Che si arrangi da sola, poteva anche pensarci prima e non rovinare la vita di tre persone. Dice
che non lo vuole e che non lo vorrà mai, che lui per "questa realtà" non ci sarà mai, mai, mai.
Carlo ha quattro anni.
Margherita decide di andare a parlare con un prete, amico da vent’anni del suo don. Lui si mette
a ridere: «E ti aspetti che io ti creda? Potresti anche essere una pazza qualsiasi».
Margherita gli mostra una foto del bambino. Il prete amico del don ammutolisce. La
somiglianza è impressionante. Le dice di lasciarle il numero, si farà vivo lui al più presto.
Qualche giorno dopo la chiama. Le preannuncia una visita a casa. Arriva, vede Carlo, si mette a
piangere. Poi la rassicura e le dice che parlerà lui stesso con l’amico.
Sparisce anche lui.
Scorata, Margherita prova a instaurare un rapporto diverso con il don. La cosa dà i suoi frutti.
Quantomeno, ogni mese lui le invia dei soldi.
Per posta, in una busta bianca. Bianco anche il foglio all’interno, senza nemmeno un ciao e
banconote per un totale di cinquecento euro.
Un secco messaggino sul cellulare: «Postino», le preannuncia l’arrivo della busta.
Margherita insiste nella ricerca di un rapporto amichevole. Gli dice che lo capisce e che rispetta
la sua scelta, vuole soltanto una relazione civile tra loro, null’altro. Non vuole il cognome del padre per
il suo bambino.
Ogni tanto si vedono a cena fuori, lei gli racconta di Carlo, di come cresce bene e di quello che
fa a scuola. Poi gli manda delle foto per posta. Lui rimane comunque a distanza di sicurezza.
Il giorno in cui Carlo compie sei anni, Margherita chiama il don e lo invita a casa. Non vuole
spifferare la verità al bambino, vuole solo che lui frequenti un po’ quell’uomo e sviluppi nei suoi
confronti sentimenti positivi.
Un giorno Carlo conoscerà la verità sull’identità del padre. È scritto nelle leggi della vita.
Margherita vuole fare in modo che, quando quel momento arriverà, Carlo trovi da qualche parte nella
sua mente un piccolo spazio con immagini e ricordi positivi di quell’uomo che non sapeva essere il suo
papà.
Intanto il bambino cresce e chiede sempre più insistentemente del padre.
Lei gli dice che è troppo piccolo per conoscere la verità e che quando sarà più grande saprà ogni
cosa.
«Sei stato il frutto di un grande amore, mamma e papà si sono amati molto, ma lui purtroppo
non può vivere insieme a noi.»
Margherita riceve un messaggino sul cellulare in piena notte: «Non resterò ancora per molto su
questa terra».
Stavolta purtroppo non c’entra Satana, non c’entrano i graffi alla porta della sacrestia, non
c’entra la sua ascesa verso la spiritualità.
Il don dice che ha il cancro e che gli resta poco da vivere.
La malattia produce l’effetto positivo di riavvicinarli: "questa realtà" diventa il loro figlio e
Margherita gli chiede di riconoscerlo ufficialmente, pensando soprattutto ai benefici materiali che
questa scelta produrrebbe per il bambino.
Finalmente non le sbatte la porta in faccia. Finalmente ne discutono con serenità.
La cosa va avanti così per un paio di mesi, finché un pomeriggio lui si dice pronto a riconoscere
il bambino, ma pone la condizione preventiva dell’esame del dna. Vuole essere sicuro.
Margherita è d’accordo, è giusto così.
Sotto falso nome, lui ordina su internet il kit per l’analisi e glielo porta a casa. Il tampone viene
rispedito indietro e dopo qualche tempo arriva la risposta: positivo. Carlo è figlio del don.
Il rapporto in famiglia sembra volgere al bello, invece una sera lui si presenta a casa dicendo
che vuole rifare l’esame perché la volta prima non aveva rispettato tutte le prescrizioni.
Ha in mano un nuovo kit.
Margherita è delusa. Ne ha abbastanza.
Qualche giorno dopo racconta al figlio tutta la verità.
La reazione del bambino è rabbiosa. Carlo piange, urla, si chiude in camera, non vuole parlare
con nessuno. Durante la notte si sveglia urlando e così la notte dopo e quella dopo ancora. Gli viene la
febbre alta, gli passa nel giro di qualche giorno, ma poi ritorna.
Il medico di fiducia, che sa la verità, va a parlare con il don. Lui tira fuori la storia di Satana,
dice che non è sicuro di essere il vero padre e che lei potrebbe aver scambiato la provetta.
Intanto Carlo ha superato lo shock. Ha un padre, finalmente anche lui ha un padre. Tutti lo
devono sapere, a cominciare dai compagni di classe e dalle maestre. E proprio una maestra chiama
Margherita a scuola per avere spiegazioni su ciò che il bambino da qualche settimana va dicendo in
giro.
La notizia diventa di dominio pubblico. Il don non si fa più vedere né sentire. Quando lei lo
chiama, lui dice che non ha tempo e che consulterà l’agenda per trovare cinque minuti da dedicarle.
Margherita viene convocata dal vescovo. Poi dall’avvocato di lui, che le porge un assegno in
bianco chiedendo in cambio la rinuncia a qualsiasi azione legale.
Il nostro racconto sui risvolti pubblici della vicenda si ferma qui.
Ventuno
Continua invece la parte privata della storia.
È il momento delle sorprese.
Margherita viene contattata da una donna, dice di essere malata di epatite e di avere avuto una
storia d’amore con il don. Ha ventisei anni. Quando stavano insieme, il don le ha raccontato di essere il
dodicesimo apostolo. Dice di aver visto con i suoi occhi quegli strani graffi sulla porta della sacrestia.
Faceva sesso lì dentro con il don nel periodo in cui lui stava con Margherita.
Poi si fa viva una catechista ridotta all’anoressia. È depressa, ha avuto una storia d’amore con il
sacerdote e dopo di lui non è più riuscita ad avere un ragazzo.
C’è una terza donna. Sposata. Si chiama Valentina. Adesso ha cinquant’anni, ha avuto a che
fare con il prete una decina di anni fa. Questa che segue è la sua storia.
Un amico suo e del marito una sera le parla di un sacerdote particolare, rivoluzionario,
carismatico, e delle sue messe coinvolgenti perfino per i più freddi e i più scettici.
Valentina, che non entra in una chiesa dal giorno della prima comunione dei figli, prova.
Rimane colpita. Durante la celebrazione si sente fremere dentro, percepisce un inatteso bisogno di
spiritualità. Aveva ragione l’amico.
Valentina si porta dentro un segreto. La sua vita è stata segnata da un’esperienza avuta da
ragazzina che non è mai riuscita a superare del tutto e che periodicamente torna a farsi sentire con
prepotenza e la fa stare male. Malissimo. È depressa, ha malori improvvisi, attacchi di panico, disturbi
del sonno. Si sveglia la notte e fissa il tetto per ore. Prende una montagna di farmaci.
Nessuno sa nulla del macigno che si porta dentro. Né il marito né i figli. Nessuno. Il segreto è
sepolto dentro di lei.
Con il marito le cose non vanno bene. Valentina da tempo non riesce a fare sesso con lui. Si
chiude a riccio.
L’uomo, ignaro di tutto, si tormenta, prova a scuoterla, si rassegna. Poi torna alla carica, insiste,
desiste.
Niente, lei è inscalfibile, impenetrabile.
Fino a che non arriva il prete.
Per il marito, questo sacerdote rivoluzionario è l’ultima carta da giocare per riavere indietro la
propria donna. Va a parlare con lui e lo racconta alla moglie. Le dice che è rimasto colpito, che gli
risulta abbia già aiutato tantissime persone in difficoltà. Le ha seguite e guarite. Lo sanno tutti. E in
alcuni casi si parla anche di malattie gravi.
È lui stesso che accompagna Valentina dal sacerdote e rimane presente durante il breve
colloquio. Il prete chiede alla donna se è convinta di intraprendere questo percorso con lui e se vuole
che il marito sia presente ai loro incontri.
No. Valentina vuole fare tutto da sola.
Il don le dà il suo numero di cellulare e la invita a chiamarlo per concordare il loro primo
appuntamento.
Il luogo prescelto è la sacrestia. Lui le fa un sacco di domande e prova a farle raccontare il
segreto che custodisce. Lei rimane per ore in silenzio, con il viso nascosto tra le mani. Non ce la fa
neppure a guardarlo in faccia. Vuole coprirsi, non farsi vedere, nascondersi. Lui si inventa una fiaba di
cui lei è la protagonista: insieme dovranno riuscire a scriverla.
La trovata funziona. Valentina racconta la sua grande verità.
Quando aveva dodici anni ha subito abusi sessuali da suo fratello di quattro anni più grande, e la
cosa è andata avanti per un paio d’anni.
Il prete la abbraccia, la consola. Le dice che non dovrà mai dire a nessuno quello che si sono
detti e quello che si diranno in futuro. Le dice anche che, quando tutto sarà finito, loro due si dovranno
comportare come se non si fossero mai visti né incontrati.
Valentina ha alzato il coperchio, dal pentolone viene fuori di tutto. E nessuno l’aiuta. Qualcuno
ha liberato il mostro e poi ha lasciato che andasse in giro da solo a scorrazzare.
La donna comincia a stare peggio di prima. Si sente male in ufficio e finisce in ospedale. Le
fanno esami su esami.
Poi telefona al prete. Lui si dice disposto ad aiutarla, ma non in sacrestia.
La invita a casa.
Ha deciso di sottoporla a un trattamento molto particolare che si chiama "la nascita del sole".
Valentina non capisce, lui parla di nascita e rinascita. Valentina continua a non capire.
Durante la seduta, lei dovrà essere bendata, ci sarà una musica in sottofondo e lui entrerà in
meditazione davanti a lei.
Intanto le chiede: «Com’è un bambino quando nasce?».
«Nudo» dice lei.
«Brava» dice lui.
Valentina dovrà ritrovare la sua parte bambina e prendersene cura. Una bambina nuda, senza
vestiti. Poi arriverà il gran finale, e a quel punto potrà battere le mani, cantare, fare quello che le pare.
Dopo averle spiegato tutto, la saluta e le dice di chiamarlo quando si sentirà pronta a vivere
quella fondamentale esperienza liberatoria.
Valentina non sta bene. Eccola dunque a casa da lui.
Rimane seduta, immobile, al suo cospetto. Bendata.
Piange, piange, piange per tutti i quarantacinque minuti della durata del disco. Lui non muove
un dito, alla fine le dice di non preoccuparsi, che quello che è successo è normale, e la invita a
richiamarlo quando si sentirà pronta.
Otto giorni dopo è l’otto marzo, la festa della donna.
Valentina è di nuovo bendata.
Parte la musica.
Valentina si toglie la giacca.
La camicia.
I pantaloni.
Non vede alcuna sua parte bambina. Piange e basta.
Il reggiseno.
Le mutandine.
È nuda.
È in piedi.
È bendata.
Piange. Singhiozza. Si siede.
Allunga una mano. Cerca la mano di lui. Cerca un contatto fisico. Cerca un contatto con il
mondo.
Lui è vestito. Valentina sente la stoffa dei suoi vestiti quando lui la abbraccia, la coccola.
La fa stendere sul letto.
«A cosa stai pensando?» dice lui.
«Sto pensando a cosa stiamo facendo» dice lei.
«Io ho le autorizzazioni necessarie a fare queste cose» dice lui.
Lei non dice nulla.
«Dimmi, cosa vorresti fare adesso» dice lui.
«Niente» dice lei.
«Dimmi che nessuno ti ha mai abbracciato così» dice lui.
Lei non dice nulla. Piange.
Lui la bacia.
Le bacia il viso, la bocca.
Lei sente una forte sensazione di protezione.
Si rialza, si riveste. Non sa neppure quanto tempo sia passato.
Nei giorni successivi viene assalita da sensazioni a lei sconosciute. Ha attacchi di
autolesionismo.
Si sente malata, si sente schizofrenica. Ha paura.
Chiama e richiama al telefono il sacerdote. Gli racconta di quello che le sta succedendo. Lui la
tranquillizza, ma la tiene a distanza.
Poi, all’improvviso, sparisce.
Valentina non lo vede più.
Chi continua a vederlo invece è Daniela, anche lei in difficoltà, con un marito e un figlio
piccolo.
È il 1997, Daniela ha una trentina d’anni. Da dieci è sposata con l’uomo che ama e che pensava
fosse l’amore della vita.
Pensava.
Invece il marito la tradisce. Daniela ne soffre molto, va in crisi, è depressa, le cade il mondo
addosso.
Si guarda intorno. Si rende conto che tutti tradiscono le mogli o i mariti. E che la maggior parte
delle persone accetta il tradimento.
Inizia a frequentare centri di meditazione, gruppi di ricerca spirituale, prova in tutti i modi a
superare i suoi problemi e a non lasciare il marito.
Conosce il prete a un incontro. Lui è in mezzo agli altri.
A fine seduta lei gli fa una domanda qualsiasi e lui le risponde con una frase che non sta né in
cielo né in terra: «Tanto lo so che tu hai solo il problema di difenderti».
Lei avverte una pugnalata secca, profonda. Lui la guarda negli occhi, lei sente una emozione
fortissima. Si gira e scappa via.
Di lì a breve, il sacerdote diventa per lei l’unica persona in grado di trovare delle risposte alle
domande che la assillano e la fanno vivere inquieta.
Daniela passa ore e ore in attesa davanti alla porta della sacrestia per potergli parlare anche
pochi minuti a tu per tu.
Durante uno di questi incontri lui le dice: «Dimmi la verità, perché sei qui?».
«Sono innamorata di te» dice lei.
Lui la ricopre di complimenti, la fa sentire viva, la fa vibrare tutta. Lei gli racconta dei problemi
con il marito e dei tentativi per recuperare il matrimonio.
Poi, una sera, lui va a cena da lei. Mentre sono seduti a tavola con il marito, il sacerdote prende
un bicchiere e ci passa sopra il dito. Lo ruota fino a quando il movimento emette un suono. Il marito
mangia, Daniela si sente fremere.
È eccitata.
Ha un orgasmo.
A fine serata il don li saluta prescrivendo loro delle preghiere da fare insieme per quaranta
giorni. Ma quando la porta si richiude, Daniela guarda il marito e ha la certezza che il loro matrimonio
è finito.
Il giorno di Natale esce di casa e va a vivere da sola.
Da quel momento, la sua vita diventa un dramma.
Ha abbandonato tutto, agio, conforto, famiglia. Ma è innamorata di un altro. È innamorata del
sacerdote. Non può fingere, non riesce a fingere.
Torna in sacrestia da lui. Chiede aiuto per venire fuori dalla situazione in cui si è cacciata. Lui si
alza. Le chiede di alzarsi. Allarga le braccia. La abbraccia. Lei sente di abbracciare per la prima volta
l’uomo che ama. L’uomo per il quale ha trovato la forza di fare qualcosa che mai avrebbe immaginato:
lasciare il marito e il figlio. Sente di toccare il cielo con un dito. Quando si stacca da quell’abbraccio,
lui le dice: «Tutto qui?».
La domanda le frulla nel cervello per una settimana. Cosa significa? Che voleva dire?
Torna da lui. Aspetta il suo turno fuori dalla sacrestia. Tocca a lei. Il don manda via le persone
in attesa e dopo averla fatta entrare chiude a chiave la porta.
Fanno sesso. Per terra. Sul tappeto.
Il corpo di lui non trasuda purezza e amore.
Il corpo di lui trasuda altro.
Trasuda e basta.
Daniela se ne va via delusa, con la morte nel cuore.
Sente un tradimento nel tradimento.
Il mondo le crolla addosso.
Si sente sola.
Si sente sprofondare.
Lui non è per nulla l’incarnazione dell’uomo ideale che aveva costruito nella sua
immaginazione.
Lui è la crudezza.
Lui è l’ipocrisia.
Lui non è lui.
Daniela capisce che si è infilata in un bel tunnel. Perché più lei è innamorata più lui fuggirà.
È così. Ed è un inferno.
Lo vede una volta al mese. Sempre in sacrestia.
Entra, scopa e va via.
Sempre lì, sul tappeto. Sempre allo stesso modo e con la stessa durata.
Daniela vive nell’attesa di quei pochi minuti. La sua vita sociale ne risulta azzerata. Aspetta
solo il messaggino sul cellulare che la convoca in sacrestia.
Dura tre anni.
Il figlio, che intanto è andato a vivere con lei, ne risente. Ha otto anni, ha appena vissuto il
dramma della separazione dei genitori e ora si ritrova a interagire con una mamma lobotomizzata.
Una mamma che pensa solo alla messa della sera e alla possibilità di scambiare quattro parole
con il prete.
Strani dialoghi, quelli tra loro. Lui parla, lei ascolta.
Lui racconta dei segni che ha sulle mani, segni che riproducono croci e simboli antichi. Dice di
essere una delle dodici persone elette che nel corso dei secoli vengono a diffondere nel mondo la verità
e il messaggio di Gesù Cristo.
Lei gli telefona anche quaranta volte al giorno. Chiamate senza risposta.
Ma quando prova ad allontanarsi, ecco che le arriva un messaggino, una telefonata, e allora
corre subito da lui. In sacrestia.
Poi, un giorno, conosce una donna che ha notato spesso insieme a lei in fila davanti alla
sacrestia. È una donna che ha partorito da poco, il padre del bambino è un uomo sposato che non ha
potuto lasciare la moglie perché malata.
Daniela guarda il bambino: non ha dubbi, quel bambino è figlio del don, del suo don.
Ma l’amore è più forte di tutto. Vuole vederlo di più, vuole di più.
Lui è duro: non si può. Lei alza la voce, pretende. Lui dice che forse lei non ha capito: lo fa per
lei, perché se solo dovessero vedersi ancora, allora lei potrebbe anche morire.
Qualche giorno dopo, Daniela si confida con un amico, al lavoro. Anche lui si è separato.
Iniziano a frequentarsi, si trovano bene, si piacciono. Si innamorano.
Finalmente si stacca dal sacerdote. Ma prima scrive in una lettera: «Se fossi andata a letto con
un bagnino avrei fatto sesso in modo più spirituale».
Ventidue
Non ci si può certo improvvisare teologi dall’oggi al domani.
Sono solo un cronista. E non ho remore ad ammetterlo: le mie conoscenze in campo umanistico
e filosofico sono anche abbastanza scarse.
Ho fatto studi politici, giuridici e amministrativi.
Non ho né la pretesa né l’arroganza di spacciare verità su questioni così profonde. Ma
ovviamente mi sono chiesto da dove venga questa chiusura totale da parte della Chiesa verso la
sessualità e verso la donna.
È la stessa domanda che si pongono milioni di cattolici in tutto il mondo. Gente spesso in seria
difficoltà. Parlo dei separati, dei divorziati, dei risposati.
Di tutta quella massa di persone che, oltre al dramma personale del fallimento di una parte
importante della loro vita, hanno vissuto la tragedia di vedersi sbattere la porta in faccia dalla Chiesa,
dalla loro Chiesa. Che da essa si sono sentite dire: scusi tanto, ma per lei qui non c’è più posto, si
accomodi fuori.
Allora è legittimo domandarsi: da dove viene tutto ciò?
È scritto nella Bibbia? È la volontà di Dio? È frutto dell’esempio di vita di Gesù?
Oppure è una dottrina introdotta nel corso della storia dagli uomini, per quanto eredi di Pietro?
Mi spiego meglio: è stato Gesù a dire che i preti non devono avere una moglie o una compagna
e non possono fare sesso?
È stato Gesù a chiudere le porte del sacerdozio alle donne? Che ha bollato l’omosessualità come
immorale, contro natura, intrinsecamente malvagia?
Anche in questo frangente mi sono comportato da cronista: ho letto, mi sono documentato e poi
ho fatto domande, tantissime domande.
Mi ha aiutato Federico Bollettin, trentasei anni, prete fino al 2007.
Oggi è sposato e ha due figli. La sua storia l’ha raccontata nel libro Bianco e nera. Amanti per
la pelle.
Sono andato più volte da Federico. Sono rimasto per ore a parlare con lui mentre con le sue
stesse mani si costruiva la casa nella quale è andato a vivere con la moglie.
Alla fine mi sono fatto la mia idea.
La premessa deve essere limpida e onesta: in tutto il resto del libro, quello che scrivo è
documentato, provato, certo.
Ma in questa escursione su un terreno così delicato, che da millenni fa discutere fior di studiosi,
esprimo solo la mia opinione. Relativa, assolutamente relativa. E magari anche non immune da errori.
La si prenda per quella che è.
Prima di tornare alle origini, voglio partire dalla questione di fondo e mettere subito in chiaro
una cosa: il celibato ecclesiastico non è un comandamento di Dio.
Il celibato, praticato da asceti e monaci nei primi secoli del cristianesimo e oggetto in seguito di
alcuni tentativi di legislazione, è diventato vincolante solo con il Concilio di Trento, convocato da papa
Paolo III nel 1545 e chiuso, dopo numerose interruzioni, nel 1563.
Chiarito questo, partiamo da capo.
In principio Dio creò l’uomo e la donna. Soddisfatto, vide che era cosa molto buona. Rivolse
all’uomo e alla donna questa raccomandazione: siate fecondi e moltiplicatevi.
Così racconta la prima tradizione ebraica descritta nel libro della Genesi.
Ma c’è anche una seconda tradizione, che aggiunge una nota molto importante. Perché Dio ha
creato il genere maschile e il genere femminile? Soltanto per un fattore di riproduzione della specie?
Ecco la risposta: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio dare un aiuto che gli sia simile».
Reciproco sostegno, amicizia, piacere, non solo procreazione.
Da queste prime battute si capisce come la dimensione sessuale sia fondamentale nel disegno di
Dio. Per esprimere qualsiasi tipo di amore, la lingua del Vecchio Testamento usa sempre lo stesso
termine ebraico, ahavah, che descrive il rapporto fra persone. Amore tra due innamorati, amore tra due
amici, amore di una madre o di un padre nei confronti dei propri figli, amore dell’alunno nei confronti
del proprio maestro. Come succede per la lingua inglese, con cui posso dire I love you anche all’amico
senza per questo essere frainteso.
L’erotismo che contraddistingue il Cantico dei Cantici è considerato dalla Bibbia normale e
degno della massima considerazione. Non manca la descrizione della bellezza del corpo della donna,
esaltato anche nei suoi particolari, ombelico, seno, cosce, ventre: «Dice lo sposo: le curve dei tuoi
fianchi sono come monili, opera di mani d’artista. La tua statura rassomiglia a una palma, e i tuoi seni
ai grappoli».
Complimenti che, se letti con il linguaggio del tempo, nascondono passione, desiderio,
attrazione fisica.
Un’immagine di donna e di rapporto radicalmente diversa da quella presentata alla fine del libro
dei Proverbi, dove il ritratto della perfetta donna di casa è in realtà quello di una schiava: «Si alza
quando è ancora notte e prepara il cibo alla sua famiglia... Confeziona tele di lino e le vende...
Sorveglia l’andamento della casa...».
Per prima cosa, dunque, è necessario rendersi conto dell’enorme diversità che si esprime
all’interno della Bibbia. Questo non è un libro ma, come indica il suo stesso nome, un insieme di libri,
una biblioteca, nata in un contesto religioso pluralista. Vi sono presenti diversi pensieri, correnti,
movimenti, gruppi che convivono magicamente tra loro, non senza difficoltà e incomprensioni.
Ecco perché possiamo trovare tutto e il contrario di tutto, a seconda dell’autore che ha scritto un
testo o della comunità alla quale è rivolto.
Facciamo un esempio. La legge di Mosè vietava ai sacerdoti di avere rapporti sessuali prima del
culto e alle donne di entrare nel Tempio durante il periodo mestruale.
C’è chi sostiene che tali norme siano state introdotte per semplici questioni di igiene o per
rafforzare la coesione e proteggere l’identità di un popolo rispetto agli stranieri. C’è anche chi motiva
queste leggi portando la riflessione su un piano più filosofico. Nella concezione ebraica antica, lo
sperma e il sangue rappresentano entità misteriose che non sono alla portata dell’uomo. Realtà più
potenti di lui e in stretta relazione con Dio. L’unione sessuale era una delle cause che provocavano lo
stato di impurità rituale. Come può un sacerdote presentarsi impuro a offrire sacrifici al Signore?
Perdere sangue significava automaticamente perdere vita. Come può una donna presentarsi al Tempio
nel momento in cui sta perdendo vitalità?
Le esperienze positive o le realtà buone erano religiosamente pure, quelle negative o pericolose
erano religiosamente impure.
All’interno dell’ebraismo, insomma, vi sono posizioni differenti riguardo alla sessualità e alla
corporeità, a volte contrastanti, a volte complementari.
A volte profondamente maschiliste, a volte romantiche.
La nascita di un movimento che si rifà alla vita e all’insegnamento di Gesù di Nazareth sembra
mettere in secondo piano le discussioni su ciò che è puro o impuro, morale o immorale, sessualmente
permesso oppure no, per concentrarsi invece sulla costruzione di un Regno di Dio fondato sulla
giustizia, sulla condivisione e sulla felicità.
Coloro che raccontano la vita di Gesù, infatti, non gli mettono mai in bocca giudizi relativi alla
sessualità di una persona. Anzi, in certi casi lo presentano come un trasgressore della legge, uno che
non rispetta il riposo del sabato e che si lascia toccare da donne impure.
Le persone escluse dalla società per i loro comportamenti sessuali non conformi al modello di
Mosè vengono ugualmente incontrate da Gesù, a volte presentate come esempi di fede, e accolte senza
discriminazioni nella schiera dei suoi discepoli.
Al centurione omosessuale guarisce il compagno, senza entrare nel merito della loro relazione.
Si lascia toccare dalla donna che soffre di continue perdite di sangue, impura secondo la legge e quindi
inavvicinabile.
È un Messia nuovo, diverso da quello preannunciato dalle principali correnti religiose, più
attento alle persone che alle leggi. Un messia dallo sguardo libero.
La nascita di Gesù da una vergine appartiene al genere letterario del tempo. Per affermare che
Gesù di Nazareth è il Messia, lo si fa nascere in maniera straordinaria. Da una coppia non ancora
regolarmente sposata secondo la tradizione, e non da un rapporto sessuale.
Il tutto per mettere in evidenza la sua grandezza e il peso della sua missione, fin dalla nascita.
Come a dire: nonostante molti ostacoli, sia di natura biologica che di natura sociale, questo Messia
doveva nascere, perché così voleva il disegno divino.
Niente di strano, se pensiamo a come sono avvenute le nascite di Mosè, di Maometto, di
Buddha e di altri grandi profeti. Quando nasce Maometto, un’immensa luce illumina il mondo. Gesù
nasce appunto da una vergine e poi dall’Oriente giungono i Magi ad adorarlo.
Ma anche la verginità di Maria è un dogma pontificio proclamato da papa Pio IX l’8 dicembre
del 1854 con la bolla Ineffabilis Deus.
Continuando la lettura dei quattro Vangeli, quelli che successivamente sono stati dichiarati
canonici, cioè veritieri rispetto ad altri che vengono chiamati apocrifi, notiamo come lo stesso Gesù
non si esprima mai in materia di sessualità. Non ci dice come dobbiamo comportarci sotto le coperte.
Gli evangelisti ci presentano un Gesù capace di accogliere e ricambiare gesti d’affetto come
baci, carezze, abbracci. Libero nei confronti del corpo, addirittura libertino per i bigotti.
Deve essere stato un bel lavoraccio, per gli autori dei Vangeli, trovare gli eufemismi giusti per
non scandalizzare i lettori religiosi con parole sconce.
Ecco allora come descrivono l’incontro di Gesù con una prostituta in casa di Simone: «Ed
essendosi posta dietro presso i piedi [di Gesù], piangendo con le lacrime [la donna] incominciò a
bagnare i piedi e con i capelli li asciugava e baciava i piedi e li ungeva di unguento».
Che scena. Innocua a prima vista, in realtà sconvolgente se scopriamo il vero significato delle
immagini usate. I piedi, nella simbologia ebraica, rappresentano gli organi genitali, e in questa frase
vengono nominati per ben tre volte. I capelli, poi, erano considerati un’arma di seduzione dal grande
fascino erotico e soltanto le prostitute andavano in giro senza veli sulla testa a coprirli.
Gesù si lascia toccare, senza giudicare accetta quei gesti d’attenzione, espressione d’amore di
una donna molto probabilmente costretta a prostituirsi. E alla fine condanna l’ipocrisia di chi si
permetteva di giudicarli.
Ci sono altri episodi come questi, ma nascosti dietro interpretazioni troppo spiritualistiche.
Non dovrebbe scandalizzarci l’ipotesi che il profeta di Nazareth fosse stato sposato, com’era
prassi per tutti gli uomini del suo tempo, né che sua madre avesse avuto altri figli. E dei fratelli di Gesù
si racconta nei Vangeli apocrifi.
La regola è questa: ciò che è normale, ovvio, non viene scritto. Viene dato per scontato. È
talmente umano innamorarsi, vivere una relazione d’amore e alla pari, avere dei rapporti sessuali,
anche solo per un periodo, che gli evangelisti non lo dicono. Certo, lo stile itinerante di Gesù richiedeva
una buona dose di libertà e di distacco dalle cose e dagli impegni, ma nemmeno in questo caso veniva
chiesto ai discepoli di rinunciare alla propria compagna o compagno di vita.
In conclusione: il messaggio e lo stile di vita di Gesù di Nazareth, tramandato dalle prime
comunità di seguaci, non entra nel merito dei comportamenti sessuali.
Saranno i Padri della Chiesa, e soprattutto i pontefici, a formulare ipotesi moralistiche che con il
tempo diventeranno dogmi e divieti per l’intera cristianità.
Ma allora perché, vista questa visione positiva e liberatoria della sessualità da parte del
fondatore del cristianesimo, la tradizione cristiana straripa di testi che evidenziano proprio il contrario?
In poche parole, perché il messaggio di Gesù è stato travisato fin da subito?
San Girolamo ammette la sessualità solo in funzione della procreazione.
Sant’Ambrogio afferma che il matrimonio, pur essendo buono, implica certe cose per cui
persino le persone sposate arrossiscono di loro stesse.
Ci sono anche alcune voci fuori dal coro, come quella di Ireneo, che vede l’uomo come
immagine di Dio proprio in quanto carne. Ma la maggior parte dei Padri della Chiesa e dei santi ci ha
trasmesso una mentalità secondo cui la sfera della sessualità e più in generale quella della corporeità
vengono viste come qualcosa da cui liberarci per avvicinarci a Dio.
Provare piacere può diventare occasione di orgoglio e di peccato. Portare la croce, fare sacrifici,
astenersi da alcuni bisogni primari è segno di grande maturità spirituale.
Prendiamo in esame un grande santo della nostra tradizione cristiana come Agostino.
Se proviamo a riflettere sulla sua personale esperienza, al di là dell’immenso contributo
culturale e spirituale che ci ha lasciato, capiamo bene, per usare il linguaggio psicoterapeutico di oggi,
che la sfera sessuale non si è integrata armonicamente con le altre dimensioni della sua persona.
Nel suo libro autobiografico, le Confessioni, il vescovo di Ippona non nasconde di avere avuto
continue tensioni e difficoltà nella gestione della propria sessualità.
Non dimentichiamo che, prima della conversione, convisse per anni con una donna da cui ebbe
un figlio naturale, Adeodato, che morì a diciotto anni.
Sant’Agostino viveva l’attrazione per una donna come mera genitalità, come qualcosa di qualità
del tutto inferiore rispetto ai sentimenti e alla relazione di amicizia con un altro uomo.
La fase adolescenziale, quando le pulsioni erotiche sono molto forti e la tentazione di
trasgredire è normale, gli lascia un segno traumatico.
Perché non accettare con naturalezza il bisogno di conoscere il proprio corpo, di provare piacere
nel contatto fisico? Perché non accantonare paure, sensi di colpa, delusioni per aspettative troppo alte?
Nei Soliloquia scrive: «Quanto a me, penso che le relazioni sessuali vadano radicalmente
evitate. Penso che nulla avvilisca l’uomo quanto le carezze di una donna e i rapporti corporali che
fanno parte del matrimonio».
Pare voglia dirci: la voglia di sesso ci crea solo problemi, meglio reprimerla, levandoci dalla
mente pensieri cattivi e tagliandoci virtualmente il membro virile. L’apparato genitale dovrebbe servire
unicamente per la riproduzione della specie umana, voluta da Dio. Nonostante dica che la creazione è
buona, che i sensi sono utili e vanno ascoltati, si ha la sensazione che non ci creda abbastanza.
La bassa considerazione che molti santi hanno avuto dei rapporti sessuali, pur mossi da nobili
sentimenti, deriva quindi dalla mancanza di esperienze positive, sane, belle, sciolte da pregiudizi
culturali a sfondo religioso.
Come si è imposto il pensiero unico? Quando e perché una particolare interpretazione, non solo
della corporeità, è diventata la posizione ufficiale della Chiesa? Di concilio in concilio, di dogma in
dogma, di papa in papa.
Molti teologi e biblisti sostengono che il passaggio da semplice movimento locale a istituzione
religiosa universale abbia contaminato lo spirito originario delle prime comunità cristiane.
È ciò che è successo anche dopo la morte di Francesco d’Assisi. Proprio lui, che prendeva il
Vangelo alla lettera e non voleva regole e gerarchie, come avrebbe potuto accettare che il suo
movimento diventasse un ordine religioso e che i suoi rifugi nei boschi lasciassero il posto a imponenti
cattedrali?
Ecco il compromesso: per durare nel tempo, il cristianesimo si è istituzionalizzato e ha
inevitabilmente assunto ruoli di potere e di controllo.
«Il fatto che Gesù non volle mai fondare una Chiesa è un dato tranquillamente acquisito da
parte dell’esegesi e della teologia già da decenni, ma fatica ad arrivare alla coscienza delle masse
cristiane» afferma José María Vigil, uno degli esponenti di punta della Teologia Pluralista della
Liberazione nel suo capolavoro Teologia del pluralismo religioso.
Facciamo un passo indietro.
Partiamo dal concilio di Nicea, all’inizio del IV secolo.
Un imperatore, né praticante né battezzato, prende l’iniziativa di convocare i vescovi per il
primo concilio nella storia della Chiesa. Si tratta di Costantino, che per interessi e obiettivi suoi
organizza tutto a proprie spese: trasporto, vitto e alloggio. L’imperatore intuisce che la religione
cristiana può fungere da efficacissimo fattore di coesione per una società in buona parte frammentata e
divisa.
Il cristianesimo diventa dunque la religione ufficiale dell’Impero Romano e comincia ad
acquisire visibilità e potere.
Per gestire una struttura in continua crescita, i responsabili devono rafforzare la gerarchia, che
attraverso i dogmi eserciterà il controllo sull’intera massa dei fedeli.
Nasce così, per esempio, la prassi del pedobattesimo, cioè del battesimo dei bambini, che
sancisce l’appartenenza immediata di un individuo alla Chiesa.
Ma Gesù non si è forse fatto battezzare adulto da Giovanni Battista sul fiume Giordano?
Nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli si parla di Regno di Dio o – nel caso di Matteo, che
evitava di nominare direttamente Dio – di Regno dei cieli. Non di un mondo diverso, da meritare, ma di
un regno da costruire in questo mondo, attraverso l’amore, la giustizia e il perdono, secondo l’esempio
di Gesù di Nazareth.
A volte mi pare di respirare una sorta di nostalgia per un paradiso terrestre perduto,
irraggiungibile o distrutto e sostituito da quello celeste.
Ecco il motivo di una sempre crescente fuga dei cristiani dalle responsabilità concrete di questo
mondo, dalla politica, dall’economia, dai fermenti presenti nella società.
Da quasi due millenni, il mondo viene considerato solamente come un mezzo per giungere alla
vera vita (Paradiso), e non il luogo privilegiato in cui Dio ha posto l’uomo e la donna perché
ricevessero i suoi doni, ne godessero e li moltiplicassero.
Possiamo leggere in quest’ottica anche i sette sacramenti della tradizione cattolica.
Dal momento che la predicazione era incentrata sul male, sul demonio, sull’inferno, è nata la
prassi della confessione auricolare: per ottenere il perdono dei peccati e guadagnarsi un posto in
Paradiso, bisognava passare obbligatoriamente per le mani benedette del sacerdote, meglio se con una
gallina o una bottiglia di vino.
Molti, Lutero in testa, si sono chiesti: per rimediare a un’ingiustizia non basta fare come nel
passo evangelico ha fatto Zaccheo, che restituì quattro volte tanto a chi aveva frodato? O come il figliol
prodigo che chiese scusa direttamente al padre che aveva tradito?
Insomma, è proprio necessaria la figura di un intermediario che ci assicuri il perdono?
Se devo essere sincero, un dubbio mi assale: la confessione non potrebbe essere nata come
forma di controllo sulle coscienze da parte delle autorità religiose?
Il mio ex prete per alcuni anni ha confessato con il metodo classico, e la maggior parte dei
peccati dai quali doveva assolvere rientravano nella categoria dei peccati de sexto, cioè riconducibili al
sesto comandamento: «Non commettere atti impuri».
Il mio ex prete non ha mai assolto un evasore fiscale: non perché di manica stretta, ma perché
nessuno gli ha mai confessato questo peccato.
Legare strettamente il concetto di peccato alla gestione problematica della sessualità è stata
forse la carta vincente per assicurarsi una fila di fedeli scrupolosi fuori dai confessionali.
In effetti, chi si sente davvero maturo in tema di sessualità? Chi non ha mai provato un
desiderio erotico, chi non si è mai masturbato, chi non ha mai compiuto un atto sessuale con un po’ di
egoismo o di narcisismo?
Fino a non molto tempo fa, la confessione poteva essere l’unica occasione per una consulenza
psicologica, oltre che spirituale. Ora tutti sappiamo che per toglierci un vizio non basta una
benedizione. Occorre fare un serio percorso terapeutico e tanta buona volontà.
San Tommaso tenta una teologia della sessualità. Nella sua Summa Theologiae spiega che
l’uomo è relazione così come Dio è pura relazionalità.
Ed è proprio questo che rende l’essere umano tale, oltre gli istinti.
La relazione affettiva spinge l’uomo e la donna fuori di sé, alla ricerca di qualcuno da amare e
dal quale essere amati. Nell’atto sessuale si è l’uno nell’altro. Tutto l’essere è impegnato nella sua
interezza.
L’Aquinate non si vergognava neppure di raccontare ai suoi discepoli che talvolta, nel momento
in cui più intensa era la sua meditazione delle cose divine, il suo corpo reagiva con la polluzione. Un
fenomeno più comune di quanto non si creda.
Nel suo libro Il Risus paschalis e il fondamento teologico del piacere sessuale, pubblicato nel
1990, la teologa italiana Maria Caterina Jacobelli cercava di rispondere a questa interessante domanda:
c’è qualcosa nel piacere sessuale che lo collega al godimento di Dio?
Per fondare le sue tesi, la Jacobelli si rifà a san Tommaso. «Tommaso dice di sì: Dio gode. In
Lui, purissimo spirito, non ci può essere un godimento fisico, ma questa profonda esplosione di gioia
quando ricade nell’uomo ha evidentemente una ridondanza fisica; per cui si può a buon diritto dire che
la sessualità, con il piacere che comporta, ha la sua radice ultima in Dio.»
È strano sentir parlare così una teologa. Eppure Caterina Jacobelli, ormai alle soglie dei
novant’anni, ha tentato di parlare contemporaneamente, e in termini positivi, di Dio e della sessualità.
Il godimento sessuale donato all’uomo si radica nel suo essere creatura relazionale, nel suo
entrare totalmente in comunione con l’altro, che è quanto di più vasto e profondo sia stato dato alle
creature umane.
Scrive la teologa in un bellissimo passaggio: «In un’unione d’amore il corpo diventa strumento,
espressione, linguaggio di due persone che si comunicano la profondità del loro essere... l’orgasmo è
un grido muto di svuotamento totale: ecco, ti ho detto tutto. Nessun altro piacere donato all’uomo è in
grado di portarlo oltre il proprio spazio corporale e oltre il momento che sta vivendo. Nell’orgasmo
scaturito dall’amore lo spazio e il tempo si dissolvono e l’uomo sfiora l’infinito».
Sconvolgente.
Solo una donna poteva scrivere un libro del genere. Affrontando con intelligenza e delicatezza
il rapporto, che nell’immaginario collettivo è conflittuale, tra Dio e la sessualità.
Dal momento che la soddisfazione sessuale è indubbiamente determinante nella nostra vita,
perché nelle prediche o nella catechesi non si insegna come "fare bene l’amore"?
Prendetela come una provocazione, ma gli ormoni ci comandano più del Vangelo.
Vorrei parlarvi di un noto prete e teologo tedesco, Eugen Drewermann, scrittore e
psicoterapeuta, contro il quale il Vaticano si è scagliato negli ultimi anni.
Allontanato dalla facoltà cattolica di teologia a Paderborn, in Germania, dove teneva lezioni di
storia delle religioni e dogmatica, è stato sospeso a divinis, cioè dall’esercizio del ministero
presbiterale.
La sua critica alla Chiesa-istituzione riguarda in modo particolare il mancato utilizzo della
moderna esegesi biblica nella predicazione ufficiale. Il livello qualitativo della predicazione cattolica
non progredisce, è statico, volutamente anacronistico.
Eppure la ricerca esiste, demonizzata e imbavagliata, ma esiste.
Gli spunti di ricerca provengono molto spesso dall’esterno e sono opera di voci peregrine che
hanno gettato nuova luce sulla vita e sul Vangelo. Pensiamo a fenomeni come il movimento operaio, il
femminismo, il Sessantotto, i movimenti di decolonizzazione, la teologia della liberazione, i movimenti
dei gay, delle lesbiche e dei transessuali, il dialogo tra le culture e le religioni. Tutte voci che
dovrebbero indurre a un’apertura mentale e all’abbandono della pretesa di "bastarsi", perché la vita non
deve essere un dogma, bensì un dialogare.
Non solo Drewermann, ma altri studiosi della Bibbia che descrivono un Gesù più umano, sono
stati in qualche modo puniti dalle gerarchie ecclesiastiche.
Detta in modo brutale: la paura che al fondatore del cristianesimo venga scrostata di dosso la
natura divina, che ha sempre permesso al cattolicesimo di imporsi come l’espressione più autentica del
volere di Dio, potrebbe creare problemi seri a tutto il sistema. E le scoperte che potrebbero indebolire il
potere e l’autorità della Chiesa cattolico-romana vengono oscurate.
Tornando a Drewermann, per lui l’approccio alle questioni morali deve essere totalmente libero
da ogni tipo di censura. La donna nella Chiesa, il celibato obbligatorio dei preti, gli anticoncezionali, i
rapporti prematrimoniali, l’aborto, i sensi di colpa: sono i temi che Drewermann affronta alla luce della
sua esperienza di psicoterapeuta.
In una sua opera intitolata I funzionari di Dio, spiega il voto della castità in questi termini:
«Sarebbe meglio se in futuro evitassimo semplicemente le espressioni "casto" e "non casto" ovvero
impuro: invece di dire che un comportamento o un atteggiamento è impuro sarebbe meglio dire che è
ingiurioso, rozzo, privo di riguardo, da macho, umiliante, prosaico, insensibile, meccanico, senz’anima,
senza fantasia, puramente tecnico, che mira soltanto a ottemperare al proprio dovere.
Tutte queste espressioni descrivono il comportamento concreto di due persone e parlano del
modo in cui sperimentano personalmente il loro rapporto.
Impuri sono in questo senso già i discorsi senza anima, oggettivanti e freddi con cui la teologia
morale cattolica continua ad affrontare le questioni dell’amore e delle angustie del cuore».
Drewermann si è messo in questione come uomo e come credente. Non ha fatto il topo da
sacrestia né l’intellettuale lontano dalle dinamiche concrete della vita.
Prima di sparire dalla circolazione, in una delle sue ultime interviste ha detto: «Ciò che agli
occhi della Chiesa costituisce un peccato, per me è un requisito principale: tradurre il messaggio di
Gesù in modo tale che entri in contatto con il disagio spirituale delle persone, che limiti gli aspetti
disumani presenti nella vita pubblica e che operi a vantaggio del dialogo con le culture».
Arrivato al culmine del suo impegno, forse deluso da tanta ipocrisia e fondamentalismo, forse
consapevole della sua impotenza, nel corso del talk show Menschen bei Maischberger della rete
tedesca ARD, il 13 dicembre 2005, ha annunciato a sorpresa di aver lasciato la Chiesa: «Credevo di
poter costruire dentro la Chiesa cattolica dei ponti tra il messaggio di Gesù e le esigenze delle persone.
Soffro ancora del fatto che la Chiesa fondamentalmente rifiuta tutto ciò».
Conclusione: «Mi sono fatto un regalo di libertà!».
La Germania è stata il campo di battaglia di un altro teologo noto in tutto il mondo, il professor
Hans Küng.
Hans Küng, in anni recenti presente sulla stampa internazionale per le critiche al suo compagno
di studi Joseph Ratzinger e alla gestione clerocentrica degli orribili casi di pedofilia, è sempre stato per
il Vaticano una spina nel fianco. E le sue continue prese di posizione in merito avrebbero portato
persino il cardinale Carlo Maria Martini a dire: «L’obbligo del celibato per i preti dovrebbe essere
ripensato».
Ho usato il condizionale perché la vicenda – risalente al 2010 – si tinse di giallo. Le
dichiarazioni di Martini furono riportate virgolettate dal quotidiano austriaco «Die Presse» e fecero il
giro del mondo. Ma subito dopo il cardinale si disse molto sorpreso e precisò: «Il settimanale non ha
interloquito con me direttamente, ha piuttosto ripreso una mia lettera ai giovani austriaci. Ma il testo di
tale lettera da me approvato diceva: "Occorrerebbe ripensare alla forma di vita del prete" intendendo
così sottolineare l’importanza di promuovere forme di maggiore comunione di vita e di fraternità tra i
preti affinché siano evitate il più possibile situazioni di solitudine anche interiore».
Ripensare alla forma di vita del prete. È già tanto. Tantissimo.
Tornando a Küng, le "scandalose" richieste che continua a rivolgere ai responsabili della Chiesa
vogliono mettere in discussione il primato del papa e il centralismo di Roma, nonché le posizioni
medioevali sulla morale sessuale e familiare.
Finché l’ultima parola su ogni cosa deve arrivare da un individuo eletto da un consesso di
pochi, non ci saranno mai riforme.
Küng è stato tra quelli che hanno condiviso le richieste di riforma presentate al Concilio
Vaticano II. Richieste troppo spesso ignorate, ancora oggi più attuali che mai, che rischiano di andare
perdute insieme all’entusiasmo degli ultimi vecchi rimasti ancora in vita.
La riforma della curia, cioè una decentralizzazione del potere, che dia più autonomia alle
comunità ecclesiali locali.
Una nuova visione della sessualità che sia una via di mezzo ragionevole tra un libertinismo
permissivo e un rigorismo fuori dal mondo.
L’eliminazione della legge medioevale del celibato obbligatorio per i preti, che non è conforme
né alla Scrittura né al tempo.
La revisione del sistema di elezione dei vescovi e il ritorno a un’antica tradizione cattolica che
lasciava al popolo, clero locale e laici, il diritto di acclamare vescovo una persona degna, mentre i
vescovi vengono ancora scelti in base al criterio della conformità alla linea romana.
Infine l’elezione del papa da parte di un sinodo di vescovi rappresentativo della Chiesa
universale, e non per opera di un collegio cardinalizio romano.
Sogni, ideali, speranze, illusioni, che motivano ancora l’appartenenza a questa Chiesa di molte
persone, gruppi, movimenti.
«Non vogliamo inventare un’altra Chiesa, ma rendere altra questa Chiesa» è il motto delle
comunità ecclesiali di base presenti in Italia.
Grazie all’apporto prezioso del professor Küng possiamo arrivare alla seguente e amara
conclusione: la visione negativa della sessualità e la pretesa di doverla in qualche modo regolamentare
hanno a che fare con la gestione del potere. Mentre la sfida delle sfide è quella di evangelizzare senza
potere, partendo da una relazione di uguaglianza, da un modo di relazionarsi fra eguali e non da
superiore a inferiore.
Chi la pensa in questo modo viene accusato di comunismo ed è destinato a scomparire, come
sta succedendo a quei movimenti e a quelle comunità di base che sono nate in America Latina e hanno
dato origine alla Teologia della Liberazione.
Termine chiave: liberazione.
Il cammino del cristiano adulto è un processo continuo di liberazione: dai sensi di colpa, dalle
schiavitù vendute come bisogni primari, dalla dipendenza istituzionale che alimenta l’ignoranza e la
sudditanza, dalla paura di essere giudicati e puniti da Dio.
In sintesi, l’attuale posizione ufficiale della Chiesa cattolica romana in materia di morale
sessuale e familiare risente di una visione negativa e superficiale della sessualità che ha origini molto
antiche.
La dottrina cattolica ha una tremenda paura di chiedere aiuto alle scienze moderne per
comprendere e gestire fenomeni presenti in questa società. Ha paura di mettersi attorno a un tavolo
assieme ad altre voci e interpretazioni.
Perciò ribadisce con fermezza che il fine procreativo viene prima di quello unitivo. Che l’uso
del preservativo o di altri anticoncezionali, al di là di qualche sfumatura recente, è sempre peccato.
Ai conviventi o alle coppie sposate civilmente viene chiesta l’astinenza in vista del matrimonio
religioso, pena il rifiuto dei sacramenti, della comunione e della riconciliazione.
Ai divorziati non è concesso l’accesso ai sacramenti. Al punto che, nel gennaio 2008, il
cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, scrisse una lettera che suonava più o meno così: se avete
trovato uomini e donne della comunità cristiana che vi hanno in qualche modo ferito, se da loro avete
sentito giudizi senza misericordia o condanne senza appello, desidero esprimervi il mio dispiacere.
Alle coppie omosessuali viene detto: la vostra è una malattia, ma se proprio vi volete bene, state
pure insieme, purché non abbiate rapporti.
Ai preti viene chiesto il celibato obbligatorio.
Alle donne viene impedita l’ordinazione presbiterale.
Questa è la posizione ufficiale. Poi, di solito, e per fortuna, vince il buon senso.
Come quello che animava le esegesi di Giuseppe Barbaglio, noto teologo e biblista, che in una
conferenza del 1975 disse: «L’amore tra maschio e femmina vale per se stesso: non ha bisogno di
benedizioni sacre. L’amato e l’amata non sono marito e moglie, ma maschio e femmina. L’amore non
ha bisogno di essere reso onesto da una struttura giuridica. Non è il matrimonio che rende onesto
l’amore, se mai sarà il luogo dove lo si vive. L’amore ha una dimensione profondamente corporea,
erotica: non ha bisogno di essere coonestato da spiritualizzazioni».
Alla fine vince il buon senso.
Come quello di molti preti, animatori di comunità e catechisti, che predicano e cercano prima di
tutto il bene integrale della persona e la giustizia sociale. Che non confondono i mezzi con il fine, i
concetti con le storie reali.
Come quello di molti credenti, laici e non credenti, che si sentono responsabili delle proprie
scelte e non accettano di essere trattati come eterni bambini.
In conclusione, tutto ciò che qui è stato appena scritto è opinabile, discutibile, azzardato e
improprio.
Ma è importante che si parli di sessualità. Non solo come problema o questione privata, ma
come luogo di crescita e di felicità, che appartiene a tutti, tranne agli angioletti del presepe.
Ventitré
Eugen Drewermann è scrittore, critico, teologo ed ex sacerdote.
Studi alla mano sostiene che in Germania, su un totale di diciottomila sacerdoti, almeno seimila
vivono insieme a una donna.
E senza che tutto ciò sia motivo di particolare scandalo.
Uno su tre.
Io sono stupito.
Drewermann, che è tanto famoso quanto autorevole, dice che il fenomeno non lo colpisce più di
tanto. La società tedesca è per tradizione più aperta di quella italiana nei confronti della sessualità, di
conseguenza si dimostra più tollerante con i sacerdoti poco ligi alle regole.
In un sondaggio pubblico effettuato nell’aprile 2005, dopo la morte di papa Giovanni Paolo II,
il 78 per cento dei cattolici tedeschi si dichiarò favorevole a un alleggerimento del divieto per i preti di
vivere la propria sessualità e di convolare a nozze. Il 77 per cento degli intervistati si espresse a favore
del sacerdozio femminile. Speranze condivise non solo dalla base cattolica ma, a sorpresa, anche dagli
stessi religiosi.
Nella vicina Austria, una recente inchiesta realizzata su un campione di cinquecento preti da
Paul M. Zulehner, teologo già decano della facoltà di teologia cattolica dell’università di Vienna, ha
portato a questi risultati: l’81 per cento dei sacerdoti intervistati auspica l’abolizione dell’obbligo del
celibato, il 51 per cento è per l’introduzione del sacerdozio femminile.
Zulehner ha raccolto la sua indagine in un libro: Wie geht’s, Herr Pfarrer? (Come va, signor
parroco?), dal quale emerge un quadro di profonda trasformazione della Chiesa nelle sue figure
istituzionali e nella vita comunitaria.
Dice Zulehner: «Il processo di cambiamento in atto non può essere evitato, anzi richiede un
governo responsabile da un punto di vista sia giuridico che ecclesiale».
In realtà, il malcontento per l’attuale politica vaticana sul tema del celibato serpeggia, seppur
più discretamente, anche tra le cariche più alte.
Ne sa qualcosa Hanspeter Schmitt, professore di etica all’università teologica di Chur, in
Svizzera, autore di un articolo, pubblicato sulla rivista «Diakonia», contenente una lista completa dei
vescovi in servizio nei paesi di lingua tedesca che, in una o più occasioni, si sarebbero pubblicamente
espressi a favore di una sua abolizione: Robert Zollitsch (Friburgo), Ludwig Schick (Bamberga),
Franz-Josef Bode (Osnabrück), Heinz-Josef Algermissen (Fulda), Hans-Jochen Jaschke (Amburgo),
Thomas M. Renz (Stoccarda), Christoph Schönborn (Vienna), Manfred Scheuer (Innsbruck), Ludwig
Schwarz (Linz), Alois Kothgasser (Salisburgo), Kurt Koch (Basilea), Norbert Brunner (Sitten).
Nello stesso articolo, Schmitt prende una netta posizione contro l’obbligo del celibato per i
sacerdoti, che considera non necessario sia sotto il profilo teologico sia per il diritto ecclesiastico:
«L’obbligo del celibato è ormai considerato un inutile e pesante fardello da gran parte dei preti della
Chiesa cattolica. Esso è all’origine di una vera e propria emorragia di sacerdoti, che mina alla base il
normale svolgimento della vita parrocchiale in un numero crescente di diocesi».
Per Schmitt, la mancanza di una sfera intima vissuta all’interno di un normale matrimonio
spingerebbe molti sacerdoti a cercare delle sostituzioni altrove. E anche coloro che riescono a vivere il
celibato non sfuggono, denuncia il teologo, al sospetto generale che li vede come una «casta
sessualmente frustrata» e di conseguenza molto pericolosa.
«I vescovi sanno bene di cosa parlo. Peccato che per salvare le apparenze si ostinino a difendere
lo status quo.»
In Svizzera sono molte le voci a favore di una riforma del sacerdozio. Per esempio, il Sinodo
della Chiesa Cantonale di Lucerna, la Kirche von unten (Chiesa dal basso), politici come Doris
Leuthard, il vescovo di San Gallo Markus Büchel e l’abate del monastero benedettino di Einsiedeln.
Si avverte in giro una grande voglia di riforma.
Il mondo cattolico è in fermento.
Basti pensare all’appello contro il celibato lanciato in Germania da un gruppo di importanti
politici di area cattolica. Tra questi, addirittura il presidente del Bundestag, Norbert Lambert.
Qualcosa di sbalorditivo, di impensabile per noi italiani.
Per capire qual è il livello del dibattito culturale in Germania si consideri che un appello contro
il celibato fu lanciato, in via confidenziale, da otto illustri giovani teologi tedeschi già nel 1970.
Ebbene, tra i firmatari della missiva indirizzata alla Conferenza episcopale tedesca ci sarebbe
stato l’allora quarantaduenne Joseph Ratzinger.
Diffuso ormai in più di venti paesi sparsi per i cinque continenti, il movimento Wir Sind Kirche
(Noi siamo Chiesa), nasce in Austria nel 1995 a seguito del grande scandalo mediatico che investe il
potente arcivescovo di Vienna, Hans Hermann Groër, accusato di abusi su minori.
Questo il motto dell’associazione: «Siamo la voce della gente seduta sulle panche delle chiese».
Lo scopo: spingere verso un lungo cammino di riforme.
Già all’indomani della sua fondazione, Wir Sind Kirche lancia il Kirchenvolks-Begehren, una
petizione senza precedenti con la quale si chiede un forte rinnovamento all’interno della Chiesa
cattolica.
Una Chiesa dal volto più fraterno, portatrice di un messaggio di gioia e non di cupa minaccia.
L’uguaglianza delle donne in tutte le cariche ecclesiastiche, compresa quella pontificia.
Il celibato sacerdotale come libera scelta.
La rilettura della sessualità in termini positivi, come parte fondamentale e insostituibile del
disegno di Dio per l’uomo.
La petizione viene aperta alla sottoscrizione il 3 giugno 1995. Una ventina di giorni dopo, con
grande sorpresa degli organizzatori, hanno già firmato più di 505.000 persone in Austria, e addirittura
quasi due milioni in Germania. Numeri che dimostrano quanto profondo e sentito sia, tra i cattolici dei
paesi di lingua tedesca, il dissenso nei confronti di certe politiche vaticane, in particolar modo quelle
che riguardano la sfera della sessualità.
È anche per questo che, proprio in Germania, esistono diversi siti internet, blog e forum dove si
ritrovano le donne che hanno relazioni nascoste con i preti.
Seleziono due testimonianze.
La prima non è firmata ma proviene da un indirizzo e-mail riconoscibile.
«Cari amici, ho un bel problema: da tempo vivo una relazione tra alti e bassi con un prete
cattolico. Lo amo, lo amo per davvero. È l’uomo che amo più di ogni altro e senza il quale non potrei
immaginare la mia vita. Mi sorprendo spesso a pensare come sarebbe vivere insieme a lui, essere sua
moglie, avere dei bambini.
Fin qui niente di strano, direte: una giovane ragazza si è innamorata del suo parroco.
Il problema è che anche lui mi ama. Vive combattuto tra l’amore che nutre per me e quello per
Gesù, con la paura di infrangere la promessa che un tempo ha fatto alla Chiesa.
Anche se non continuativa, la nostra relazione è splendida.
Facciamo sesso, rimaniamo per ore a letto nella sua abitazione, discutiamo di tutto, io lo aiuto a
preparare le sue prediche, mentre lui sta seduto accanto a me e mi stringe forte le mani.
Sia chiara una cosa: non si tratta solo di sesso. Quello che ci lega è semplicemente meraviglioso
e non mi sono mai sentita così bene come quando gli sono vicina.
Ma a questo si alternano i periodi neri, quando lui all’improvviso mi respinge, mi intima di
tornare a casa, mi avverte che una relazione con lui non è possibile. Sono i periodi in cui il suo senso di
colpa prende il sopravvento, in cui si sente un traditore della Chiesa e di Cristo.
Io capisco la natura del suo rifiuto, sono io stessa cattolica praticante, ma quando ciò avviene
sprofondo in un buco nero, passo ore a piangere sotto le coperte. Le mie attività quotidiane, che un
tempo adempivo con gioia, perdono di sapore e di significato.
Mi domando che senso abbia una vita se non posso viverla accanto all’uomo che amo.
Ho bisogno di lui e non riesco a dimenticarlo. Sono pazza?»
La seconda storia è di Tanja Disperata.
«Ho ventotto anni e da circa due vivo una relazione con un prete cattolico.
Tutto è cominciato la volta in cui gli chiesi di potergli parlare in privato perché avevo perso il
lavoro ed ero disperata.
Dopo diversi incontri, un giorno è successo quello che doveva succedere. Abbiamo provato a
più riprese a interrompere il nostro rapporto, senza mai riuscirci.
Ma il sesso tra di noi è paradisiaco. O infernale, dipende dai punti di vista.
Gli ho proposto più volte di abbandonare il suo servizio di sacerdote e iniziare a lavorare come
insegnante di religione, ma non ne vuole sapere.
Mi vuole come amante, sì, ma al suo lavoro di sacerdote non ha nessuna intenzione di
rinunciare. Non sente di commettere un peccato, perché a suo dire il celibato è stato introdotto dalla
Chiesa, non da Dio. Dice di amarmi moltissimo, ma anche che, viste le circostanze, deve rimanere un
amore segreto.
Dovrei denunciare il nostro amore ai suoi superiori? A volte mi auguro che qualcuno ci becchi.
Non riesco più a vivere così.
Mi capita addirittura di pensare spesso al suicidio. Aiutatemi.»
Provo a sentire l’associazione Wir sind Kirche tedesca, fondata nel 1996, pochi mesi dopo
quella austriaca.
Parlo con il portavoce, Christian Weisner.
Lui è fiducioso. Dice che nei prossimi anni l’argomento della sessualità dei sacerdoti entrerà
nell’agenda delle riforme della Chiesa: «È inevitabile. La cura delle anime, non solo in Germania, ma
in tutto il resto del mondo cattolico, si trova a un punto critico. Sono sempre meno i giovani disposti a
intraprendere un percorso di sacerdozio che preveda il celibato. I numeri parlano chiaro, e la Chiesa di
Roma non potrà ignorarli ancora a lungo».
Weisner mi fornisce alcune cifre.
Durante il pontificato di Giovanni Paolo II, durato più di ventisei anni, il numero di cattolici nel
mondo è aumentato del 40 per cento. Di contro, il numero dei sacerdoti nello stesso periodo è sceso del
4 per cento.
Weisner non ha dubbi: la causa principale è l’obbligo del celibato, che mina alla base il diritto
delle comunità cattoliche all’educazione religiosa.
Circa la metà delle comunità cattoliche nel mondo non avrebbe più un proprio parroco.
Nel 2005, secondo l’annuario pontificio, il numero medio di cattolici per prete era pari a 2.700,
contro i 1.800 del 1978.
La preoccupazione di Weisner è condivisa da Helmut Schüller, presidente dell’organizzazione
austriaca Pfarrer-Initiative, un movimento fondato il 2 aprile 2006 a Sankt Pölten per salvare le tante
parrocchie minacciate di chiusura per mancanza di sacerdoti.
Parlo con Schüller al telefono: «Ci sono molti religiosi, dotati di una forte vocazione, che
vengono costretti dalla Chiesa ad abbracciare un celibato nel quale non si riconoscono. Analogamente,
ci sono molte persone che avrebbero le carte in regola per fare bene il mestiere di prete ma si tirano
indietro per paura del celibato. Come ogni impresa del mondo civilizzato, sarebbe ora che anche la
Chiesa mettesse in conto un paio di riforme».
Ormai c’è addirittura chi prega perché i preti possano prendere moglie.
Dal 2009, la comunità di Hammelburg, in Germania, si riunisce ogni giovedì alle 18 per
un’insolita "preghiera per l’abolizione del celibato".
L’iniziativa nasce dal risentimento di gran parte dei parrocchiani per la sospensione del loro
amato parroco, rimosso per aver ammesso in pubblico la relazione con una donna e per aver espresso il
desiderio di riconoscere il figlio nato dall’unione.
Contatto telefonicamente uno degli organizzatori: «La nostra idea iniziale era di smettere con
l’inizio dell’Avvento. Invece, a più di un anno da quel giorno, siamo ancora qua. Siamo profondamente
convinti che i tempi siano maturi per una rivolta delle persone pie. Ci auguriamo di essere la scintilla
che accenderà il fuoco in altre parrocchie del paese. È tempo di abolire il celibato sacerdotale e
intraprendere un percorso di cambiamento».
Anche nei paesi di lingua tedesca le conseguenze per i sacerdoti che vengono meno all’obbligo
del celibato sono le stesse: la perdita immediata del ministero sacerdotale e l’inizio di un difficile, se
non impossibile, percorso di reinserimento nel mondo del lavoro.
L’ha sperimentato sulla propria pelle padre Fent, anziano sacerdote salesiano della diocesi di
Kappeln, in Austria.
Il 15 novembre 2010 il quotidiano austriaco «Kurier» riportò la notizia che padre Fent era stato
sospeso dal servizio perché, a seguito di una soffiata, era risultato sposato con la sua cuoca. Addirittura
all’anagrafe del comune.
Nonostante l’età, la sua pensione venne subito congelata.
In un’intervista rilasciata allo stesso quotidiano, il giorno dopo lo scandalo, l’ex sacerdote si
difese con ardore: «Non sono una pecora nera. Posso dire con certezza che il 75 per cento dei preti ha
una relazione nascosta, e almeno la metà di loro ha addirittura dei figli. La soluzione per le tante donne
che hanno dei figli con un religioso è che la Chiesa fornisca loro gli alimenti. Finché ci sarà l’obbligo
del celibato, esse, come i loro figli che non possono dire in pubblico la parola papà, rimarranno le
principali vittime di questa ipocrisia».
Ventiquattro
In cerca di altri dati, contatto Claus Schiffgen, presidente di Vereinigung katholischer Priester
und ihrer Frauen (Associazione dei preti cattolici e delle loro donne): «Secondo le nostre stime, in
Germania il 50 per cento dei sacerdoti ha una relazione stabile, etero o omosessuale. È un’emorragia:
diminuisce il numero delle persone che vogliono diventare preti mentre aumenta quello di coloro che
abbandonano a causa del celibato».
Scopro che all’interno della Chiesa cattolica tedesca esistono molti preti sposati. La maggior
parte di loro non può officiare perché ha dovuto scegliere tra vocazione sacerdotale e matrimonio.
Ma c’è un’eccezione: i sacerdoti protestanti convertiti al cattolicesimo. Quelli sposati prima
della conversione hanno ottenuto dal Vaticano la possibilità di rimanere tali.
Seminaristi in calo, preti in fuga, parrocchie vuote.
A un certo punto una massa di preti protestanti bussa alla porta del Vaticano e si dice pronta a
convertirsi.
Per la Chiesa di Roma è una bella boccata di ossigeno.
Ma c’è un problema. La maggior parte dei preti protestanti è ammogliata.
Che fare dunque?
Papa Giovanni Paolo II, nel 1980, emette un provvedimento speciale con cui concede ai
convertiti il permesso di esercitare il sacerdozio pur rimanendo sposati.
Negli Stati Uniti sono circa un centinaio.
Il reverendo Richard Bradford, per esempio, ha una moglie e tre figli ed è parroco di una chiesa
vicino a Boston. Prima di convertirsi al cattolicesimo, Bradford era sacerdote di una chiesa episcopale,
che permette ai suoi rappresentanti di sposarsi.
La storia di padre Sidney Bruggeman è molto simile. Protestante, sposato da trentotto anni,
quattro figli, dieci nipoti. Si avvicina al cattolicesimo dopo avere mandato tre delle sue figlie in una
scuola cattolica solo perché era la più vicina. Così, dopo decenni all’interno della Chiesa protestante, si
converte. Ci vorranno quattordici anni di preparazione e il consenso del papa, per fare di nonno
Bruggerman un vero sacerdote del Nebraska.
Paul Schenck, sposato da trentatré anni e padre di otto figli, è nato all’interno di una famiglia
ebrea ma è diventato cristiano a sedici anni, pastore protestante nel 1994 e infine cattolico nel 2004.
Può celebrare la messa.
Contrario all’aborto e all’eutanasia, ha organizzato numerose manifestazioni. Nel 1992 è stato
arrestato per avere mostrato un feto abortito a Bill Clinton durante la Convention democratica a New
York. È direttore del National Pro-Life Action Center (Centro nazionale per il diritto alla vita), e ha
fondato l’emittente radiofonica National Pro-Life Radio.
Nel 2005, Tom McMichael ha dato le dimissioni dalla sua congregazione luterana e abbracciato
la religione cattolica. Il papa ha accettato la sua richiesta. Nel 2009, a Seattle, dopo qualche anno di
preparazione, McMichael è stato ordinato prete cattolico. Pur essendo sposato da ventitré anni e avendo
due figli di diciannove e vent’anni.
Negli Stati Uniti si registrano molti casi di sacerdoti che hanno deciso di sposarsi di loro
iniziativa dopo aver atteso invano il via libera da Roma. Ma il territorio americano è molto difficile da
controllare.
Morale, numerosi preti cattolici sposati continuano a celebrare matrimoni e battesimi nelle loro
congregazioni, anche se poi la Chiesa ufficiale non ne riconosce la validità.
John Schuster, per esempio, si è sposato nel 1983 contro il volere del Vaticano ma continua ad
amministrare i sacramenti, a pagamento, in una piccola cittadina dello stato di Washington, dove
altrimenti non ci sarebbe un sacerdote cattolico.
Don Wright ha lasciato la Chiesa per sposare sua moglie Jane e da allora pratica la sua religione
per la Old Catholic Church of America, un’associazione di chiese che sembrano cattoliche, e si sentono
tali («Non siamo mai stati scomunicati»), ma che non ricevono fondi dal Vaticano.
Emblematica è la storia di Frank Baiocchi.
Terzo dei cinque figli di una coppia di immigrati italiani arrivati da un paese vicino a Lucca,
Frank cresce a Chicago in una famiglia molto cattolica. Prende i voti nel 1960, dopo cinque anni di
seminario.
Frank rimane in una parrocchia di Chicago per più di dieci anni, dove fonda un’associazione per
giovani cattolici. Conosce una ragazza, figlia di immigrati polacchi e italiani.
Si innamora.
Non sapendo cosa fare, racconta tutto al suo superiore, che gli suggerisce di concedersi una
breve relazione e poi di dimenticare la donna.
Raggiungo Baiocchi al telefono in Wisconsin: «L’arcivescovo mi ha detto senza mezze misure
che aveva pronto un lavoro importante per me, una volta che avessi finito con lei. Mi sono sentito
profondamente deluso dalla reazione del mio superiore e dalla sua totale mancanza di rispetto nei
confronti della donna che amavo e stimavo».
Baiocchi decide di fare di testa sua e ignora l’arcivescovo. Manda una lettera in Vaticano con la
quale chiede di essere dispensato per potersi sposare.
La risposta, arrivata a poche settimane dalle nozze, è negativa. Il matrimonio si celebra lo
stesso, nel dicembre del 1971.
«Roma non lascia facilmente che i suoi adepti la abbandonino, vuole tenere tutti sotto la sua ala,
anche quando questi vogliono costruirsi una vita diversa.»
Frank torna a studiare e trova lavoro come insegnante nel vicino stato del Winsconsin, gli
nascono due figlie e rimane comunque attivo nella comunità cattolica.
«Io e mia moglie ci siamo lentamente allontanati dal cattolicesimo nel corso degli anni. La mia
religione, quella che ho abbracciato con convinzione sin da giovanissimo, significava per me apertura
verso l’esterno e sostegno per i bisognosi, ma la crescente ondata di messaggi di chiusura, come il
rifiuto della contraccezione e dell’omosessualità, mi ha deluso a tal punto da farmi decidere di
lasciarla.»
Colpo di scena: raggiunta l’età della pensione, Frank diventa ancora una volta padre Baiocchi.
Ha infatti fondato una Chiesa aperta a tutte le religioni che si chiama Jesus is our Shepherd (Gesù è il
nostro pastore), dove ogni domenica celebra la messa e numerosi matrimoni.
«Non ho più nessun rispetto per gli arcivescovi degli Stati Uniti. Non hanno alcuna integrità.
Sono solo degli arrivisti a caccia di potere e denaro che non hanno realmente a cuore l’interesse dei
loro parrocchiani.
Credo che la Chiesa abbia paura di accettare il matrimonio dei sacerdoti, che pure nei secoli
passati era comune, perché teme di dover condividere la ricchezza e il potere con le loro mogli.
È tutto un problema di controllo. È molto più facile controllare un uomo solo che uno con una
famiglia alle spalle.»
Altra storia: Daniel O’Rourke.
Daniel prende i voti nel 1959 e lascia il sacerdozio per sposarsi nel 1971. Ha lavorato per
l’Università di New York per trentacinque anni, collabora con alcune riviste e scrive di religione e
spiritualità. Ha tre figli e sei nipoti.
Anche con Daniel parlo al telefono.
«Per i preti, avere relazioni sessuali è del tutto normale. Chi entra nella Chiesa di solito è
giovanissimo, inesperto e ancora immaturo dal punto di vista sessuale. La vita del seminario ti tiene
separato da mondo e non ti fa sperimentare quelli che sono i passaggi di crescita naturali che rendono
un uomo maturo.
Sono convinto che solo ora che sono sposato, che ho vissuto la vita coniugale in prima persona
e so cosa prova la maggior parte degli uomini nel corso della vita, posso davvero comprendere le loro
inquietudini e quindi dare consigli razionali e logici.
Il mondo di oggi è particolarmente malato di sesso, la quantità di immagini pornografiche a cui
siamo sottoposti tramite internet e la televisione è enorme. Il tutto viene esasperato dalla particolarità
della nostra società americana, che è estremamente puritana.
Alcuni sostengono che i casi di pedofilia che sono stati scoperti negli ultimi anni all’interno
della Chiesa siano dovuti proprio a questo. Ma io non credo sia così.
Credo però che all’interno della Chiesa ci sia una grande quantità di omosessuali che negano di
essere tali e si trovano a vivere repressi. Soprattutto tra i giovani preti, più che tra quelli delle
generazioni precedenti.
Molti preti hanno relazioni sessuali e i vescovi fanno finta di niente. Il loro prestigio è più
importante della correttezza morale.
L’ho provato in prima persona, credimi. È molto difficile mollare tutto per una donna. Lasciare
il sacerdozio, in cui credevi e che pensavi sarebbe stato per sempre, è come dover affrontare un
divorzio. Ti separi da una parte importantissima della tua vita che ti dava stabilità.
Anche se un giorno noi preti sposati fossimo in grado di tornare a praticare il sacerdozio, non
credo lo farei: c’è troppo controllo sugli individui da parte della Chiesa.
Credo che le cose cambieranno solo tra cento anni, non con questo papa e nemmeno con il
prossimo. Ma ho fiducia, un giorno vedremo preti cattolici sposati e persino donne sacerdote.»
Venticinque
I preti sposati sono diventati una grossa realtà anche in Europa.
In Spagna pare siano più di seimila, il 20 per cento di tutto il corpo sacerdotale, uno su cinque.
La conta è stata fatta dal giornalista José Catalán Deus, che ha sempre seguito da vicino gli
affari del Vaticano.
Anche in questo caso, ovviamente, si tratta di stime. I numeri esatti non si conoscono perché il
Vaticano non li comunica. Li nasconde. Altrimenti dovrebbe allontanare una discreta parte dei preti
spagnoli. E non se lo può permettere.
Mancanza di nuove vocazioni e invecchiamento del clero sono problemi seri: per ogni
seminarista che diventa prete, muoiono tre sacerdoti. E il ricambio generazionale non tiene il passo.
Davanti a un fenomeno così rilevante, l’arcivescovato di Madrid si è trovato più volte nella
situazione di dover emettere comunicati per ribadire come ai preti sposati sia assolutamente vietato dire
messa, distribuire l’eucarestia, confessare, sposare, benedire, battezzare.
Ma molti di loro fanno finta di non sentire, forti del fenomeno che cresce alle loro spalle: sono
ben centocinquanta i movimenti spagnoli che si battono per l’introduzione del celibato opzionale e
chiedono che siano i sacerdoti a scegliere, sulla base della convinzione che il celibato imposto per
legge non trova riscontro nella Bibbia, nella teologia, nella tradizione cattolica.
Non è un dogma, insomma, ma una norma introdotta dal Vaticano. E come tale, può essere
abolita.
Tra questi movimenti, la maggior parte di piccola taglia, si distinguono due associazioni:
l’Asce, Asociación de Sacerdotes Casados de España (Associazione dei sacerdoti spagnoli sposati) e il
Moceop, il Movimiento pro-Celibato Opcional (Movimento per il celibato opzionale). Raccolgono ex
preti con le loro donne, ma anche tanti sacerdoti che pur avendo moglie e figli non sono mai stati
formalmente cacciati dalla Chiesa, o perché gli è stata concessa una dispensa, oppure perché le
gerarchie ecclesiastiche hanno fatto finta di non sapere.
L’obiettivo principale di queste associazioni è quello di favorire il reinserimento nell’esercizio
ministeriale dei sacerdoti sposati, che grazie all’esperienza della famiglia e di un lavoro esterno alla
Chiesa avrebbero un bagaglio di esperienza più completo.
Prendiamo Julio Pérez Pinillos. È sposato e ha due figlie.
È il presidente della Federazione europea dei sacerdoti cattolici sposati.
È tuttora sacerdote, pare grazie all’aiuto di vescovi compiacenti.
Julio è un prete operaio, un cura obrero. Uno di quelli che negli anni Sessanta e Settanta, nel
pieno della dittatura di Franco, vivevano in mezzo alla gente, facevano comizi per scuotere le
coscienze, si sporcavano le mani per ricostruire quanto la dittatura franchista distruggeva.
È un uomo bellissimo. Occhi di un azzurro profondo come il mare, moro, pelle olivastra. È
figlio di contadini, piegati dal caldo secco di Espinosa de Cerrato, un piccolo paesino vicino a Palencia,
nel cuore della regione di Castilla y León.
In testa, un’idea: diventare sacerdote e partire per le missioni in paesi lontani.
Quando nel 1964 indossa per la prima volta l’abito talare ha ventitré anni. Diventa parroco di
tre poverissimi villaggi castigliani. Quattrocentotrenta abitanti in tutto. Età media sessant’anni. Nessun
giovane. Tutti emigrati verso le città più grandi in cerca di lavoro.
Julio vede i suoi villaggi morire uno dopo l’altro. Decide di andare in missione. Prepara la
valigia.
Arriva a Madrid. Il clima nella capitale è caldo. Le rivoluzioni operaie rendono la città
tumultuosa. Julio capisce che non c’è bisogno di andare fuori dai confini spagnoli. Nella sua terra c’è
molto da fare.
Trova lavoro in una multinazionale che ha sede a Vallecas. Fa l’operaio. Diventa rappresentante
sindacale delle Comisiones Obreras, il sindacato dei lavoratori. Vive sulla sua pelle le difficoltà della
gente durante la crisi industriale degli anni Settanta e la rivoluzione sociale che segue la morte di
Franco nel 1975.
Negli ambienti del sindacato conosce Emilia, compagna di lotta con cui ama parlare del senso
della vita e del messaggio di Gesù. Emilia non è la prima donna di cui Julio si innamora. Ma è quella
giusta.
Decide di sposarla. Ha trentatré anni.
Insieme chiedono udienza al vescovo. Gli dicono che vogliono sposarsi.
La risposta è rivoluzionaria: il Vangelo non lo impedisce. Ma il passo è difficile e le difficoltà
da superare grandissime.
Julio ed Emilia si sposano. È il 1974.
Con loro, nella piccola chiesa di Vallecas, ci sono venti sacerdoti e duecentocinquanta fedeli.
Una cerimonia atipica e contro le leggi della Chiesa. Nessuna richiesta di dispensa sacerdotale. Niente.
Anche perché Julio, per averla, si sarebbe dovuto sottoporre a un test psicologico che avrebbe
dichiarato la presenza di seri problemi di equilibrio mentale.
A Vallecas Julio continua a lavorare in fabbrica. Dal matrimonio con Emilia nascono due figlie.
Ancora oggi che è professore in una scuola superiore, quando i fedeli glielo chiedono Julio dice
messa e distribuisce la comunione. Il suo corpo racconta ancora il fisico atletico, gli addominali e i
tricipiti scolpiti degli anni della gioventù. Lo sguardo è deciso, la voce calda.
In tutti questi anni, Julio ha potuto contare sull’appoggio dei fedeli, della sua famiglia e dei suoi
amici. E con lui la Chiesa spagnola è stata tollerante, come lo è stata in diversi altri casi, con una sorta
di riconoscimento tacito all’esercizio del ministero da parte dei preti sposati, soprattutto nelle comunità
più piccole.
Passiamo alla vicenda di Gumersindo Meiriño.
Gumersindo entra in seminario a Santiago de Compostela alla tenera età di dieci anni.
Diventa sacerdote a venticinque anni, fa un dottorato in teologia all’Università di Navarra,
passa per tutta una serie di parrocchie prima di partire per le missioni in Sudamerica.
In Argentina si innamora di María, una missionaria laica.
A quarant’anni decide di sposarla. Senza abbandonare il sacerdozio.
Non chiede la dispensa.
I due si sposano nel salone di un club sportivo con una cerimonia civile. Il vescovo di Santo
Tomé, la cittadina argentina dove Gumersindo guida la missione, indirizza una lettera a tutti fedeli: chi
partecipa al matrimonio del sacerdote commette peccato mortale. Mentre a Ourense, la diocesi
spagnola originaria di Gumersindo, il vescovo chiede ai fedeli di convincerlo a tornare sulla buona
strada.
Nulla da fare, Gumersindo tira dritto verso il matrimonio.
Sospeso dal sacerdozio, oggi è un teologo apprezzato.
La storia di Gumersindo è simile a quella di Victorino Pérez Prieto.
Teologo e sacerdote sposato, Victorino continua a celebrare l’eucarestia nonostante la diocesi di
Mondoñedo-Ferrol, nella regione della Galizia spagnola dove è stato ordinato sacerdote nel 1981, lo
abbia più volte richiamato all’ordine con note intimidatorie.
Victorino è stato sacerdote per venticinque anni. Parroco prima in una serie di villaggi popolati
da agricoltori, poi in cittadine di mare e centri più grandi.
Victorino è un teologo dalla cultura sconfinata. Nazionalista, convinto della necessità di una
maggiore autonomia politica ed economica della sua Galizia, si innamora di Cristina Moreira e la sposa
con rito civile dopo aver abbandonato il sacerdozio. Con disappunto.
Victorino continua a dire messa in una chiesa dell’arcidiocesi di Santiago. Che ha fatto melina
di fronte alle denunce di alcuni fedeli, salvo poi esporsi ufficialmente quando la vicenda è finita sulla
stampa.
Un portavoce ufficiale del Vaticano ha prima negato che ci fosse un sacerdote sposato
nell’arcidiocesi di Santiago, per poi fare un passo indietro e, con un comunicato ufficiale, proibire a
Victorino di celebrare o concelebrare la messa.
Ma Victorino se ne infischia e continua a fare di testa sua.
Sono sempre più numerose e autorevoli le voci che si levano da ogni provincia dell’impero a
favore di una riforma della regola del celibato.
Nel 2005 fece molto scalpore, in Francia, un libro autobiografico dell’abbé Pierre, uomo molto
amato dai francesi e non solo.
La sua è una storia straordinaria.
Nel 1928, a soli sedici anni, Pierre dice di aver avuto un colpo di fulmine per Dio e decide di
entrare nell’ordine dei francescani.
«Dicevano che ero un bel ragazzo, magari un po’ mondano, invece il giorno seguente sarei
diventato monaco.»
Dieci anni dopo, viene ordinato sacerdote. Dopo aver salvato diversi bambini ebrei dalle retate
dei nazisti nel periodo dell’occupazione tede
sca, nel 1949 fonda Emmaus, un’organizzazione che assiste gli ultimi, gli emarginati.
Nel libro intitolato Mon Dieu... pourquoi?, l’abbé Pierre esprime posizioni poco ortodosse
rispetto alle regole della Chiesa cattolica. Dichiara di essere stato attratto dalle giovani donne, di essere
stato giovane anche lui prima di entrare nell’ordine: «Mi è successo di cedere alla forza del desiderio,
in maniera passeggera. Ma non ho mai avuto relazioni regolari perché non ho lasciato che il mio
desiderio sessuale mettesse radici. Ho quindi conosciuto l’esperienza del desiderio sessuale e della sua
rara soddisfazione, ma questa soddisfazione fu una vera fonte d’insoddisfazione perché sentivo di non
essere vero».
L’abbé Pierre ha invitato i dirigenti della Chiesa a riflettere su un’eventuale riforma in favore
dell’ordinazione di uomini sposati. Ma la risposta di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI è stata
negativa.
Lui ha insistito, dicendo di non riuscire a capire la dura opposizione del Vaticano, soprattutto in
una situazione di penuria di sacerdoti. E ha cercato anche di rilanciare la riflessione sull’ordinazione
delle donne: «Nessuno ha mai avanzato un solo argomento teologico decisivo per dimostrare che
l’accesso delle donne al sacerdozio sarebbe contrario alla fede. Quindi perché rifiutare l’accesso ai
ministeri alle donne che hanno vocazione e capacità?».
In Francia i temi messi sul piatto dall’abbé Pierre sono molto sentiti.
La Federazione europea dei sacerdoti cattolici sposati raggruppa nove associazioni: Moceop in
Spagna, Vocatio in Italia, Hors-les-murs in Belgio, Advent in Gran Bretagna, Vereinigung Katholischer
Priester und ihrer Frauen in Germania, Priester ohne Amt in Austria. I gruppi francesi che aderiscono al
circuito internazionale sono ben tre: Prêtres en foyer, EffataePrêtres mariés. La maggior parte si è
costituita negli anni Settanta, in un momento di fuga generale dal clero cattolico dovuto anche alle
influenze dei movimenti giovanili e operai del Sessantotto.
Dopo un periodo florido per la Chiesa di Roma, ricordato come «printemps de l’Église»,
primavera della Chiesa, prodotto dal Concilio Vaticano II, che sembrava puntare sullo spirito
evangelico e sul rinnovamento, negli anni Settanta il dialogo con il mondo contemporaneo si
affievolisce.
L’enciclica papale Humanae Vitae del 1968 e il sinodo dei vescovi del 1971, annunciano una
sorta di restaurazione all’interno del Vaticano, sia in ambito morale (rigidità dogmatica sulla sessualità)
sia in ambito ecclesiastico (forte gerarchizzazione).
Davanti a questa realtà, una grande quantità di preti francesi lascia il sacerdozio o si sposa.
Come ha fatto Alain.
«Sabato scorso, io e Marie-Claude ci siamo sposati in Comune del XX arrondissement a Parigi.
Marie-Claude è una bella hostess d’aereo originaria della Guadalupa, una giovane donna decisa e
sorridente. Io ho esercitato un ministero parrocchiale per sette anni prima di riprendere gli studi di
psicologia.
Ecco in poche parole la nostra storia.
Sei anni fa, quando ero un prete di parrocchia, ho incontrato una coppia per la preparazione al
battesimo del loro primo figlio. Avevo trentadue anni.
La giovane mamma è ritornata poco tempo dopo per espormi le difficoltà della sua vita
coniugale. Le conversazioni che abbiamo avuto, e anche la mia persona, l’hanno interessata. Sono nati
così un’amicizia e un affetto reciproco. Poi mi sono innamorato.
A quel punto mi sono preso una pausa per fare il punto della situazione. Ho cominciato una
psicoanalisi al ritmo di una seduta a settimana.
Tuttavia, dopo qualche mese, la prospettiva di non esercitare più il sacerdozio mi ha causato
una terribile angoscia. Non potevo accettare questa relazione, così ho passato un altro anno di studi a
pregare per Marie-Claude e a offrire la mia vita per lei.
Nove mesi più tardi, nel corso di un ritiro di discernimento di trenta giorni, ho deciso di
chiedere la dispensa dallo stato sacerdotale.
Ora vivo nella pace e nella gioia, con la coscienza serena davanti a Dio.
La mia incapacità di vivere serenamente il celibato ha motivato questa scelta.
Marie-Claude è la parola che Dio mi ha dato nella notte delle prove. Lei è per me un cammino
di salvezza. Il nostro amore mi appare come un dono di Dio.
Ci siamo presi un anno per conoscerci meglio e per scegliere di impegnarci nel matrimonio.
Cosa che abbiamo fatto, circondati dalle nostre famiglie e dagli amici. In attesa di celebrare il nostro
matrimonio religioso, a Gubbio, vicino ad Assisi.»
Ventisei
I problemi non mancano neppure in Brasile, in quello che un tempo la Chiesa definiva il paese
più cattolico del mondo: 94 per cento di fedeli negli anni Cinquanta.
Ma da quel momento in avanti l’erosione di fedeli non si è mai più fermata.
In una ricerca del 2010. L’istituto demoscopico Datafolha ha stimato in sei milioni le persone
che nel decennio precedente hanno abbandonato il cattolicesimo. La maggior parte per abbracciare le
nuove sette evangeliche locali, soprattutto neopentecostali, di matrice statunitense.
Si può ipotizzare che nel maggio 2007, quando papa Benedetto XVI ha visitato il Brasile, la
percentuale dei fedeli fosse precipitata al 64 per cento.
Il 64 per cento!
Il «paese più cattolico al mondo» presto sarà solo un vecchio slogan.
Parola di vescovo. Parola di Edir Macedo Bezerra.
Macedo nasce in una famiglia cattolica praticante il 18 febbraio 1945. Da bambino è molto
religioso e va quasi tutti i giorni in parrocchia, ma già da adolescente il culto dei santi e della Vergine
non gli basta più, per lui la Chiesa cattolica è troppo fredda e istituzionale. Complice un amico delle
scuole superiori, si avvicina all’Umbanda, la religione tradizionale afro-brasiliana che unisce elementi
del cattolicesimo con quelli dello spiritismo.
La svolta, religiosa ed economica, arriva negli anni Settanta. Edir Macedo ha trent’anni, lavora
come cassiere della Lotería Nacional, il lotto brasiliano. Il 9 luglio 1977 fonda la Igreja Universal do
Reino de Deus e si autoproclama vescovo.
Da allora ruba fedeli alla Chiesa di Roma.
Edir Macedo non è dunque un vescovo cattolico qualsiasi. È il leader di quella che, con oltre
venti milioni di fedeli, è diventata negli anni la chiesa evangelica più importante del Brasile.
Istrionico, non perde occasione per scagliarsi con durezza contro il Vaticano. In diretta
televisiva prende a calci una statuina della Madonna e dileggia il papa.
Edir Macedo diventa un personaggio a dir poco bizzarro ma molto potente e privo di scrupoli. È
proprietario della seconda tv brasiliana, la Record, e fin dagli esordi della sua carriera religiosa e
imprenditoriale si trascina dietro non pochi problemi giudiziari.
Il 13 settembre 2010 uno dei principali quotidiani brasiliani, «Folha», è uscito con questo titolo
in prima pagina: San Paolo come la Gerusalemme di 2.500 anni fa. E sotto: Edir Macedo pone la
prima pietra di un tempio identico in dimensioni e splendore a quello di Salomone.
L’obiettivo è quello di far «impallidire la basilica di San Pietro».
Completato nel 2014, il gigantesco tempio si estende su un’area di due chilometri quadrati ed è
decorato d’oro. Tanto oro. Proprio come il tempio di Salomone.
Per realizzare il suo sogno, Macedo ha comprato quasi un quartiere intero, il Bràs, che nel
Novecento era popolato soprattutto da immigrati italiani e che poi era caduto in disgrazia a causa del
degrado e del narcotraffico. Per farsi benvolere, e soprattutto per ottenere le licenze, Macedo ha
promesso nuove strade, semafori, segnaletica.
Il tutto in linea con quella cultura del miracolo facile e a basso costo che è la chiave del
successo dei neopentecostali in tutta l’America Latina.
Ti cambiano la vita in meglio senza che tu, fedele, debba fare alcuno sforzo, se non pregare e
ogni mese devolvere un decimo del tuo stipendio.
Il nuovo Tempio di Salomone, come l’ha concepito Macedo, è un simbolo perfetto: quattordici
piani, di cui due sotterranei, posti a sedere durante le funzioni per diecimila persone, trentasei scuole in
cui milletrecento bambini tra i quattro e i quattordici anni studiano la Bibbia "versione Macedo". Ma
anche negozi dove acquistare articoli evangelici, un auditorium con cinquecento posti a sedere, studi
radiotelevisivi per potere trasmettere in diretta in tutto il Brasile le funzioni religiose.
L’architetto responsabile dei lavori, Rogério Silva de Araújo, ha parlato di «impresa audace»
per realizzare la quale è stata usata «la tecnologia più all’avanguardia». Una volta dentro, i fedeli si
trovano a «viaggiare indietro nel tempo di migliaia di anni come fossero veramente nel primo tempio
costruito da Salomone».
Un progetto faraonico costato oltre cento milioni di euro.
Quella di Macedo è la più potente tra le chiese evangeliche del Brasile e conta tra i suoi fedeli
una settantina tra deputati e senatori.
Un altro famoso e discusso gruppo neo-pentecostale è la Igreja Renascer. I due fondatori, la
vescova Sônia Hernandes e l’apostolo Estevam Hernandes, ex dipendente della Xerox, l’azienda che
produce fotocopiatrici, nel gennaio 2007 sono stati fermati negli Stati Uniti dall’Fbi e arrestati con
l’accusa di frode fiscale. Portavano cinquantaseimila dollari nascosti nel doppio fondo di una Bibbia.
I loro tre milioni di fedeli li hanno difesi anche durante i mesi di carcere che hanno dovuto
scontare in Florida.
Una volta fuori dal carcere, i due sono tornati in Brasile, dove hanno ricominciato a mietere
proseliti.
A farne le spese, naturalmente, è la Chiesa Cattolica Romana.
Il paese del samba non è certo un’eccezione.
In Spagna sono nate due Chiese autonome che accolgono chiunque, a prescindere da come si
comporta a letto.
L’integrazione nella fede tra gay, lesbiche, bisessuali, transessuali ed eterosessuali si è
concretizzata nella Chiesa evangelica di Sagunto, vicino a Valencia. Più un insieme anarchico che una
congregazione religiosa, ma sempre sotto la croce di Cristo e guidata dall’insegnamento cattolico per
cui «tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio».
Dopo vent’anni di tentativi falliti, di minacce da parte dell’ambiente ecclesiastico e laico, un
gruppo di pastori protestanti, guidati da Andrés de la Portilla, portavoce del Colectivo Gay Evangélico,
ha realizzato il grande progetto.
Nella Chiesa evangelica di Sagunto tutti sono ben accetti. Gay e lesbiche possono essere
ordinati sacerdoti. E si celebrano matrimoni. Alla faccia delle leggi del Vaticano.
Altra realtà sorprendente è l’Iglesia Cristiana Esenia, una comunità nata alle porte di Barcellona
– con succursali anche a Vigo, Valencia, Siviglia, Madrid – che accoglie sacerdoti gay, suore lesbiche,
religiosi sposati.
Vi si predica la fine del celibato obbligatorio nella Chiesa cattolica e l’introduzione del doppio
modello, ovvero sacerdoti sposati accanto a sacerdoti celibi. Libera scelta in libera Chiesa.
L’intera America Latina è toccata dal fenomeno delle nuove Chiese, soprattutto evangeliche.
Secondo un rapporto dello Iudop, l’Istituto di ricerca dell’Università centroamericana, gestito
dai gesuiti, solo in El Salvador i neopentecostali sono ormai il 38 per cento della popolazione, contro il
16 per cento del 1988.
Il Guatemala, storicamente il paese più cattolico del Centroamerica, è diventato negli ultimi
anni il paese più neoevangelico.
Per gli esperti, le visite papali in Brasile non sono servite a molto e non arresteranno il travaso
di fedeli dalla Chiesa cattolica romana alle sette neoevangeliche.
Intanto in Brasile proliferano le sette. Come quella del reverendo Moon, ottantenne fondatore
della Chiesa del-l’Unificazione, un impero con ramificazioni economiche impressionanti. Un fervente
seguace di questa chiesa è monsignor Emmanuel Milingo, esorcista, che il 27 maggio 2001 sposò a
New York la sudcoreana Maria Sung, nel corso di un matrimonio collettivo officiato dallo stesso
Moon. Pare sia stato proprio lui a scegliere la sposa per Milingo.
Ridotto allo stato laicale da Benedetto XVI, Milingo ha espresso più volte il desiderio di
trasferirsi in Brasile per sviluppare il suo ministero e appoggiare i sacerdoti sposati verde-oro.
Intanto la setta del reverendo Moon ha acquistato nel Pantanal brasiliano, una riserva naturale
senza pari al mondo, qualcosa come sette milioni e mezzo di acri di terra.
Oltre al boom delle sette di ogni ordine e grado, altri due fattori scuotono le fondamenta del
cattolicesimo brasiliano. Primo: la mancanza di vocazioni e di preti sul territorio, almeno di quelli non
sposati. Secondo: gli scandali di natura sessuale.
Il Centro de Estatística Religiosa e Investigações Sociais, CERIS, ha svolto un’indagine su 758
preti cattolici brasiliani. Anonimato garantito.
Risultato: il 41 per cento ha ammesso di avere avuto rapporti sessuali. La metà di loro si è detta
contraria al celibato.
In Brasile si stima ci siano oltre tremila preti sposati che hanno fatto tutto di nascosto. Si
trovano nelle zone interne e più selvagge del paese o nelle periferie più povere delle metropoli. Vivono
unioni stabili e non dichiarate, continuano a celebrare la messa e ad amministrare i sacramenti. Spesso
hanno figli non riconosciuti. Non hanno il coraggio di rinunciare ai vantaggi: lo stipendio, la casa,
l’auto.
Oltre a questi, ci sono altri cinquemila sacerdoti sposati che invece hanno lasciato la Chiesa
cattolica dopo anni di doppia vita.
E qui va detto che quasi mai i vescovi hanno adottato contro di loro misure drastiche. Come la
sospensione a divinis, per esempio, che pure qualche anno fa il Vaticano emise contro monsignor
Fernando Lugo, presidente del Paraguay dal 2008 al 2012.
Nel 95 per cento dei casi, i provvedimenti delle autorità ecclesiastiche sono stati di due tipi:
richiamo ufficioso a una maggior discrezione nella gestione della vita privata, trasferimento a migliaia
di chilometri di distanza dalla parrocchia in cui i sacerdoti avevano intessuto relazioni sentimentali.
Ma, nove volte su dieci, gli stessi preti hanno deciso di lasciare il sacerdozio.
Se confrontiamo i numeri del Movimento Preti Sposati con quelli ufficiali della Santa Sede,
secondo i quali i preti cattolici in Brasile sono poco più di ventimila, arriviamo alla conclusione che il
rapporto tra preti cattolici sposati e preti cattolici è di 1 a 4.
Se poi contiamo anche quelli nascosti, il rapporto diventa di 1 a 3.
José Edson da Silva, ex prete di Recife (Nord-est, stato di Pernambuco, una sacca di povertà del
Brasile) è il presidente del Movimento. Maria Lucia de Moura è sua moglie.
In Brasile ci sono almeno altre cinquemila donne come lei, ma la sua storia è emblematica.
Maria Lucia proviene dal Ceará, uno degli stati più poveri del paese, nel nord-est. Si iscrive a
teologia quando perde la madre per un male incurabile. Proprio sui banchi universitari incontra José da
Silva, giovane sacerdote.
Siamo all’inizio degli anni Novanta. Maria Lucia è entusiasta delle lezioni di José. Dopo un
anno è incinta. Le autorità ecclesiali se ne accorgono e, per tutta risposta, trasferiscono José in Francia,
a Parigi.
La figlia Sonia ha appena un anno. Il costo del biglietto aereo è proibitivo. Sia Maria Lucia che
José cadono in depressione.
Per due anni si sentono solo al telefono.
Poi José ottiene il trasferimento a Brasilia, la capitale del paese, a oltre quattromila chilometri di
distanza.
José e Maria Lucia si vedono durante le vacanze estive. Nasce Marianna, la seconda figlia. La
gerarchia fa finta di non sapere.
Dieci anni dopo José lascia. Si sposa in chiesa, grazie a un sacerdote amico. Oggi la coppia
dirige il mensile «Rumos» e viaggia per tutto il Brasile a raccontare la sua lunga esperienza d’amore.
Per cercare di porre un freno all’emorragia di vocazioni e di fedeli, la Chiesa cattolica ha fatto
ricorso a cospicui finanziamenti, soprattutto negli anni di papa Giovanni Paolo II.
Destinatari, gli ordini ecclesiastici che più le assomigliano, almeno nelle modalità liturgiche. A
cominciare dai neocatecumenali e dai carismatici, movimenti cattolici che insistono sul ruolo e l’azione
dello Spirito Santo nella vita del fedele.
Morale: oggi in Brasile sono le uniche frange della Chiesa cattolica a tenere.
Carismatici sono, per esempio, padre Antonello Cadeddu e padre Enrico Porcu, cagliaritani
nell’accento e nel sangue, che a San Paolo hanno fondato una comunità battezzata Alleanza e
Misericordia. Pur rimanendo nel recinto della Chiesa cattolica, i due adattano liturgia e comunicazione
agli standard preferiti dalla popolazione locale.
Il giovedì sera, la celebrazione di padre Antonello è diventata un evento di cui tutta la città parla
e che riesce ad attirare oltre tremila persone. L’appuntamento è per le 19 nello spiazzo antistante alla
fermata del metrò Bresser. Si tratta di uno luogo pubblico, ma la sempre severa e a volte corrotta
polizia federale ha fatto un’eccezione per il padre cagliaritano e gli ha dato il permesso di celebrare.
Ogni messa dura più di tre ore. Si canta, si balla, si prega con una forza corale che attinge alle
radici più antiche e variegate del Brasile. Neri, bianchi, bambini, vecchi, ognuno si muove seguendo il
ritmo a lui più congeniale.
In molti cadono per terra, e non per lo stress. Padre Antonello lo chiama il riposo dello spirito,
uno stato di pace che si scatena con le sue celebrazioni.
I due sacerdoti si sono inventati la Cristoteca, letteralmente «discoteca di Cristo», dove, dopo
aver assistito alla messa, molti ragazzi delle periferie di San Paolo si scatenano sulla pista da ballo. E se
vogliono farsi un drink, ci sono a disposizione i Cristo-drink, rigorosamente analcolici. Niente birre e
superalcolici, al massimo una Red Bull.
Ma la Chiesa in Brasile è nell’occhio del ciclone anche per una serie di vicende che con l’etica
dell’uomo comune hanno poco a che vedere. Come quella della bambina di nove anni rimasta incinta in
seguito alle violenze sessuali subite dal patrigno fin da quando ne aveva sei.
La bambina pesa solo trenta chili, il suo fisico non può sostenere una gravidanza. I medici di
Recife autorizzano l’aborto. La Chiesa li scomunica.
Livio Moraes, primario all’ospedale dell’Università di Pernambuco, ricorda come la legge
brasiliana autorizzi l’aborto in «caso di stupro o pericolo di morte», vale a dire le condizioni entro cui
si è venuta a trovare la bambina violentata.
L’arcivescovo di Olinda e Recife (all’epoca, monsignor José Cardoso Sobrinho) risponde
sventolando le ragioni dogmatiche: «La legge di Dio è al di sopra della legge umana. Per cui quando
una norma promulgata da legislatori umani va contro la legge di Dio perde qualsiasi valore».
Il ministro della sanità brasiliano dell’epoca, José Gomes Temporão, definisce l’intervento della
Chiesa estremista e inopportuno: «La questione è legale, la bambina è stata violentata. Il resto è
opinione della Chiesa. Sono scioccato per la posizione radicale di questa religione che, nell’affermare a
torto di voler difendere una vita, mette un’altra vita in pericolo».
L’allora presidente Lula dichiara: «La medicina su questo punto è più corretta della Chiesa, e ha
fatto ciò che doveva fare: salvare la bambina. Come cristiano e come cattolico mi dispiace
profondamente che un vescovo abbia mostrato un comportamento così conservatore».
Il vescovo Sobrinho trova invece appoggio nel Vaticano.
Padre Gianfranco Grieco, capo ufficio del Pontificio Consiglio per la Famiglia, afferma: «È un
tema molto delicato, ma la Chiesa non può mai tradire il suo annuncio, che è quello di difendere la vita
dal concepimento fino al suo termine naturale, anche di fronte a un dramma umano così forte come
quello della violenza su una bimba. L’annuncio della Chiesa è la difesa della vita e della famiglia,
ognuno di noi deve porsi in un atteggiamento di grande rispetto della vita. L’aborto non è una
soluzione, è una scorciatoia. La scomunica significa anche non potersi accostare al sacramento della
comunione e se una persona è nel peccato e non si confessa, per la Chiesa non può fare la comunione.
In questo caso i medici sono fortemente nel peccato perché sono persone attive nel portare avanti
l’aborto, questa uccisione. Sono protagonisti di una scelta di morte».
L’uomo comune, e il Brasile straripa di uomini comuni, come minimo rimane perplesso.
Insomma, la Chiesa cattolica in Brasile vive un conflitto profondo, specchio anche delle
contraddizioni del paese.
Da un lato c’è una base sociale con problemi gravissimi di disuguaglianza, dove realmente urge
la presenza di Cristo perché lo stato non vede o è semplicemente latitante (in Brasile non si muore più
di fame, ma il 31 per cento della popolazione vive ancora sotto la soglia di povertà).
Dall’altro è sempre più frequente vedere un’élite bianca, ricca e opulenta, che cerca nella
religione l’alternativa al tedio esistenziale o un modo elegante per pulirsi la coscienza.
In mezzo, appunto, in una lotta all’ultimo sangue con i gruppi neopentecostali, la Chiesa
cattolica. Il rischio è che il mondo cattolico finisca per sgretolarsi proprio dal basso, ovvero a partire da
quella base che da sempre è il suo punto di forza. Ed è proprio ciò che sta avvenendo.
Non a caso la Teologia della Liberazione, strumento ideato dalla Chiesa negli anni Sessanta per
far sentire la sua vicinanza alle popolazioni più povere, oggi è in crisi come non mai. Le comunità
ecclesiali di base, che poi rappresentano le unità operative nelle regioni più periferiche e povere, sono
ormai quasi del tutto estinte.
In un quadro che fa acqua da tutte le parti, la Chiesa per difendere la propria immagine reagisce
attaccandosi a princìpi che nulla hanno a che vedere con il proprio significato profondo.
Tra i fatti più recenti che hanno fatto discutere, la decisione di querelare la Columbia Pictures
per l’utilizzo non autorizzato delle immagini della celebre gigantesca statua di Cristo che domina Rio
de Janeiro. L’arcidiocesi della città carioca, che gestisce i diritti relativi alla statua costruita nel 1931,
ha chiesto un risarcimento danni per le scene del film 2012 in cui il Cristo viene distrutto nel corso di
un’apocalisse mondiale.
Ma c’è di più.
Molti sacerdoti cattolici che operano nei quartieri più poveri delle grandi città spesso
consigliano l’uso del preservativo ai fedeli. Come nel caso di padre Luiz Couto, che addirittura in
un’intervista rilasciata nel 2009 alla televisione Globo, la più diffusa del paese, ha difeso apertamente
l’uso del preservativo in quanto «benefico per la salute collettiva perché blocca la trasmissione di
malattie come l’aids».
Dichiarazioni in linea con la politica dello stato brasiliano. L’ex presidente Lula in persona e
molti suoi ministri ogni anno distribuivano gratuitamente dieci milioni di condom durante il carnevale.
Iniziativa, questa, molto apprezzata dai poveri delle favelas, ma criticata dai vertici della Chiesa
cattolica brasiliana.
Nell’intervista, padre Couto si è schierato anche «contro la discriminazione degli omosessuali»
e «il celibato imposto al clero cattolico».
Per tutta risposta, l’arcivescovo Aldo de Cillo Pagotto l’ha sospeso.
La gente è subito scesa in piazza in solidarietà con don Luiz (che all’epoca è anche
parlamentare del Partito dei lavoratori lo stesso di Lula) e contro l’arcivescovo conservatore,
invitandolo a «dimettersi e a fare fagotto», in rima con il suo cognomea.
Questo è l’ennesimo esempio di frattura tra la gerarchia e la base. Con i fedeli schierati al fianco
di coloro che gli sono vicini nella vita di tutti i giorni e che si dedicano alla soluzione di questioni
pratiche più che etiche.
Infine c’è il grave problema dell’apostasia collettiva, ovvero la negazione della fede cattolica
ricevuta con il battesimo. Di recente le principali associazioni gay hanno esortato i loro associati a
rinnegare la fede cattolica, con tanto di lettera standard da compilare e inviare alla Chiesa brasiliana.
Motivo? L’opposizione del Vaticano all’unione delle persone dello stesso sesso.
Ma nel 2010 una campagna di apostasia molto dura è stata lanciata anche nella vicina
Argentina, con lo slogan «Non in mio nome!».
Queste le principali contestazioni mosse alla Chiesa di Roma: «Condanna l’aborto e
l’omosessualità, boicotta i tentativi dello stato per una politica di educazione sessuale, si oppone all’uso
e alla distribuzione degli anticoncezionali, all’eutanasia, al divorzio».
Risultato: in un solo giorno, oltre millecinquecento cattolici si sono sbattezzati.
C’è di che riflettere.
a. N.d.R.: Per ironia della sorte, nel 2016 monsignor Pagotto sarà effettivamente costretto a
dimettersi perché accusato di avere delle relazioni omosessuali e di aver coperto alcuni casi di abusi
sessuali.
...
.
...
Ventisette.
...
.
...
Il nome me lo invento io: Bianca.
Bianca ha accettato di raccontarmi la sua vita da missionaria dietro garanzia di anonimato.
L’ho rintracciata in Africa. Ci siamo sentiti via e-mail.
Bianca è una suora. È olandese. Da più di dieci anni vive e opera nella parte orientale del
continente africano.
Si presenta così: «Ho avuto un’infanzia felice, vivevo con la mia famiglia in un paese appena
fuori Rotterdam. Papà insegnante, mamma che lavora in un ufficio postale. Ho un fratello che ha
qualche anno meno di me. Ora è sposato, ha un meraviglioso bimbo e lavora in banca. Sono cresciuta
in un ambiente sereno e tranquillo, felice direi».
Scuola, amiche, sport. A sedici anni Bianca dice di aver sentito la chiamata del Signore.
Sedici anni!
«Facevo le scuole superiori. Ricordo che è stata una sensazione bellissima. Sentivo che non
avrei potuto fare altrimenti. E lo feci. Fino a quel momento avevo una vita normalissima, i primi amori,
le prime delusioni, i primi baci.
Una volta diventata suora iniziai a gestire un asilo parrocchiale, ma sentivo che qualcosa mi
mancava, sentivo che la mia chiamata era per qualcosa di diverso. Per cui parlai con i miei superiori ed
eccomi qui. Molto più serena, tranquilla e soddisfatta di quello che faccio.»
Bianca è arrivata in Africa nel 2001.
«Avevo ventinove anni. Era la prima volta che lasciavo l’Europa.
I primi tempi sono stati abbastanza facili. Vivevo in un posto meraviglioso, in campagna,
lontano dalla città, in mezzo al verde e agli animali. Il tipico paesaggio africano da film.
Sono stata in quella missione per tre anni, andavo in città solo per fare la spesa. La città mi
spaventava, mi incuteva timore. Poi questa paura si è trasformata in attrazione. Ho sentito che se mi
fossi trasferita in città sarei stata ancora più utile. E così ho fatto».
Mi spiega come cambia l’impegno religioso in Africa rispetto all’Europa.
«A livello religioso le differenze tra l’Africa e l’Europa non sono granché. Una suora prega in
Europa così come in Africa. Ma a livello logistico la situazione è molto diversa.
In Olanda ero tranquilla, facevo le mie ore di lavoro all’asilo, poi tornavo al caldo e alle
comodità della vita occidentale.
Qui devo sporcarmi le mani. Coltivare i campi assieme ai bimbi, lavarli, fare il bucato,
preoccuparmi della loro educazione e della loro salute. È un impegno totalizzante. Le giornate sono
molto piene, non c’è tempo per annoiarsi, anzi.»
La sua giornata tipo.
«In Africa è difficile programmare, però alcuni impegni standard ci sono.
Sveglia prestissimo, preghiere, poi si svegliano i bambini, colazione assieme a loro e via.
Accompagno i più grandi alla scuola superiore e poi torno all’orfanotrofio e inizio a far lezione ai più
piccoli.
Siamo in cinque suore. Ospitiamo circa ottanta bambini.
Un impegno grandissimo. La scuola dura fino alle quattro del pomeriggio.
Si vanno a riprendere i più grandi alla scuola superiore e con il loro coinvolgimento si prepara
la cena.
Finita la cena tutti a letto. Noi suore restiamo alzate un po’ di più, chiacchieriamo,
programmiamo le attività per il giorno successivo, ci confrontiamo.»
Provo ad addentrarmi sul terreno che più mi interessa.
Le domando: in che cosa deve essere brava una suora come lei? Le regole che valgono nei posti
normali devono essere in qualche modo adattate? Mi fa qualche esempio?
«Devo essere brava a sapermi districare nelle situazioni più disparate. Si lavora sempre
nell’emergenza, ottanta orfani sono un numero esiguo se consideriamo l’Africa nella sua interezza. Ma
le assicuro che gestirli non è per nulla facile.»
Le regole.
«Non posso applicare le stesse regole dell’Europa. I più grandi qua hanno tra i sedici e i
diciassette anni. In Africa a quell’età le ragazze sono già madri, questo non posso non tenerlo presente.
Per cui, sapendo di andare contro i dettami del Vaticano, cerco di educare alla sessualità i miei ragazzi.
Non posso predicare l’astinenza, so che sarebbe tempo perso. Lo so perché anch’io ho vissuto
questo periodo estremamente complesso nella vita di qualsiasi giovane. Per cui insegno loro che è
meglio usare il condom, anche per evitare di prendere malattie devastanti.
Tanti preti e tante suore si comportano come me. Non possiamo dimenticarci dove siamo, sia
dal punto di vista temporale che da quello geografico.»
Lei è una donna felice?
«Sì. Non potrei chiedere davvero di meglio per la mia vita. Faccio quello che ho scelto di fare,
quello che mi piace fare. Mi sento utile.»
Le manca una persona con cui condividere gioie, delusioni, speranze? Alludo a un uomo, un
compagno, un marito.
«Razionalmente direi che non mi manca nulla, sento la presenza di Cristo al mio fianco, sento
di non essere mai sola. Irrazionalmente, vedendomi donna quarantenne lontana da casa, le dico che a
volte vorrei avere al mio fianco un uomo.
Un uomo al quale appoggiarmi, sul quale riversare i miei timori e le mie insicurezze.
Ho assunto un modo di fare da dura, perché altrimenti qui mi mangiano, ma dentro sono pur
sempre donna. E la necessità di un uomo al mio fianco a volte è forte.»
Com’è la sua vita dal punto di vista sessuale?
«È sempre difficile affrontare questo discorso. Non vorrei passare guai. Confido nella sua
responsabilità.
Diciamo che a volte sento il bisogno di sentirmi donna, di togliermi gli abiti sacri e di
dimenticare tutti i problemi che devo affrontare nel quotidiano. Non capita spesso, ma a volte capita.
Sono consapevole che vado contro gli insegnamenti della Chiesa, ma se questo mi fa svolgere il mio
lavoro meglio, che dire, non faccio certo male a nessuno.»
Ci spiega l’Africa dal punto di vista sessuale, le differenze rispetto alla nostra cultura?
«L’Africa dal punto di vista sessuale è molto più libera anche della mia Olanda. Gli uomini
hanno una moglie e tante altre amanti, e questo non è visto come un problema ma come un fattore
culturale accettato da tutti. Io non posso sapere se questo sia giusto o sbagliato, so che è così.
Da questo amore promiscuo derivano un sacco di malattie. Per questo io credo che si debba
favorire l’uso dei condom. E questo deve capirlo anche Roma.
Ripeto, bisogna conoscere una realtà prima di imporre delle regole. Io ho dovuto adattarmi.
Per esempio gli orari non sono mai precisi, io partivo da un ambiente dove la puntualità è
d’obbligo, qui diciamo che non va proprio così.
Stessa cosa vale per l’uso del condom. Se vogliamo che la diffusione dell’aids si fermi,
dobbiamo favorirne l’utilizzo, non possiamo chiedere l’astinenza.»
Rivolgo a Bianca una domanda secca: lei distribuisce preservativi?
«Sì, li distribuisco.»
Dove li compra? A chi li offre?
«Ho un amico farmacista in Europa che ogni due tre mesi mi invia dei medicinali. Vitamine,
paracetamolo, antibiotici. Nel pacco ci mette anche delle scatole di condom. Io li sistemo in una grande
scatola all’ingresso del dispensario della mia missione. Chi vuole li prende. E so che quasi tutti i miei
ragazzi lo fanno.»
E i superiori non si accorgono di nulla? Qual è l’atteggiamento dei vescovi al riguardo?
«Credo che anche i superiori sappiano, ma che per quieto vivere facciano finta di nulla. Si
mettono le mani davanti gli occhi e fanno finta, perché in Africa, anche se si predica l’astinenza, i
sieropositivi continuano ad aumentare.
Io sono convinta che Gesù Cristo, se vivesse in Africa nella nostra epoca, sarebbe favorevole
all’uso del condom.»
Ci racconta la sua condizione di libertà in Africa? Libertà nell’essere suora.
«Non ho la stessa sensazione di inutilità che avevo in Olanda. Mi sento libera di fare scelte, di
dare nuove possibilità a ragazzi e ragazze che non avrebbero futuro. E faccio tutto ciò confrontandomi
solo con le mie consorelle.
Se fossi in Olanda dovrei avere l’autorizzazione del vescovo anche per decidere il colore delle
pareti dell’asilo. Qui posso fare di testa mia, senza tuttavia mancare di rispetto alle autorità.»
Libertà nell’essere donna.
«Se fossi rimasta in Olanda, forse non mi sarei mai sentita nella necessità di avere dei rapporti
sessuali con un uomo. Qui l’ho fatto. Non è stata una scelta facile.
La prima volta ho provato tanta paura. Poi ho sentito che sono diventata una suora migliore.»
Mi butto: sarebbe molto interessante se lei ci raccontasse cos’è il sesso, il sesso vissuto da una
suora, la scoperta, il piacere fisico, l’appagamento.
«Il sesso è un momento di sfogo, un momento necessario per essere una suora migliore.
Noi qui siamo rispettate, viviamo coccolate dalla comunità. Ma qualcosa manca, e questo
qualcosa l’ho trovato nel sesso.
Sarebbe tutto più semplice se potessi sposarmi, per tutto quello che ho detto in precedenza sul
condividere affanni e paure. Ma va così e devo fare le cose di nascosto.
È stata una scelta difficilissima, che mi ha turbato per lunghi mesi. Poi però ho deciso di fare il
grande passo e mi sento meglio.
Non credo di fare il male, anche perché lo faccio nella maniera tradizionale, con un uomo,
niente bambini o porcherie che leggo o sento dire in giro.»
Per quella che è la sua percezione, in Africa quanti religiosi hanno una vita sessuale nascosta?
Ci sono più omosessuali o eterosessuali?
«Credo ci siano molti religiosi con una vita sessuale, non solo in Africa ma anche nel resto del
mondo. D’altronde siamo giovani e non siamo diversi dagli altri giovani. Loro magari hanno scelto di
fare gli ingegneri o i medici, noi abbiamo scelto di fare i religiosi. La differenza è nella forma, non
nella sostanza.
Credo che tra i preti ci sia una buona percentuale di omosessualità, ma soprattutto in Europa o
in America. In Africa gli omosessuali sono ancora visti come il male.»
Che mi dice dei preti che fanno sesso con le suore?
«Credo che a volte possa succedere, a me non è mai capitato. Credo che a volte preti e suore
siano consenzienti, per cui succede come in qualsiasi posto di lavoro. Questo posso concepirlo, mentre
non posso condividere il sopruso. E purtroppo a volte accade.»
Fino a qui il primo scambio di e-mail. In quello successivo provo a entrare più in profondità
rispetto ai tanti aspetti interessanti di cui la suora mi ha già parlato.
Per prima cosa chiedo cosa significhi in concreto educare i ragazzi alla sessualità. È solo una
questione di condom o insegna loro una visione diversa della sessualità?
«Essenzialmente significa far capire ai ragazzi cos’è l’HIV, come evitarlo, così come evitare
gravidanze in giovane età. Sia chiaro, non sto dicendo che i ragazzi che si amano non devono avere
figli, ma che non devono averli a quattordici o quindici anni.
Ecco, io insegno questo. Insegno che il sesso non è male, che due persone che si amano è giusto
che facciano sesso, o meglio l’amore.»
Confesso che mi fa un certo effetto pensare a un prete o una suora, che non dovrebbero avere
esperienza diretta del sesso, nelle vesti di insegnanti di educazione sessuale.
«In linea di principio capisco cosa vuole dire, ma nella realtà è una cosa naturale, qui in Africa.
Certo, io ho le mie esperienze e quindi non nascondo che posso parlare dopo aver provato
determinate cose. Ma non credo che tutti i preti o le suore che parlano di educazione alla sessualità
abbiano avuto delle esperienze. In questo caso si fa ricorso al buon senso. Che va usato sempre, in
queste comunità di frontiera, che si parli di sesso, di vaccini o di malattie.»
La sua sessualità. Cosa la fa stare bene nel sesso? Il contatto con un altro corpo? Cerca solo
affetto? Ha mai sperimentato il sesso come semplice piacere fine a se stesso?
«È difficile da dire, ma in effetti sentire un altro corpo vicino al mio è qualcosa che mi fa stare
bene. Qualcuno che stia con me anche dopo aver fatto sesso, che condivida quei piccoli attimi di
intimità e dolcezza di cui tutti hanno bisogno.
Diciamo che io credo di non aver mai fatto sesso, ma di aver sempre fatto l’amore. E facendo
sesso sento di non mancare di rispetto all’abito che porto o ai fedeli che mi vedono come punto di
riferimento all’interno della comunità.»
Ha rapporti sessuali sempre con lo stesso uomo o con uomini diversi? Africani o europei?
«Gli uomini con cui ho fatto l’amore sono stati due. Uno era europeo, l’altro africano.
Il primo era più grande di me e lavorava qui per una grande multinazionale. Credo di essermi
veramente innamorata di lui, parlavamo spesso di matrimonio e di costruire una famiglia, di avere dei
figli. Ero sul punto di lasciare la tonaca e di sposarmi. Poi una grave malattia se l’è portato via e tutti i
nostri sogni sono svaniti.
Ora mi vedo ogni tanto con un ragazzo del posto che fa l’educatore in un centro per il recupero
dei bambini di strada.
È un ragazzo meraviglioso, mi fa sentire amata, coccolata, donna.
Non ci vediamo spesso perché viviamo lontani, ma quando ci vediamo è come se fossimo dei
veri fidanzati. Ovvio che non possiamo manifestare i nostri sentimenti all’aria aperta, ma siamo sicuri
l’uno dell’altra.
So che prima o poi si sposerà, probabilmente avrà anche dei figli, ma sono anche certa di avere
trovato in lui una persona speciale. E sono anche consapevole che potrebbe non esserci più sesso tra me
e lui, perché magari potrebbe finire la passione, ma tutto questo continuerebbe. Continuerebbe questo
nostro rapporto speciale.»
Sorella, lei ha delle fantasie erotiche? Fa sogni erotici?
«In passato mi svegliavo di notte pensando di essere in un grande letto con uomini e donne. Un
amore promiscuo, sporco e impuro. Poi quelle fantasie sono passate. Forse sono passate perché ho
iniziato a dar sfogo alla mia sessualità. E forse, dopo che ho iniziato a dar sfogo alle mie pulsioni
sessuali, sono diventata una suora migliore.»
Ultima domanda. Cosa pensa del vincolo del celibato per i religiosi?
«Qui si apre una discussione che potrebbe durare ore.
Io credo che preti e suore dovrebbero potersi sposare e avere dei figli. In questo modo
avrebbero maggiore esperienza nell’affrontare i problemi di tutti i giorni. Un bambino con la febbre,
una gravidanza complessa, dissapori tra moglie e marito. Conoscendo e toccando con mano questi
problemi si potrebbe aiutare meglio chi viene a chiederci aiuto.
Questo non dovrebbe accadere solo in Africa, ma in tutto il mondo.»
Ventotto
L’Africa subsahariana per la Chiesa cattolica è sempre stata un bacino di fedeli, a partire dalle
prime esplorazioni dei conquistatori europei.
In molti casi l’opera di evangelizzazione impostata dalle autorità religiose si è tradotta in un
vero e proprio controllo sul territorio, conquistato grazie alla costruzione di scuole, chiese o semplici
luoghi d’incontro, che hanno trasformato aree desolate in vivaci comunità e distinto nettamente l’area
subsahariana da quella a nord del continente, a maggioranza musulmana.
Proprio tra l’islam e il cristianesimo si combatte da secoli nel continente nero una tacita guerra
religiosa. Oggetto del contendere, i milioni di fedeli che entrambe le religioni cercano di accaparrarsi.
I numeri.
Oggi i cattolici in Africa sono centoquaranta milioni, mentre all’inizio del secolo scorso erano
meno di due milioni. Solo nel 2007, i seminaristi sono cresciuti del 30 per cento.
Ma su quest’ultimo aspetto bisogna fare una precisazione. Perché la verità è che in Africa molti
giovani entrano in seminario per disperazione.
La Chiesa cattolica garantisce tre pasti al giorno. Oltre a una dimora, uno stipendio e l’auto
parrocchiale.
La carriera clericale spesso diventa un modo per salvarsi la vita. La vocazione si può sempre
trovare strada facendo.
Ma è anche per questo motivo che molti preti africani, dopo alcuni anni di servizio, iniziano a
lasciarsi andare, privi di una solida convinzione religiosa che consenta loro di tenere le sottane
abbassate.
Una prassi supportata da una cultura in cui il concetto di castità è poco rispettato, mentre quello
di poligamia è a dir poco naturale.
Negli anni Novanta, i paesi africani con la casistica più alta di sacerdoti dalla doppia (o
molteplice) vita erano il Botswana, il Burundi, il Ghana, il Kenya, il Lesotho, il Malawi, la Nigeria, il
Sudafrica, la Sierra Leone, l’Uganda, la Tanzania, lo Zambia, lo Zaire (ora Repubblica democratica del
Congo) e lo Zimbabwe.
È molto comune che i preti residenti in aree povere e remote dell’Africa abusino dei loro poteri
e della fiducia dei loro parrocchiani per ricevere favori, spesso sessuali. Soprattutto se, invece di essere
nati in Africa, vengono dall’Occidente.
Molti missionari, grazie anche al potere che esercitano sulla popolazione, perdono il senso della
loro missione.
In situazioni estreme, dove un conflitto o una carestia attanagliano i civili, è normale rivolgersi
all’uomo bianco che fa da guida religiosa per superare le sfide della quotidianità.
Il Vaticano non vede e il missionario è libero di fare quello che vuole, senza alcun controllo.
E non solo nei confronti di donne o uomini dei villaggi in cui operano.
Ci sono tante vittime anche tra le suore.
In molti casi, le donne di Chiesa sono state preferite alle giovani nubili che popolano i villaggi.
Il motivo? Si ritiene siano vergini. E verginità significa meno pericolo di contrarre l’aids.
Nel 2001 la Chiesa di Roma ha ammesso che in almeno ventitré paesi del mondo i preti hanno
abusato sessualmente di donne, spesso religiose.
La maggior parte degli abusi sarebbe avvenuta proprio in Africa, dove si sono registrati casi di
suore costrette a prendere la pillola per fare sesso frequente con sacerdoti. Come anche di suore morte
durante un aborto e il cui funerale è stato poi celebrato dallo stesso prete che aveva abusato di loro.
Ancora. Il quotidiano britannico «The Guardian» ha parlato di ben ventinove sorelle della stessa
congregazione messe incinte dai preti della loro diocesi. Oppure suore tirocinanti che si sono dovute
prestare al sesso con i sacerdoti o i vescovi a cui avevano chiesto una firma sui certificati di buona
condotta necessari per continuare il loro percorso religioso.
Durante gli anni Novanta, secondo il settimanale statunitense «National Catholic Reporter»,
sono stati presentati in Vaticano almeno cinque documenti che descrivono come la situazione africana
sia tra le peggiori, anche perché le vittime degli abusi ricevono pochissimo aiuto dalle autorità.
Ma non è arrivata alcuna risposta.
La più eclatante di queste denunce porta la data del 1998 ed è firmata da una suora cattolica di
nome Marie McDonald, all’epoca superiora generale delle Missionarie di Nostra Signora d’Africa.
Di suo pugno Marie scrive un breve e triste rapporto, intercettato e pubblicato nel 2001 dal
«National Catholic Reporter». Sulla copertina del documento figura la scritta "Estremamente
confidenziale". Titolo: Il problema del-l’abuso sessuale nei confronti di suore africane in Africa e a
Roma.
Lo stile di Marie è didascalico. Poco spazio all’immaginazione: «Possono essere raccontate
molte storie di violenza subite da donne religiose da parte di sacerdoti e vescovi. Tutti qui conoscono il
problema ma, invece di migliorare, la situazione peggiora».
Marie snocciola i fatti: «Sono molto comuni sia le molestie sia le violenze sessuali da parte di
preti e vescovi nei confronti delle suore.
A volte, quando una sorella resta incinta, viene costretta ad abortire. Poi viene cacciata dalla sua
congregazione. Il sacerdote che l’ha violentata, invece, viene solo trasferito in un’altra parrocchia o
mandato altrove per studiare.
Molte suore dipendono economicamente dai preti, che in cambio chiedono favori sessuali.
I preti talvolta sfruttano il ruolo di direttori spirituali e confessori per chiedere prestazioni
sessuali».
Marie non si ferma qui. Mette una dietro l’altra quelle che per lei sono le cause di questi abusi:
«Il celibato e la castità non hanno valore in molti stati africani. E la donna viene considerata inferiore
sia nella società che nella Chiesa.
Questo significa che per una suora è impossibile rifiutare le avance sessuali di un prete. La
donna è stata educata a essere amorevole, servizievole e a obbedire. Soprattutto se a chiedere è
un’autorità come un sacerdote o ancora di più un vescovo». Inoltre «spesso i sacerdoti usano false
argomentazioni per giustificare le loro richieste. Per esempio spiegano che il celibato significa divieto
di sposarsi ma non di fare sesso».
Il problema è finanziario. Molte congregazioni femminili hanno bisogno di soldi per poter far
studiare le loro seminariste. Che spesso lavorano per le diocesi senza essere pagate il giusto. A decidere
sono i sacerdoti uomini, da cui dipendono. E la dipendenza da quelle parti e in quegli ambienti è molto
pericolosa.
Il problema è culturale. Spesso suore e preti sono chiamati a gestire parrocchie o attività
religiose in paesi di cui non conoscono bene usi e costumi.
Sempre Marie: «Tante giovani donne che studiano per diventare suore vengono inviate a Roma
o in altre città europee o americane dove incontrano difficoltà per l’alloggio, per la comprensione della
lingua e, a volte, per gli studi stessi. Non sono pronte, sono troppo giovani. E diventano prede gustose
per sacerdoti che, in cambio di un aiuto, chiedono e ottengono favori sessuali. Con questo non voglio
dire che solo i preti e i vescovi sono da condannare. Le suore sono spesso troppo volenterose e in alcuni
casi ingenue».
In ogni caso la situazione è pesante. E l’omertà fa il resto.
«Ho già spedito ai vescovi preposti ai controlli un rapporto di denuncia. Ma le risposte sono
state a dir poco desolanti. Per i vescovi è sleale ciò che hanno fatto le giovani sorelle, ovvero
denunciare gli abusi subiti. Sarebbe stato più opportuno parlarne direttamente con loro. Ma le suore ci
hanno provato più volte. O non sono state ricevute, o è stato risposto loro che non c’era nulla da fare.»
Nel 1994 anche suora Maura O’Donohue, coordinatrice per i progetti sull’aids al Catholic Fund
for Overseas Development, ha stilato un rapporto in cui conferma che le suore vengono spesso
identificate dai preti come target facili per il sesso sicuro. Ma ha anche aggiunto che contrastare questo
fenomeno è difficile perché c’è molta omertà, o meglio una «cospirazione del silenzio».
Prendo il telefono e chiamo negli Stati Uniti, in Virginia.
Mi risponde una persona che vado subito a presentare. Ma prima voglio riportare le parole con
cui ha risposto alla mia domanda sul perché ci sia tanto sesso all’interno della Chiesa cattolica.
«Perché il celibato non funziona, è ovvio. Non ha mai funzionato.
Il sesso è onnipresente. Vi sono coinvolti non solo preti, ma anche vescovi e persino cardinali.
La cultura della segretezza che pervade la Chiesa esiste da millenni, dettata dalla sottocultura
degli ecclesiastici. Gli ecclesiastici sono un circolo ristretto che controlla l’intera Chiesa e detiene tutto
il potere. E il potere esige un certo livello di segretezza. Il resto del mondo deve restare all’oscuro.»
La persona in questione si chiama Thomas Doyle. Ha sessantasei anni, un dottorato in legge
canonica e cinque master: legge canonica, scienze politiche, filosofia, amministrazione dei beni
ecclesiastici, teologia.
Nel 1984, il reverendo Thomas Doyle è l’avvocato dell’ambasciata del Vaticano a Washington.
È qui e in questa veste che viene a conoscenza di casi di molestie da parte di preti ai danni di
minori. Sconcertato dalla scoperta, e ancor di più dal comportamento della Chiesa, che copre i
colpevoli e ignora le conseguenze delle loro azioni, Doyle fonda un centro di trattamento per prelati
alle prese con disturbi sessuali.
Poi scrive un rapporto esplosivo di denuncia ai vescovi americani, ai quali indirizza alcuni
suggerimenti. La Chiesa non apprezza e non gli rinnova il contratto all’ambasciata di Washington.
Doyle diventa cappellano dell’aeronautica militare statunitense, e vi resta per diciotto anni. Nel
frattempo lavora per difendere le vittime di molestie da parte di preti e suore.
A oggi Doyle ha testimoniato in oltre duecento processi, ha intervistato circa duemila vittime,
ha lavorato come esperto in più di trecento casi, ha scritto numerosi libri, di cui uno in collaborazione
con Richard Sipe: Sex, Priests, and Secret Codes: The Catholic Church’s 2000 Year Paper Trail of
Sexual Abuse (Sesso, preti e codici segreti: il tracciato di duemila anni di abuso sessuale da parte della
Chiesa cattolica).
Thomas Doyle mi parla dal telefono del suo studio durante una fredda mattinata autunnale, a
due giorni da un intervento chirurgico al ginocchio.
«Si parla sempre e giustamente di pedofilia. Ma il problema di fondo è l’intenso lavoro di
copertura da parte dei rappresentanti della Chiesa cattolica, dalle sfere più basse a quelle più alte.
Per tutto ciò che attiene la sfera sessuale, dagli abusi ai rapporti consenzienti con adulti, i
vescovi cercano di tenere queste cose il più possibile segrete. E usano tutto il loro potere e la loro
influenza per non farle uscire alla luce del sole.
Non parlo solo dei diretti interessati, delle vittime e delle loro famiglie, ma anche degli
esponenti delle forze armate, della polizia e della stampa.
La polizia stessa, soprattutto in passato, era abituata a lasciare tutto nelle mani dei vescovi,
come se questi non fossero soggetti alle leggi statali o federali. E le cose continuavano come se niente
fosse, senza nessuna conseguenza.
La vera notizia di questi ultimi anni non è tanto la scoperta di quanto sia diffusa l’attività
sessuale tra gli ecclesiastici. La grande novità è che questa sia venuta alla luce nonostante la Chiesa sia
riuscita a tenere segreta la situazione fino a questo momento. Ma la società non è più disposta a
tollerare questo tipo di comportamento, e il tutto sta venendo in superficie.»
Infatti c’è da chiedersi quanto sia ancora possibile mantenere dei segreti nel mondo in cui
viviamo, il mondo della comunicazione virtuale, di internet, di WikiLeaks.
«Le informazioni escono da tutte le parti. Le cose stanno cambiando e molti non se ne rendono
conto perché sta succedendo proprio sotto ai loro occhi.
I vescovi non hanno più il controllo sulle attività sessuali dentro la Chiesa.
Una Chiesa che non è più in grado di far tacere nessuno, non può nemmeno intimidire le vittime
e le persone coinvolte. Quei giorni sono finiti.»
Solo negli Stati Uniti?
«Sono finiti quasi del tutto negli Stati Uniti, ma stanno finendo anche negli altri paesi. Basta
vedere quello che sta venendo alla luce in Europa, in Belgio, Germania, Austria, Italia. In tutti questi
paesi per la prima volta i governi collaborano con la giustizia e non tollerano più quella cultura della
segretezza. Non permettono più che la Chiesa la faccia franca.»
Anche in Italia?
«In Italia il cambiamento è più lento a causa della presenza massiccia della Chiesa in tutto il
paese. Ricordo come qualche tempo fa il presidente della Conferenza Episcopale abbia affermato che il
problema dell’abuso sessuale nella Chiesa in Italia è talmente ridotto che non vale la pena parlarne.
Una vera e propria menzogna, perché in realtà il problema è molto diffuso anche in Italia.
I dati finalmente escono, soprattutto grazie al lavoro dei media che hanno smesso di coprire i
rappresentanti della Chiesa. Lo stesso accade in tutto il resto del mondo: i cittadini, i rappresentanti del
governo e delle forze armate si sono stufati della corruzione e dell’ipocrisia radicata
nel-l’amministrazione della Chiesa e non accettano più la sua dominazione.»
Sono catturato dalle sue parole. Doyle ha ragione.
Non è la Chiesa che a un certo punto ha deciso di cambiare. È la società che sta cambiando.
Siamo noi che stiamo cambiando.
Anche noi italiani.
A pensarci bene, questo libro l’ho scritto e l’ho pure pubblicato.
Ventinove
Ho rintracciato una suora che è stata violentata da un prete.
La chiamerò suor Paola.
Suor Paola non era la sola a subire le attenzioni sessuali del sacerdote. Ha condiviso la sua
esperienza con le altre sorelle che le stavano accanto.
Insieme hanno deciso di denunciarlo alla polizia.
Ma in seguito, per qualche strano motivo, sono state allontanate dal convento e spedite in giro
per il mondo.
Tutte loro hanno avuto la sensazione di essere state punite per aver denunciato il sacerdote.
In effetti la prima regola non scritta cui si attengono i vescovi è: niente scandali.
La suora che ha accettato di raccontarmi la sua vicenda ora fa la missionaria in Africa.
È indiana. E proprio in India è stata stuprata.
Anche in questo caso, la nostra corrispondenza è telematica.
«Sono nata in India, a Calcutta. Ho trentaquattro anni.
La mia famiglia era poverissima, eravamo in nove. Io, mamma, papà, quattro sorelle e due
fratelli. Crescere in India non è una passeggiata, non sapevamo se alla sera avremmo trovato qualcosa
da mangiare, non sapevamo se il papà sarebbe tornato dal lavoro o si sarebbe fermato a bere con i suoi
amici. Eravamo così poveri!
La mamma era una donna forte, ci ha cresciuto insegnandoci onestà e rispetto.
Io ero la più piccola, la reginetta della casa, tutti si toglievano un boccone pur di farmi
mangiare.
La situazione peggiorò quando il papà morì sul lavoro. Io avevo nove anni, i miei fratelli
maschi poco più di tredici e furono costretti ad andare a lavorare.
Le bocche da sfamare erano tante, così mamma decise per me e per il più piccolo dei miei
fratelli: io suora e lui prete.
Mio fratello adesso fa il parroco in Europa, vive in una piccola parrocchia in Francia, è felice.
Io sono qua in Africa, così hanno voluto i miei superiori.»
I primi tempi a Mumbay.
«Una volta diventata suora fui assegnata a una missione di Mumbay. Il parroco era un
brasiliano. Eravamo in sette suore e seguivamo un centinaio di ragazzini della baraccopoli.»
La violenza.
«Ricordo come fosse oggi. Era una sera d’estate. Faceva caldissimo, ero nella camerata con le
altre sorelle, avevamo appena finito di recitare il rosario.
Lui era tornato da una cena formale, ubriaco. Entrò nella stanza e si spogliò, iniziò a
masturbarsi davanti a noi e ci costrinse ad avere dei rapporti orali con lui.
Poi si unì carnalmente con ognuna di noi.
Non smetteva mai, più noi piangevamo più la sua espressione diventava demoniaca. Era come
invasato. Io avevo paura di morire. Pregavo il Signore perché quella notte finisse il prima possibile.
Il tutto durò un paio d’ore.
Ero spaventatissima.
Non avevo mai fatto sesso.
Non avevo mai conosciuto un uomo nell’intimo.
Mi sentivo violata.
Mi faceva schifo.
Avevo paura di morire.»
Il risveglio, il giorno dopo, la vita dopo.
«Al mattino era come se non fosse accaduto nulla. Tra noi non abbiamo nemmeno parlato di
quello che era successo, ci vergognavamo tutte.
Mi sentivo sporca, sentivo di aver tradito il Signore. Questa è la cosa assurda, io ero la vittima e
mi sentivo in colpa. E così si sentivano anche le mie sorelle.
Ricordo di aver pregato tanto quel giorno. Da sola, per isolarmi dal mondo.
Cercavo risposte nella preghiera, forse cercavo il coraggio di denunciare tutto, ma non lo trovai.
Questo è stato un errore grandissimo, non andare a denunciarlo subito.
Lui, vedendo il nostro silenzio, si sentì autorizzato a proseguire su quella strada.»
La violenza continua.
«Per un anno non ha fatto altro che pretendere rapporti sessuali, da me e da tutte quante le altre
sorelle. Le notti erano diventate un vero e proprio incubo. Lui entrava nella nostra stanza e ci
costringeva a fare sesso. Un incubo. E poi se ne andava e ci lasciava da sole con i nostri pianti e le
nostre paure. Con il nostro sentirci persone schifose.
Credo di essere stata violentata decine di volte. Per fortuna ora sto riuscendo a dimenticare.
Non sempre sono stata violentata fisicamente, a volte mi costringeva a guardare mentre faceva
sesso con una sorella, oppure mi costringeva ad avere rapporti omosessuali mentre lui ci guardava e si
masturbava.
A volte ci costringeva semplicemente a guardarlo mentre si toccava.
Il comune denominatore di queste notti era il suo tasso alcolico. Era sempre ubriaco. Chissà,
forse drogato.»
Il sacerdote.
«Era un buon prete, aveva molta presa sui fedeli, agiva per il bene della comunità. Ma quando
beveva non era più lui. Durante le violenze aveva una faccia terribile, come se il male si fosse
impossessato di lui.»
La denuncia.
«Ci siamo decise a denunciare tutto quando una notte, dopo che ebbe un rapporto con una
suora, lei si sentì male e fummo costrette a portarla in ospedale.
Il giorno successivo andammo dalla polizia. Avevamo capito che non potevamo più aspettare,
prima o poi qualcuna di noi sarebbe sicuramente morta.
Il prete fu incarcerato, poi fu mandato in Brasile. Noi ci sentimmo libere.»
Ma la sofferenza non è ancora finita.
«È stata veramente dura, sembrava che fossimo noi quelle cattive.
Quelle sporche.
Siamo state escluse dalla vita della comunità. Era come se l’incubo non fosse ancora finito.»
I trasferimenti.
«Dopo cinque mesi sono iniziati i trasferimenti. A tutte noi arrivarono delle lettere in cui ci
consigliavano di lasciare l’India e di andare in missioni di altri paesi.
Così, senza apparente motivo, iniziarono i nostri viaggi lontano dall’India. Chi in Europa, chi in
America Latina.
Io sono arrivata in Africa e tutto sommato sono felice di essere qua. Mi sento libera e felice,
ora. L’incubo è finito.»
La punizione.
«Mi hanno punita insieme a tutte le mie sorelle perché abbiamo parlato, perché abbiamo avuto
il coraggio di andare a raccontare tutto. Perché abbiamo deciso di farla finita. Nessuno me l’ha mai
detto direttamente, ma un segretario del vescovo un giorno mi fece capire che, da quando il parroco
brasiliano se n’era andato, non arrivavano più i soldi delle offerte dei ricchi brasiliani amici del prete.
Credo che alla fine siamo state punite per una questione di soldi.»
Ricordi.
«Ci penso ogni tanto. Non capisco come un prete possa aver fatto una cosa simile.
Sono consapevole dell’esistenza di suore e preti che fanno sesso, ma credo che lo facciano con
donne e uomini consenzienti. Noi eravamo costrette. E questo non potrò mai dimenticarlo.»
Il sesso.
«Io non ho mai fatto l’amore e credo che non lo farò mai.
Ho scelto gli abiti sacri e sono contenta della mia scelta.
Ho fatto sesso, anzi direi che sono stata violentata molte volte.
Quello non può essere l’atto che serve per procreare, per dare inizio a una nuova vita.
Io non mi occupo dell’educazione sessuale, qua, perché mi occupo dei bambini più piccoli, ma
so che viene fatta e che vengono insegnati metodi per non prendere malattie e per non avere gravidanze
da giovani. Questo mi vede pienamente d’accordo.»
Il celibato.
«È una cosa a cui non ho mai pensato. Io sono felice di aver scelto il Cristo. Conosco colleghe
che vorrebbero avere un compagno vicino. Perché a volte si sentono sole e avrebbero bisogno di avere
qualcuno con cui dividere ansie e paure.
Ecco, io direi che dovremmo esser liberi. Chi vuole dovrebbe farlo, chi non vuole, come me,
dovrebbe stare solo.
Anche così si eviterebbero tutti quegli episodi come quello che è successo a noi in India.»
Il «National Catholic Reporter» ha pubblicato un’intervista a una suora africana che studiava in
un college cattolico degli Stati Uniti.
La donna è stata stuprata in Africa Occidentale da un prete africano.
«Avevo ventisette anni quando sono stata violentata. Ho cercato di liberarmi mentre mi
prendeva con forza.
La cosa più difficile è stata accettare il fatto che ho disonorato la mia verginità proprio
nell’ambiente religioso.
Le suore che non hanno molti soldi tollerano gli stupri dei preti perché dentro il convento
vivono comunque una vita migliore di quella che potrebbero avere a casa loro.
In più, spesso le donne credono che i sacerdoti africani che hanno studiato a Roma siano
culturalmente superiori. Quindi credono a qualsiasi cosa dicano, anche che fare sesso va bene, che è
una cosa normale.
È una situazione capovolta rispetto al passato. Ora per una donna africana diventa più sicuro
vivere la propria vita tra la gente che in un convento di preti.
Le suore più giovani, poi, guardano a quelle più anziane come un modello. Quando capiscono
che anche loro sono sessualmente sedotte dai preti, pensano che non ci sia niente di male.»
Talvolta si arriva a dei veri paradossi, come quello denunciato in un articolo dell’«Associated
Press» nel marzo 2009: a molte suore in Angola viene consigliato di usare il preservativo durante le
relazioni sessuali.
Uno dei pochi che ha parlato alla stampa di questa piaga è padre Giulio Albanese, ex direttore
dell’agenzia di informazione Misna (Missionary Service News Agency): «I missionari sono esseri
umani che spesso vengono sottoposti a un’incredibile pressione psicologica in situazioni di guerra e
violenza continue. Da una parte è importante condannare questi orrori e raccontare la verità, dall’altra
bisogna evitare di generalizzare».
Molte autorità religiose conoscono il problema.
Dice Peter Schineller, padre gesuita che ha trascorso vent’anni in Africa: «Sebbene molti
sacerdoti abbiano aderito alla promessa di castità, il sesso tra adulti consenzienti o semi-consenzienti è
una pratica molto comune».
Anche ai piani più alti di piazza San Pietro, a Roma, sanno bene che cosa succede in Africa.
Queste sono le parole di Joaquín Navarro-Valls, portavoce del Vaticano al tempo della lettera di
suor Marie McDonald: «Siamo a conoscenza del problema, anche se è limitato ad alcune aree
geografiche del mondo».
E non è un caso che il voto di castità sia stato uno dei temi principali durante il sinodo del 2009
per l’Africa. Come non è un caso che Benedetto XVI, nel suo viaggio in Africa del 2010, abbia parlato
del problema del celibato nel continente nero invitando i sacerdoti ad «aprirsi pienamente e servire gli
altri come Cristo ha fatto, rispettando il dono della castità».
Trenta
Debellare questa prassi in Africa, non è impresa semplice.
È una società in cui gli uomini che hanno figli ricoprono un ruolo più elevato rispetto agli altri.
Anche per questo i sacerdoti sono spesso messi da parte, isolati.
In una condizione che rende la solitudine ancora più difficile da gestire.
Ecco allora che non sono pochi, in Africa, i preti che hanno compagne o mogli ufficiose.
Secondo la stampa locale, il vescovo dello Zimbabwe, Pius Ncube, per esempio, ha ammesso
una relazione con una donna sposata della sua parrocchia e nel 2007 ha chiesto di non esercitare più le
sue funzioni. Pare che la decisione sia stata forzata dai media statali che avrebbero minacciato di
mandare in onda un video di lui nudo con una donna in camera da letto. Ncube continua però il suo
servizio di normale sacerdote in una parrocchia di campagna.
Ha provocato poi molto scompiglio il caso di padre Dominique Wamugunda e di Martha Karua,
quest’ultima ex ministro della Giustizia keniota, in passato candidata alle presidenziali. Nel 2003 sono
stati vittime di una rapina notturna. Peccato che siano stati beccati sul sedile posteriore dell’auto di
servizio di Martha che, in quel momento, era priva di guardie del corpo. I ladri non hanno preso molto,
ma la storia è stata documentata da tutti i media.
Il 9 giugno 2009 il Vaticano ha scomunicato Luciano Anzanga Mbewe, sacerdote dello Zambia.
Il motivo? Si era sposato. Ora Mbewe è leader di una setta di preti, la Catholic Apostolic National
Church, che è nata in Zambia, pare ispirata da padre Emmanuel Milingo, e ha aperto una sede anche in
Uganda nella piccola cittadina di Jinja, di cui è oggi vescovo e guida spirituale Leonard Lubega.
Lubega ha parlato con la Catholic Information Service for Africa (CISA), un’agenzia di notizie
con sede a Nairobi, in Kenya, e rivolta al mondo cattolico. Ha detto che all’inizio erano solo venti
sacerdoti, mentre oggi i fedeli della setta sono più di dodicimila solo in Uganda. «Ci consideriamo
cattolici, ma non cattolici romani. Non siamo sotto l’autorità del papa, anche se lo riconosciamo e
preghiamo per lui.»
Immediate le reazioni. Il governo ugandese ha dichiarato di aver avviato delle indagini su
questa setta e che è pronto a dichiararla illegale.
L’arcivescovo di Kampala, Cyprian Kizito Lwanga, ha chiesto al governo di bandirla da subito
perché potrebbe creare confusione tra i fedeli e provocare dei conflitti religiosi.
Il cardinale Emmanuel Wamala, arcivescovo emerito di Kampala, ha definito i membri della
setta dei falsi profeti: «Non conosco questi cosiddetti preti e la Chiesa non dovrebbe farsi spaventare da
loro. Non è la prima volta che in Uganda si sente parlare di personaggi come questi, che compaiono e
poi scompaiono nel giro di poco. Consiglio agli ugandesi di non seguire o ascoltare questi preti, perché
hanno solo l’intenzione di dividere la Chiesa».
La situazione africana è spiegata bene in un articolo pubblicato nell’ottobre 2009 da «Nigrizia»,
storico mensile sull’Africa edito dai missionari comboniani.
Proprio in quei giorni monsignor Robert Sarah, proveniente dalla Guinea e segretario della
Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, si reca a Bangui in qualità di visitatore apostolico.
È chiamato a verificare una situazione incresciosa sulla quale ha già indagato l’arcivescovo
vietnamita Pierre Nguyên Van Tot, nunzio apostolico nella Repubblica Centrafricana e nel Ciad
dall’agosto 2005. Van Tot ha riferito che a Bangui molti sacerdoti sono padroni di case, hanno figli e
possiedono proprietà private.
Monsignor Robert Sarah arriva a Bangui e punta con violenza il dito contro quei preti che
conducono una doppia vita. Li esorta ad abbandonare il ministero sacerdotale e dà il via a
un’operazione di pulizia nella Chiesa centrafricana coordinata da monsignor Jude Thaddeus Okolo,
nigeriano, nuovo nunzio in Ciad e Repubblica Centrafricana dopo Van Tot.
Risultato: delle nove diocesi centrafricane, una soltanto è retta da un vescovo locale. Al vertice
di sei ci sono vescovi missionari esterni, due sono rimaste vacanti.
Ma i sacerdoti locali interpretano questi atti come mancanza di fiducia nei loro confronti e lo
denunciano in numerose lettere facendo ricorso all’espressione "neocolonialismo ecclesiale".
A tentare di mediare questa situazione molto difficile interviene il Vaticano.
Il 19 maggio 2009, da Roma, il cardinale Ivan Dias, all’epoca prefetto della Congregazione per
l’evangelizzazione dei popoli, scrive una lettera ai cattolici.
«La Chiesa centrafricana ha vissuto momenti difficili che hanno turbato la pace e l’armonia tra i
suoi membri.
Bisogna riconoscere che la Chiesa di oggi è il frutto del lavoro pastorale, così paziente e
laborioso, di migliaia di missionari venuti da lontano e del clero locale che essi hanno formato in questi
ultimi 115 anni.
Bisogna però riconoscere anche, in tutta sincerità e umiltà, che nel campo del Signore, accanto
al buon grano c’è della zizzania, che nuoce alla causa del Vangelo e della Chiesa di Gesù Cristo.
Soprattutto, c’è lo stato morale di alcuni sacerdoti che tradiscono la loro sublime vocazione di
essere guide spirituali del popolo di Dio sulla via della santità.
La visita di monsignor Sarah purtroppo ha potuto constatare la profondità del malessere tra il
popolo di Dio a causa della condotta poco esemplare di certi membri anche qualificati del suo clero, sia
autoctono che missionario.
La Santa Sede si è sentita obbligata a prendere le misure necessarie per porre rimedio alle
situazioni irregolari in cui i pastori tradivano i loro impegni presi davanti a Dio e alla Chiesa,
scandalizzando il gregge.»
La stampa ha riconosciuto la gravità dei fatti. Ha indicato le diocesi e le parrocchie nelle quali
preti e religiosi hanno famiglia, mogli e figli. Ma si è anche meravigliata che il Vaticano si sia accorto
così in ritardo della situazione.
Ha scritto «Centrafrique Presse»: «Si naviga nell’ipocrisia: il celibato dei preti nella Repubblica
Centrafricana, come altrove, è un’utopia».
E i comboniani di «Nigrizia»: «Roma, con la sua multisecolare esperienza, non misconosce la
debolezza umana. Non intende però rivedere la sua disciplina. Quasi non tenesse conto della situazione.
Il Vaticano vede le cose in una prospettiva di lungo periodo, mentre preti, fedeli e non battezzati hanno
un’esistenza che si gioca nello spazio di pochi anni.
Non siamo di quelli che sentenziano che il celibato non è fatto per gli africani. O che il presunto
culto della fertilità e il bisogno di figli non permettano loro la rinuncia a una discendenza carnale.
Come il matrimonio, il celibato per il Regno è un segno profetico che non coincide pienamente
con i valori di nessuna cultura: né passata né attuale, né africana né occidentale. Il celibato si può
abbracciare solo nella fede e in piena libertà. Legarlo a istituzioni e strutture può condurre a situazioni
drammatiche e scandalose, come quelle che stiamo criticando».
Il tema è caldo.
Non mancano religiosi che, consapevoli di quanto sia poco rispettato il voto di castità in Africa,
cercano di sensibilizzare e favorire l’uso dei contraccettivi.
In Africa, secondo le Nazioni Unite, sono ventidue milioni le persone affette dal virus HIV.
Un gruppo di quattordici suore sudafricane che lavorano con i malati di aids ha formato
l’organizzazione Sisters for justice (Suore per la giustizia), per protestare contro il divieto dell’uso del
preservativo da parte della Chiesa.
Dice Velesiwe Mkwanazi, un tempo leader cattolica, poi fondatrice della Women Ordination
South Africa(WOSA): «I preti che hanno relazioni sessuali in Sudafrica sono moltissimi. I parrocchiani
incolpano noi donne dicendo che seduciamo i preti, ma a noi insegnano fin da piccole che dobbiamo
rispettare e onorare gli uomini, e non possiamo dire di no a un sacerdote che per noi è una fonte
preziosa di comunicazione con Dio».
Tutti gli scandali sessuali interni al mondo religioso africano obbligano i responsabili della
Chiesa a porsi una domanda: siamo sicuri che esista un modello valido ovunque e per tutti?
La risposta l’hanno data i comboniani di «Nigrizia»: «Certi settori del clero vivono una
situazione di schizofrenia a cavallo tra due culture: quella africana, in cui sono nati e cresciuti, e quella
occidentale, ricevuta durante i lunghi anni di studi di filosofia e teologia. E soprattutto non hanno
assunto in libertà e franchezza la loro situazione di celibi, condannandosi a un’esperienza di grande
frustrazione».
Basterà migliorare la formazione dei futuri sacerdoti, come sostiene la Santa Sede?
Ci piace ricordare ciò che scriveva a proposito dei vescovi il teologo e sociologo camerunese
Jean-Marc Éla in Repenser la théologie africaine: «La figura del vescovo che ci interessa è quella
dell’autentico servitore del Vangelo di liberazione... Non vogliamo incontrare alti funzionari di Dio,
ma umili pastori che lo Spirito invia al suo popolo per riattualizzare la tradizione dei vescovi difensori
dei poveri e degli oppressi».
Trentuno
Ma in Africa non ci sono solo preti assatanati di sesso, privi di scrupoli e stupratori.
Ci sono anche tantissimi sacerdoti che compiono la loro opera di missionari con passione e con
impegno. Con rispetto e devozione.
Uomini e donne che non sempre rispettano le rigide leggi di Roma.
È il caso di padre Felice.
Anche in questo caso la corrispondenza con il religioso avviene nel mondo virtuale.
«Ho più di cinquant’anni, sono nato in un piccolo paesino della provincia bresciana, non
distante dal lago di Garda, unico figlio maschio di una famiglia di agricoltori. Una famiglia normale,
con papà che curava i campi e gli animali, e la mamma che si occupava di mandare avanti la casa. Non
eravamo ricchi, ma nemmeno poveri.
Io sin da bambino sono stato per così dire una testa matta, mi piaceva la vita all’aria aperta,
giocare nei campi, stare con gli amici. Non mi piaceva andare a scuola, molto spesso non ci andavo,
così fui mandato in seminario.
Avevo otto anni quando entrai in seminario. E neppure i miei genitori pensavano che sarei
dovuto diventare prete.
Tornavo a casa solo per Natale e Pasqua.
I miei venivano a trovarmi alla domenica. Si andava prima a messa e poi a mangiare in una
trattoria vicino al seminario. Era doloroso, quando se ne andavano, ogni volta volevo tornare a casa con
loro, ritrovare le mie sorelle, i miei amici del paese, le mie giornate nei campi.
Gli amici sono sempre stati importanti per me, e lo sono ancora. Ho qualche buon amico in
Italia, di quelli del paese, ma anche di quelli conosciuti in seminario e non diventati per forza sacerdoti.
Con questi ultimi si facevano infinite partite di calcio, si condividevano le fatiche dello studio e,
durante l’adolescenza, si guardavano le ragazze che venivano a messa in parrocchia.
Non c’era molta possibilità di incontrare e conoscere le ragazze, avevamo contatti con loro solo
alla domenica.
Me ne ricordo una, con cui non ho mai parlato. Veniva a messa con la nonna, era una creatura
angelica, bionda, occhi chiari, me la ricordo ancora. Che emozioni suscitava in me. Eppure non ebbi
mai l’occasione né di parlarci né di fare altro, quelle cose che spesso mi capitava di pensare.
Arrivò poi la chiamata del Signore.
Intorno ai sedici anni capii che il sacerdozio era la strada che dovevo percorrere. I miei genitori
e le mie sorelle furono felicissimi di questa mia decisione e il giorno in cui divenni sacerdote
organizzarono una grande festa alla quale fu invitato tutto il paese.
Fui nominato sacerdote in una piccola parrocchia, gente tranquilla, vita piatta. Ero giovane e mi
sentivo sprecato.
Un giorno conobbi un missionario e decisi di partire per l’Africa. Con la consapevolezza che lì
sarei stato molto più utile che in Italia. Lì il mio aiuto sarebbe stato molto più concreto, avrei potuto
dare un senso vero alla chiamata del Signore, avrei potuto sporcarmi le mani, come ho sempre voluto.
Direi che è stata la noia, passami il termine brutale, a spingermi verso l’Africa. Dovevo dare un
senso al mio essere prete.»
Da quanto tempo sta in Africa? Ricorda i primi tempi? La realtà diversa, le difficoltà iniziali?
«Sono arrivato all’inizio degli anni Novanta. I primi tempi furono difficili essenzialmente per
un problema di scarsa comunicazione con i locali. Parlavamo in inglese, ma non ci capivamo. Imparato
il kiswahili le cose cominciarono a migliorare.
Per quanto riguarda la logistica, sapevo di non potermi aspettare granché, che non potevo avere
una casa con tutti i crismi di una casa italiana, che l’acqua calda non l’avrei trovata e che per fare una
telefonata avrei dovuto fare chilometri. Ma questo non mi spaventava. Sono cresciuto in campagna,
l’ho sempre amata.
Ma mi accorsi immediatamente che non avrei mai potuto fare il prete come lo facevo in Italia.»
In che modo ha capito che doveva cambiare il suo modo di essere prete?
«In Italia il mio più grande problema era quello di organizzare le gite per i parrocchiani e il
catechismo per i ragazzi. In Africa la situazione era diversa. Dovevo dare speranza a tutti quei ragazzi
che frequentavano la mia parrocchia, dovevo fargli capire che il Signore non si era dimenticato di loro,
che il loro stare in una baraccopoli non era una punizione divina.»
E i preti? In che cosa erano diversi i preti trovati lì da quelli che aveva lasciato in Italia?
«I preti conosciuti in Africa erano preti che a volte non dicevano messa, come spesso capita a
me, che non indossavano abiti sacri, che si sporcavano le mani con la malta se c’era da costruire una
chiesa o un pozzo. Preti che badavano e badano più al concreto che all’astratto.
Qui vent’anni fa si moriva di fame ogni giorno. Ora le cose sono un po’ migliorate, magari non
si muore più di fame, ma si muore per una banale influenza. Capirai bene che a volte bisogna essere
concreti il più possibile. A volte è più importante un’aspirina che una preghiera.»
Quali altre regole ferree della Chiesa ha capito che andavano adattate al contesto particolare in
cui si trovava?
«Quando sono arrivato in Africa si sapeva ben poco dell’aids. I sieropositivi erano moltissimi.
Eppure nessuno, né la Chiesa né i governi, faceva qualcosa per fermare questa terribile epidemia.
Da qualche anno a questa parte, i governi portano avanti iniziative per fermare la diffusione del
virus, ma quello che si fa è ancora troppo poco. Servirebbe, dal mio punto di vista, una presa di
posizione netta da parte del Vaticano.
Vedi, io vivo in un contesto dove la politica non arriva, vivo in una baraccopoli, vivo tra gli
esclusi, vivo tra coloro che si sentono dimenticati dalle autorità politiche del paese. Se anziché lo Stato
fosse la Chiesa a promuovere iniziative ufficiali per bloccare l’espandersi del virus, i risultati sarebbero
nettamente migliori.»
Quanto conta il buon senso nel fare il missionario in Africa?
«Il buon senso è fondamentale. Se non l’avessi avuto sarei impazzito quindici anni fa.
Qui devo confrontarmi tutti i giorni con una realtà ufficiale di facciata e una realtà vissuta.
Devo ubbidire alla Chiesa ma portare avanti la mia chiesa. Nota, la Chiesa scritta maiuscola e quella
scritta minuscola.
La Chiesa è quella di preti, di vescovi, di cardinali che poco sanno di quello che succede qua.
La chiesa è la mia parrocchia, i miei parrocchiani, quelli che non hanno certezza del futuro, quelli che
non hanno che una baracca sopra la loro testa, quelli che vedono il parroco come un punto di
riferimento.
Ecco, io devo lavorare nella chiesa dimenticandomi a volte della Chiesa.
Credo che ai cardinali che vivono a Roma farebbe benissimo una permanenza in Africa. Ma non
in quei viaggi ufficiali in cui vengono portati solo nei posti belli. Dovrebbero partire con il loro zaino in
spalla, come ho fatto io tanti anni fa, e vivere con la gente. Sentire la puzza delle fogne, vedere nascere
un bambino già condannato a morte perché loro dicono di non usare il condom, vedere la disperazione
negli occhi di adulti e ragazzi. Ma allo stesso tempo gioire con loro e vedere nei loro occhi la gioia e la
speranza di un futuro migliore.»
Ci racconta la sua giornata tipo da missionario?
«Le cose da fare sono sempre tantissime. Programmare è una cosa impossibile.
L’unico punto fermo è la messa della domenica mattina. Molto diversa da quella celebrata in
Italia. Canti, balli, persone che al momento dell’offertorio mi danno parte del loro nulla come segno di
ringraziamento. Ovvero cibo e verdura.
Il resto della settimana viene come viene. Si lavora sempre nella più totale emergenza.
Io porto avanti la gestione di quattro centri per il recupero dei chokora, i bambini che sniffano
colla (la traduzione esatta del termine chokora è "immondizia").
In totale sono circa trecento bambini. Bambini difficili, complessi, problematici. Bambini che
devono essere convinti a rimanere nei miei centri per il loro bene. Lavorando in una situazione del
genere capirai che è molto frequente l’emergenza. Mi trovo spesso a correre da un posto all’altro per
sedare delle situazioni problematiche. Non che i miei collaboratori non ne siano capaci, però diciamo
che spesso i ragazzi ascoltano più me che gli altri.
Comunque sia, a spanne la mia giornata prevede una sveglia prestissimo, all’alba.
La messa devo ammettere che non sempre riesco a celebrarla ogni giorno, Dio capirà.
La mattina con degli operatori locali faccio un giro per il centro città per vedere se qualcuno dei
ragazzi che sniffano colla vuole venire a vivere da noi, il pomeriggio faccio il giro per i centri di
recupero.
Poi alla sera una birretta con qualche amico fidato non me la toglie nessuno.
È l’unico momento della giornata in cui stacco il cervello, il momento in cui mi posso togliere
le scarpe e non pensare a tutto quello che vedo e vivo durante la giornata.»
Di cosa parlate davanti alla birretta?
«La birretta è il momento in cui non sono più il sacerdote, il momento in cui sono un uomo con
i suoi amici. Si parla di politica, di calcio, di libri. Anche di donne. Io cerco sempre di tenere una
posizione democristiana, ma ho gli occhi anch’io, posso dire se una è bella o meno. Ovvio che certi
commenti pesanti mi mettono a disagio, ma in fondo siamo tra amici e può anche starci.»
Qual è il lato più bello della sua vita lì in Africa?
«L’assoluta libertà. Non devo sottostare a ordini o imprimatur dall’alto. In Italia avrei una vita
molto più tranquilla. La messa, le vecchiette che mi puliscono casa, l’oratorio. Ma non farei mai
cambio con un sacerdote italiano, non resisterei una settimana.
Qui in Africa non potrei mai impedire ai fedeli di cantare e ballare durante la messa, non potrei
mai impedire loro di avere sempre quel sottofondo forte delle religioni tradizionali africane. Se facessi
una cosa del genere, mi troverei a dover professare un cristianesimo falso, non il loro.
Ecco, se portassi il diktat vaticano qui in Africa, non otterrei tutti i risultati che sto ottenendo.
Vedi, il papa ha aperto in qualche modo all’uso del profilattico. Ma anche in questa apertura ho
trovato tanta ipocrisia.
Sostiene che il profilattico può essere usato dalle prostitute.
Bene, benissimo direi. E gli altri? Io distribuisco condom tra i miei fedeli da ormai vent’anni.
Da quando ho capito che predicare l’astinenza era una cosa inutile.»
Come ha iniziato a distribuire preservativi? Perché ha capito che andava fatto?
«Ho iniziato per i troppi funerali di giovani vite che ero costretto a officiare. Giovani che
morivano perché malati di aids.
Ho provato invano a predicare l’astinenza. Poi ho capito che l’unico modo per cercare di
rallentare il virus era quello di insegnar loro l’uso del condom.
È sempre difficile farglielo accettare, perché per un africano fare sesso con il profilattico è come
non fare l’amore, ma dopo vent’anni posso dire con assoluta certezza che piano piano si sono abituati.
Qualche vita l’abbiamo salvata.»
Come concilia la sua missione pratica con le regole diverse imposte da Roma?
«La vivo serenamente. Chi impone l’astinenza come unico metodo per evitare il contagio è un
pazzo. Vive in un mondo non reale, un mondo che non esiste.
Gli africani si sentono liberi, si accoppiano liberamente con la propria donna, ma vanno anche
con altre donne. Però con la moglie fanno l’amore per fare figli, con le altre donne si accoppiano per
puro istinto sessuale. E questo è molto rischioso per la trasmissione delle malattie.
Io credo di essere un buon prete anche se distribuisco condom ai miei fedeli. All’inizio lo
facevo di nascosto, ora non mi vergogno di farmi vedere mentre distribuisco preservativi.»
Anche gli altri preti lo fanno? E i vescovi come reagiscono? Sono ignari di tutto?
«Diciamo che i preti che stanno in Africa lo fanno quasi tutti e in tutte le zone dell’Africa. I
nuovi, quelli arrivati da poco, tentano di fare come ho fatto io vent’anni fa, predicano l’astinenza.
Sembra assurdo che un giovane pretino al giorno d’oggi arrivi in Africa e predichi l’astinenza,
ma la gran parte arriva dai seminari e non possono fare altrimenti.
Noi vecchi siamo più abituati a questa situazione e distribuiamo condom senza problemi.
Penso che i superiori sappiano. E non abbiano mai detto nulla.
Sinceramente, anche se avessero qualcosa da dire in merito, credo che non li ascolterei
nemmeno un secondo. Io non predico l’amore libero, non predico la promiscuità, credo di fare solo il
loro bene, distribuendo condom.»
Non le capita mai di sentirsi solo?
«Te lo dicevo prima parlando della birra che niente e nessuno può togliermi. Di sera ho bisogno
di trovarmi tra persone fidate. Ovvio che a volte mi mancano le mie sorelle, e vorrei poter pregare sulla
tomba dei miei genitori, ma cerco di averli sempre presenti nei miei pensieri e nelle mie preghiere. Poi,
grazie alla tecnologia, ora anche le distanze sembrano meno reali.»
Le manca una persona con cui condividere tutto? Una donna, una compagna, una moglie?
«Questo è un discorso molto complesso da affrontare.
Le persone che incontro per la mia strada hanno una loro famiglia e una loro vita. Quando mi
salutano tornano a casa, dove qualcuno li sta aspettando, magari con una cena calda oppure con una
ramanzina per l’orario di rientro. A me tutto questo manca.
Di sera chiudo la porta della camera alle mie spalle. A volte mi prende una tristezza infinita.
Vorrei che nel letto mi aspettasse qualcuno con cui condividere le mie gioie, le mie ansie e le mie
paure. Ma purtroppo non è possibile.
Ti dico molto sinceramente che, se solo me ne fosse data la possibilità, io mi sposerei subito.»
Com’è la sua vita dal punto di vista sessuale?
«Mi fido di te. Io ogni tanto smetto i miei abiti da prete e cerco quello che mi manca. E
facendolo non sento assolutamente di fare un torto al Signore.
Mi scoccia non poter dimostrare il mio amore per una donna alla luce del sole.
Mi scoccia dover tenere per forza tutto dentro.
Credo che tutti i preti del mondo, o quasi, abbiano fatto l’amore.
Ma questo farlo di nascosto è deleterio sia per l’uomo prete che per la Chiesa.
Tutti sanno, ma nessuno parla.
Sarebbe tutto più semplice, senza il vincolo del celibato. Come può un prete dirimere questioni
familiari se non ha famiglia? Io mi sono trovato in difficoltà davanti a marito e moglie che vengono a
raccontarmi i loro problemi con i figli o con i parenti. Mi parlavano di cose che non ho mai visto né
vissuto. Se avessi una famiglia, probabilmente sarei un sacerdote migliore.»
Come e dove fa sesso?
«Lo faccio nella maniera più naturale del mondo, nel senso che non faccio nulla di deviato.
Faccio l’amore con una donna, sempre la stessa, da qualche anno.
Sento di amarla e sento che, se potessi vivere questa situazione alla luce del sole, sarei
sicuramente un uomo migliore. Ma Roma mi dice che non si può.»
Mi racconti le gioie del sesso.
«Non ho mai raccontato a nessuno queste cose.
Quando sono arrivato in Africa ero vergine, senza nessuna esperienza. Non ricordo esattamente
cosa mi è preso, mi mancava la mia famiglia, mi sentivo solo e ho cercato il conforto di una donna.
All’inizio credevo fosse una cosa isolata, la debolezza di un momento. Mi vergognavo davanti a
Dio. Poi non ho più potuto farne a meno.
Sia chiaro, non sono un assatanato. Diciamo che lo faccio un paio di volte al mese e credo di
essere un prete migliore, da quando ho iniziato.
So cosa vuol dire provare un sentimento che ti lega a una donna. Non so se si possa parlare di
amore, in ogni caso si avvicina molto.
Sto bene quando sto con lei, vorrei diventare vecchio con lei al mio fianco, ma sappiamo
entrambi che non sarà possibile.
Spero che in futuro noi preti avremo la possibilità di sposarci, anche se non credo che ciò
avverrà presto. Comunque, quando succederà, sarà un bene per tutta la Chiesa.»
Per quella che è la sua percezione, in Africa quanti preti hanno una vita sessuale nascosta?
«Tranne i giovani, quelli che arrivano e predicano l’astinenza, tutti i preti hanno una vita
sessuale.
A quel che so, ci sono molti preti omosessuali, ma non in Africa. Qui gli omosessuali sono
ancora trattati da diversi totali, vengono esclusi.
Tra i preti è diffusa la voce che in Vaticano ci siano festini quotidiani tra preti un po’
femminielli, permettimi il termine.»
E le suore? Che tipo di rapporti avete con loro?
«Io nei miei istituti ho giovani suorine quasi tutte indiane o sudamericane. Sinceramente non le
ho mai viste come oggetto dei miei desideri, ma credo che anche loro abbiano i loro istinti sessuali e
che magari cerchino il contatto fisico con degli uomini. Preti e suore lavorano a stretto contatto ogni
giorno e credo che qualcuno abbia, per così dire, approfondito la conoscenza. Ma non sono sicuro di
ciò, sono supposizioni mie.»
Grazie, ho molto apprezzato la sua sincerità.
«Ti ripeto di usare tutto con molta cautela.
Ti ringrazio perché per una volta ho fatto una confessione al contrario.
Un abbraccio.»
La abbraccio anch’io, padre Felice. Buona fortuna per tutto.
Trentadue
Dopo qualche settimana di corrispondenza via e-mail, riesco a collegarmi su Skype con fratello
Ksawery Knotz.
Il volto che appare sullo schermo del computer non mi è nuovo. Basta digitare il suo nome su
Google per ritrovarsi con una lista di quasi quarantamila pagine web.
In Polonia fratello Ksawery è una celebrità. Nel 2009 il suo nome è comparso su tutti i giornali,
e le televisioni se lo sono conteso per settimane.
Tutto per un libro: Sesso, quello che non sai.
Nulla di sconvolgente, se non fosse che l’ha scritto un frate, fratello Ksawery per l’appunto.
Sottotitolo: Per coppie sposate nell’amore di Dio.
Un piccolo successo editoriale, in ristampa dopo poche settimane dall’uscita e tradotto anche
all’estero. In Spagna lo hanno ribattezzato Il sesso come Dio comanda.
Capitoli come La religione ti aiuterà ad aumentare la libido oppure L’ars amandi aiuta anche
nei periodi non fertili hanno stuzzicato il palato dei lettori più curiosi. I media sono arrivati a parlare
addirittura di Kamasutra cattolico.
Nonostante l’improvvisa popolarità, fratello Ksawery non ha la faccia di chi si diverte a
scatenare tormentoni. Una fitta barba castana copre gran parte del volto, la capigliatura è piuttosto rada.
Un paio di occhiali scuri incornicia uno sguardo profondo, allungato da vistose occhiaie.
Sono le nove di sera, è visibilmente stanco.
Non indossa il saio con il quale è stato più volte immortalato dai giornali polacchi, bensì un
cardigan, comunque marrone, che si apre lasciando intravedere una camicia azzurra.
Ci presentiamo, scambia qualche battuta con l’interprete.
Nella vita, fratello Ksawery deve essere un uomo semplice e alla mano. Di primo acchito si ha
l’impressione di una personalità severa.
Alle sue spalle, la webcam riprende una piccola stanza dove si scorge un letto e una libreria in
legno colma di libri. La luce è scarsa, non si distingue altro. Tutto sembra comunque molto sobrio. Tra
una risposta e l’altra sorseggia una tazza di tè.
Ecco fratello Ksawery, ecco la sintesi di un dualismo apparentemente inestricabile, quello tra il
sesso e la Chiesa cattolica.
Fratello Ksawery non ha peli sulla lingua. Parla con tranquillità di petting, vagina, eiaculazione
e così via.
In una prospettiva strettamente cattolica.
Che per lui vuol dire rileggere la fenomenologia del sesso alla luce del messaggio di Cristo.
Ma prima di discutere con fratello Ksawery, ecco le sue massime in fatto di sesso pubblicate sul
sito polacco www.szansaspotkania.net, possibilità d’incontro. Riflessioni che hanno ispirato la stesura
di Sesso, quello che non sai.
«L’inizio di una celebrazione coniugale implica accarezzarsi, baciarsi, massaggiarsi, scambiarsi
carezze anche sessuali. Da un punto di vista psicologico, la loro capacità di influenzare l’armonia degli
sposi e la coscienza della relazione erotica è ancor più importante dell’orgasmo in se stesso.
Baciare il corpo della persona amata è segno di rispetto, conoscenza, adorazione, anche di
comunione. È segno di pace.
Scambiarsi tenerezze è la celebrazione del corpo del proprio sposo. Esprimere tenerezza rivela
la volontà di unirsi all’altra persona dal profondo del cuore.
Se dura troppo poco, non crea la coscienza della comunione coniugale.
Gli sposi che stanno seriamente considerando le raccomandazioni morali della Chiesa cattolica
devono essere convinti che, se iniziano a scambiarsi tenerezze con in mente l’idea di avere un rapporto
sessuale completo (che finisce con un’eiaculazione all’interno degli organi genitali femminili), allora
ogni genere di comportamento (tipi di carezze, posizioni sessuali) finalizzato a migliorare la qualità
della vita sessuale è permesso e approvato da Dio.
Un problema occorre invece quando marito e moglie usano eccitanti di vario tipo: palline
vaginali, sostanze chimiche che aumentano la libido sessuale, contraccettivi. Strumenti di questo tipo
presumibilmente inducono e rafforzano il piacere, permettendo di ottenerlo in ogni momento.
Ma gli sposi che si incamminano su questa strada si incamminano su un sentiero pericoloso.
Costantemente insaziabili, abuseranno e trivializzeranno l’atto sessuale, anche al costo di
perderne il significato originale. Avere cura del piacere dell’altro non sarà più un dono di una persona
all’altra, ma diventerà una tecnica di mutua eccitazione.
La vera relazione si crea quando una persona dà piacere a un’altra, ma dentro i confini della
natura e della biologia umana.
A volte, al marito serve una stimolazione manuale per eccitarsi. In molti casi, una donna vive
un piacere intenso se, mentre stimola il marito, questi le stimola il clitoride.
Il marito dovrebbe essere sensibile a questo tipo di esigenze della donna.
Uno dei dubbi più comuni di una coppia di cattolici riguarda il sesso orale: è moralmente
accettabile o no?
Questi dubbi spesso sorgono dal fatto che questa forma di tenerezza è promossa da molti siti
pornografici in cerca di clienti. In questo contesto, appare come una perversione, una depravazione, da
cui spesso gli sposi vogliono tenersi alla larga.
Il clima di un sito porno, tuttavia, è diverso dal clima di amore coniugale.
Baciare i genitali esterni con le labbra o con la lingua come elemento di rapporto preliminare è
moralmente accettabile e non deve essere visto come un peccato.
La Chiesa si contraddirebbe se affermasse che alcune parti del corpo della persona amata, come
la bocca, il seno, le cosce, il sedere, possono essere accarezzati e baciati, mentre altre, come i genitali,
no.
Le autorità della Chiesa non entrano nei dettagli. Non affrontano il ruolo del petting in un
rapporto preliminare.
Le indicazioni del papa al riguardo sono solo indirettamente relazionate al tema, per esempio
quando si parla del "permesso di cercare il piacere secondo la volontà di Dio".
Questo non chiarisce come gli sposi debbano intendere il piacere.
Comunque, deve essere notato che la stimolazione dei genitali è uno dei modi più intimi per
esprimere la propria relazione, il proprio sentimento.
In questo caso, l’aspetto essenziale riguarda i sentimenti di entrambi gli sposi e il loro reciproco
consenso a questo tipo di stimolazioni.
Una profonda intimità e la natura specifica di questo genere di atti richiedono che ci sia dialogo
coniugale. Gli sposi devono essere al corrente delle sensazioni di entrambi.
Più la stimolazione è intima, più aumenta la necessità di dolcezza e sensibilità.
Il sesso orale inteso come una stimolazione che porta all’orgasmo senza un rapporto sessuale
completo ricade nella stessa categoria della masturbazione o del coito interrotto.
E gli sposi devono essere al corrente che si tratta di atti che possono portare al massimo piacere.
Nemmeno un periodo di prolungata astinenza può giustificare la ricerca del piacere attraverso il
solo sesso orale.
Questo tipo di stimolazioni può accompagnare un rapporto completo, che culmina con
l’ingresso del pene nella vagina e con l’eiaculazione al suo interno.
Solo dopo aver sperimentato un orgasmo, a volte diversi orgasmi, una donna eccitata può
sentirsi appagata.
Attraverso l’amore per sua moglie, un marito è obbligato, dopo aver raggiunto la propria
soddisfazione personale, ad accarezzare le labbra vaginali e il clitoride della moglie fino a quando non
raggiunge l’orgasmo.
Altrimenti, un marito che lascia la moglie insoddisfatta le fa del male.
Alcuni uomini lo fanno in modo inconsapevole, credendo che la donna smetta di avere piacere
quando l’uomo smette.
Questo dimostra l’inclinazione dell’uomo a percepire l’atto sessuale come un rapporto
finalizzato solo al proprio orgasmo. In quest’ottica, non c’è lo spazio né per un rapporto preliminare, né
per il pieno appagamento sessuale della moglie.»
Ora sì che c’è di che parlare con fratello Ksawery Knotz.
La prima domanda è anche la più maliziosa e la più scontata.
Fratello Ksawery, sciogliamo subito ogni dubbio: lei come fa a conoscere così bene la materia?
«Leggo molto e sono in stretto contatto con diverse coppie sposate che incontro regolarmente,
ogni fine settimana. Mi raccontano molte storie riguardo alla loro vita sessuale. Alcune belle, altre
brutte. Sono riuscito a coglierne le sfumature e a descrivere queste esperienze nel libro.»
A forza di parlare così tanto di sesso, però, si corre il rischio di cadere in tentazione.
«Paradossalmente rende la mia vita da celibe più semplice. Perché sono a contatto con degli
sposi che si amano gli uni con gli altri. Hanno i loro problemi, a volte seri, ma hanno cura gli uni degli
altri, almeno gran parte di loro. E non penso al sesso come a un’esperienza dei sensi, perché posso
vedere con i miei occhi quanto sia profondo l’amore in una coppia. È una relazione molto spirituale.»
Quindi sempre lucido e distaccato?
«Attraverso il contatto con queste donne sposate divento in qualche modo più puro, perché
sento il loro amore e divento ancora più consapevole del fatto che amarsi non è solo un’attitudine del
tipo "facciamo qualche esperienza sessuale assieme".
Poi c’è un aspetto della faccenda che ha a che fare con la mia identità di prete. Quando Dio ti
chiama, diventi più sicuro di te stesso.
Facciamo un esempio: mettiamo che un uomo sposato incontri molte donne più attraenti di sua
moglie. Magari è anche sfiorato dal pensiero di fare sesso con loro, ma è una dimensione differente,
perché se ama davvero la moglie vuole stare solo con lei e sa che questo stare insieme è qualcosa di
diverso dal fare sesso.
Lo stesso vale per me. Ho la mia vita, ci sono tanti modi in cui posso pensare alle vite degli
altri, ma queste sono solo esperienze superficiali che non cambiano la mia attitudine personale.
Parlando di questo tema, la questione dell’identità è molto importante.
La mia vocazione è chiara: la vita monastica, il sacerdozio da celibe. Se avessi dei dubbi al
riguardo, ne sarei logorato.»
Non per tutti i suoi colleghi, però, la questione è così semplice.
«Certamente si possono vivere conflitti interiori, inquietudini, perché ognuno di noi affronta la
questione in modo diverso. Anche quelli a cui sembra facile devono comunque prendere dimestichezza
con la vita e la sua sessualità. Perché un domani potrebbe diventare un problema. Noi esseri umani
siamo fragili.»
Quando sorge un problema, riuscite a darvi supporto l’uno con l’altro?
«Se un prete con dei problemi esce alla scoperto, viene trattato con amore spirituale. In ogni
caso bisogna parlare molto, perché chi tenta di risolvere il problema da solo rischia di perdere il senso
della direzione. Ci vuole qualcuno di cui ci si fida, con il quale si può parlare da prete a prete, per
chiedere aiuto, un supporto o un’opinione. Questa è una necessità.»
Perché le coppie vengono da lei, che non sa neppure cosa sia una vita di coppia?
«In psicologia l’approccio del terapeuta è il più neutrale possibile. È anche il mio approccio.
Quando parlo a una coppia sposata, mi ascoltano e soprattutto non identificano le mie parole con la mia
vita personale. Sanno che sto parlando delle loro esperienze, dei loro problemi, che non sono i miei
problemi.
Faccio un esempio: se dico a un marito che non fa abbastanza per eccitare sua moglie, questi
non si sente offeso. D’altra parte, se fossi un uomo sposato, la moglie potrebbe dire: vedi, lui lo sa e tu
no. Sorgerebbe una rivalità. Il terapeuta è una persona neutrale che si mette da parte e osserva la
situazione.
Non è sempre facile, tutt’altro. Ci è voluto tempo prima di arrivare a una sorta di sintesi, per
vedere i dettagli, i problemi, per convincere le coppie che potevo capirle. Ma è ancora un processo in
divenire e loro sanno che io sono al corrente dei loro problemi. Anche se alcuni non posso risolverli,
posso comunque conoscerli molto bene e parlarne con precisione.
E poi c’è la soddisfazione di fare qualcosa di cui le persone hanno veramente bisogno. Per
alcune coppie la sessualità diventa motivo di scontro, di dolore. Si lasciano, si tormentano, oppure
hanno dilemmi morali.
Quello che faccio è un lavoro necessario. Quindi mi sento soddisfatto, sento che le persone
hanno bisogno di me. Questo è un po’ il significato stesso dell’essere un membro della Chiesa
cattolica: viviamo per le persone, sono le persone che danno alla nostra vita un significato.»
Le considerazioni contenute nel suo libro valgono anche per le coppie omosessuali?
«Non lavoro con coppie omosessuali, perché è un campo differente e richiede un’attitudine
differente, un modo diverso di dire le cose. A ogni modo, qualche volta mi trovo coinvolto in situazioni
dove uno della coppia è omosessuale ma rimane sposato. Per esempio un uomo che rimane sposato con
sua moglie, perché ci sono di mezzo dei bambini oppure perché è entrato in una relazione eterosessuale
proprio nella speranza di cambiare orientamento sessuale.
Una situazione tipica è questa: moglie e bambino, lui ama molto tutti e due. Ma quando viene ai
nostri incontri dove ci sono molte coppie, vede che tutti perseguono una sessualità migliore, che tutti si
sentono più appassionati e romantici, più innamorati, mentre lui sta solo pensando al suo compagno o a
quanto gli piacerebbe avere un compagno per sentire lo stesso romanticismo. Conosco un sacco di
storie differenti sullo stesso soggetto, perché queste cose possono succedere.»
Quando parla di omosessualità, la tratta in modo naturale o come una particolarità della natura?
«Io sono un esperto di coppie eterosessuali. È naturale per un uomo e una donna incontrarsi e
innamorarsi. D’altra parte, le ultimissime ricerche dimostrano che ci sono vari livelli di omosessualità,
diciamo da uno a dieci, quindi la cosa può assumere molte sfumature differenti.»
L’omosessualità è qualcosa di maligno, di contro natura?
«Se qualcuno è omosessuale, è semplicemente omosessuale. Se potessimo conoscerlo meglio,
potremmo capirne anche le ragioni, come è successo che sia diventato omosessuale. Ma spesso è la
persona stessa a non saperlo. È così, punto. Lui vive la sua vita e dobbiamo aiutarlo, aiutarlo a capirsi.
Non si può emettere un giudizio morale sull’omosessualità in se stessa.»
Un aiuto per tornare a Dio e fargli capire che quello che fa è sbagliato? O un aiuto ad accettare
la sua omosessualità per viverla meglio?
«Dipende da come la intendi. Questo è un tema molto difficile, perché è un misto tra vita e
ideologia. Ma c’è comunque di mezzo un uomo, chiunque egli sia, che cerca di migliorare la sua vita,
che vuole essere felice alla sua maniera.
Dalla prospettiva del sacerdozio, non si deve giudicare moralmente qualcuno, perché nessuno
ne guadagnerà qualcosa.
È lo stesso per una coppia sposata che usa contraccettivi: cosa ci guadagnano se li giudico
moralmente, quando quello di cui hanno veramente bisogno è capire quello che succede tra di loro?
Lo stesso vale quando si parla di omosessuali. Devi essere molto sensibile, perché vivono molti
conflitti interiori, molti problemi con le loro vite, molta inquietudine. Non devono perdere la
sensazione di rispetto e di amore quando qualcuno li vuole aiutare.»
Ci sono omosessuali anche nella Chiesa?
«In tutte le comunità ci sono omosessuali. Quindi è lo stesso nelle comunità di preti. È difficile
dire quanti ce ne siano, non c’è certezza in merito.»
Anche nella sua comunità?
«In Polonia è qualcosa che succede di nascosto. Non è come negli Stati Uniti o in Canada, dove
i preti omosessuali non hanno paura di essere scoperti.»
Leggendo il suo libro mi viene da pensare una cosa provocatoria: si può dire che il sesso è una
forma di preghiera?
«Dio è nascosto nella relazione degli sposi, nelle loro esperienze di amore. Non è un atto
religioso tipico, come una preghiera, ma è una presenza di Dio nella bellezza di questo atto.
Dio crea questa bellezza con la sua presenza. Dio è dentro la relazione coniugale che loro
creano. E questa relazione è anche di natura sessuale.
Però è certo che non è Dio quello a cui stai pensando in quel momento.
Quando baci il tuo partner, non pensi a Dio, ma al baciare e a quanto ti piace farlo. E Dio è
nell’intera esperienza di bellezza, gioia, felicità. C’è quindi una presenza di Dio, ma il significato è
diverso da quello di una preghiera, una preghiera intesa come un atto diretto.
Sto cercando di porre l’accento sul creare una relazione. La sessualità non è solo una questione
di sensazione, ma anche di relazione tra i due sposi. E non si possono creare certi legami senza
preliminari e intimità. E l’esperienza sessuale non è finalizzata solo alla procreazione, è anche un
obiettivo per unire le persone. È una grande esperienza di unione.»
Parola di frate, parola di fratello Ksawery Knotz.
Trentatré
«Ciao, carissimo Carmelo, sono don Matteo, un prete di una diocesi del Nord Italia.
Grazie per il tuo lavoro in cui racconti la storia di alcuni preti omosessuali.
È ora di finirla di tacere e far finta di niente.
Scusa se ti scrivo solo ora, ma gli impegni pastorali mi hanno occupato parecchio.
Vorrei raccontarti in breve ciò che ho vissuto, una storia triste e amara, che ha segnato la mia
vita di cristiano, di uomo e di prete.
Sono arrabbiato, deluso, amareggiato.
Tre anni fa sono stato mandato in una parrocchia, con un parroco e un cappellano con qualche
anno meno di me. Da notare che con quest’ultimo siamo stati in seminario insieme ed eravamo amici.
Dopo pochi mesi di vita comune, mi sono accorto che aveva tendenze omosessuali e di tanto in
tanto aveva rapporti sessuali a pagamento con degli escort.
Ti lascio immaginare la delusione, la rabbia, lo schifo quando l’ho scoperto.
Ma ciò che mi seccava di più erano le balle di ogni tipo che mi raccontava per nascondere la sua
doppia vita.
C’è di più. Dopo un po’ di tempo, ormai stufo di questa farsa, mi sono confidato con il parroco.
Per tutta risposta, lui mi dice che non sono affari suoi, io l’ho scoperto e io devo arrangiarmi.
Lui non ne vuol saperne nulla.
E la storia continua.
Faccio capire al mio confratello che so della sua situazione. Lui un giorno mi dice di aiutarlo,
un altro mi dice di farmi gli affari miei, che la sua vita privata è solo sua, che lui può fare quello che
vuole
Io per un po’ sopporto, ma alla fine parlo con il vescovo.
Il vescovo lo convoca, si fa dire un po’ di cose e poi non se ne cura più. O meglio, ogni tanto lo
chiama, gli chiede come va, se qualche cosa è cambiato. Naturalmente lui risponde che si sta facendo
aiutare da uno psicologo, che la cosa è quasi risolta.
Era responsabile della pastorale giovanile, e sulla sua capacità nel condurre la pastorale nessuno
può dire nulla.
Morale della favola: continua indisturbato la sua vita notturna.
Quanto a me, il vescovo mi ha allontanato dalla parrocchia. Me ne ha affidata un’altra, mentre
lui libero e pacifico continua a fare ciò che vuole.
Lascio a te, caro Carmelo, le conclusioni.
Io sono indignato e deluso.
Per fortuna il buon Dio continua a donarmi la serenità e la voglia di fare il prete.
Grazie per avermi ascoltato.
Don Matteo.»
Contatto subito don Matteo, salgo in macchina e faccio quasi cinquecento chilometri.
Mi accoglie sulla porta della canonica. Entriamo nel suo ufficio: scrivania, due sedie, un divano,
libreria a muro, crocefisso.
L’ambiente è abbastanza freddo. Anonimo. Per terra ci sono degli scatoloni. Dice che è arrivato
in parrocchia da poco e deve ancora finire il trasloco.
Don Matteo è diventato prete a trentacinque anni.
Prima ha dovuto fare i conti con una brutta malattia. Ora, dopo anni di cure e sacrifici, la sua
condizione di salute è migliorata, anche se non risolta.
Don Matteo viene da un paesino di campagna del Nord Italia.
Prima di entrare in seminario la sua vita era abbastanza tranquilla. Come quella di tutti i ragazzi
di paese con una buona famiglia. Uscite al pomeriggio, bar, sale giochi, ritrovi con gli amici,
passeggiate in piazza, gite fuori porta, televisione alla sera con mamma, papà e la nonna, tisana e tutti a
nanna che è tardi.
Divertimenti sani, d’altri tempi.
Roba che se oggi la racconti in giro la gente ti ride dietro o ti dà dello sfigato.
Matteo è felice così.
La prima fidanzata arriva quasi per gioco, è l’amica di infanzia.
Rapporto soft e collettivo, nel senso che lo condivide con tutta la famiglia di lei, che conosce
molto bene. Le domeniche le passa a casa della ragazza, in campagna, davanti al focolare con mamma,
papà, due fratelli con le loro morose, la zia zitella, l’amica della zia, anche lei zitella.
Di tanto in tanto Matteo azzarda la richiesta di una passeggiata nei campi, con un pizzico di
malizia di cui a dire il vero un po’ si vergogna. No, niente da fare, lei non vuole che i genitori si
insospettiscano. E poi c’è la zia zitella, che se si arrabbia quella... No.
Matteo capisce, è un bravo ragazzo, non vuole tradire la fiducia di una bella famiglia che lo
tratta come un figlio.
Alla fine la ragazza decide che vuole sposarsi e vuole far tutto molto in fretta. Matteo non si
sente pronto, non è poi così sicuro che lei possa essere la compagna di tutta la vita.
Si lasciano. Lei sposa un altro quasi subito e oggi ha due bambini.
Anche Matteo trova un’altra fidanzata. Una non proprio bella. Una che perfino la nonna di
Matteo, mezza cieca, la prima volta che se la trova davanti aspetta di rimanere sola con il nipote e gli
dice: non vorrai mica metterti insieme con quella lì, vero? È brutta.
Brutta, dolce, gentile. Una brava ragazza. Ma la cosa non funziona e finisce lì.
Altro giro, altro tentativo, altra fidanzata. Questa volta è molto più grande di lui. Una persona
deliziosa, misurata, mai sopra le righe, di una famiglia ben in vista, che lo riempie di attenzioni,
coccole e premure.
Lei è la prima a cui Matteo confida il pensiero che gli frulla in testa da un po’ di tempo: entrare
in seminario.
Una doccia gelata. La fidanzata la prende male, malissimo. Lo lascia andare.
Rimangono buoni amici. Lei non si è mai sposata. Ogni tanto si sentono.
Matteo non ha mai avuto rapporti sessuali.
«Non so se questo sia dovuto ai sani principi ai quali ero stato abituato fin da piccolo. Non so se
fosse la vocazione latente che mi frenava nell’avere rapporti carnali con una donna. Non so se ero
terrorizzato dal messaggio che mi arrivava dall’ambiente in cui vivevo, ovvero che il sesso è una cosa
brutta o, per usare una parola moderna, tabù.
Io, pur essendo attratto dalla persona femminile, non me la sono mai sentita di lasciarmi andare
ad atti sessuali. Non mi sono mai pentito di questa scelta e non mi sento per niente scemo per non
averne approfittato quando potevo. Sono scelte di vita, scelte intrecciate anche e soprattutto
all’ambiente nel quale uno è vissuto. Almeno per me, i sani principi morali mi hanno sempre aiutato, e
non costretto. Ora più che mai ne vado fiero.»
Don Matteo è alto, magro, belloccio. Capelli chiari, occhi verdi. Più o meno una quarantina
d’anni. Sembra un uomo infelice.
Il trasferimento nella nuova parrocchia non l’ha digerito, e gli scatoloni ancora imballati ne
sono la prova tangibile.
Nei suoi occhi c’è rabbia, delusione, rassegnazione.
Mi alzo, prendo la sedia, e vado a mettermi dall’altra parte della scrivania, accanto a lui.
Don Matteo accende il computer.
Sulla home page c’è una foto in cui è ritratto in mezzo a una ventina di ragazzi, tutti
adolescenti, durante una gita in montagna.
Sorridono. Sono felici. Sono puri.
Il prete si gira.
Mi guarda.
Prende dei cd-rom.
Ne inserisce uno dentro il computer portatile.
Poggia la mano sul mouse.
Doppio clic.
Video.
Un uomo fa una fellatio a un altro uomo.
Dura una decina di secondi.
Video.
Un uomo nudo si masturba sul lettino di un medico. Arriva il dottore, fanno sesso. Stessa durata
di prima.
Video.
Tre uomini in palestra.
Ce ne sono centinaia e centinaia. Sono tutti scaricati da internet e conservati in cartelle
catalogate per data: 4 giugno, 5 luglio, 7 agosto, e così via. Mettendo insieme i cd-rom si arriva come
minimo a più di quattromila file.
Più di quattromila brevi filmati porno gay.
In più ci sono almeno un migliaio di foto, sempre dello stesso genere.
Sempre uomini. Adulti e consenzienti. Niente vecchi né bambini. Nessuna scena di pedofilia.
Nessuna violenza. Nulla di nulla. Solo ragazzi palestrati e ipermuscolosi. Senza un filo di pancia, tirati,
curati, depilati, asciutti. E ben dotati. La fellatio è l’elemento dominante.
C’è una cartella intitolata «porc-maur».
Clic.
Sei file video.
Clic.
Filmato. Immagine da telecamera fissa su un angolo ristretto di una casa. Si vede solo un
calorifero, una parte di muro con mattonelle marroni, un accappatoio e delle tende bianche. Dal
calorifero spunta una grossa mazza da baseball fissata all’insù.
L’elemento dominante e centrale della scena è proprio la mazza da baseball.
La testa di un uomo si avvicina alla mazza. Si vede solo la bocca, il mento, una parte del collo.
Sputa sulla punta della mazza. Le sue mani spalmano la saliva.
Un piede monta sopra il termosifone. Calzino corto di colore nero. Si vede una gamba nuda, poi
l’altra.
La mazza da baseball penetra l’uomo, che preme verso il basso.
Ansima.
Grida.
Urla di dolore.
Si toglie.
La mazza è sporca di sangue.
Un minuto e diciassette secondi.
Clic. Doppio clic.
Filmato.
La mazza è cosparsa di crema bianca. Stessa scena di prima.
Clic. Doppio clic.
Filmato.
La mazza da baseball presenta un cordino legato a una quindicina di centimetri di distanza dalla
punta.
La faccia. La sua faccia si avvicina alla cima della mazza per essere sicuro di essere dentro
l’obiettivo, poi si gira a guardare la telecamera fissa.
È moro. Ha i capelli corti. Le sopracciglia sono folte.
Parla.
«Adesso lo voglio prendere nel culo fino a qua.»
Un dito indica la cordicella.
Torna sopra.
Ansima.
Una mano si abbassa alla ricerca della cordicella. La trova, la tocca.
Preme.
«Ancora un po’.»
Si tira su. Non è soddisfatto.
«Non ci sono riuscito.»
Clic. Doppio clic.
Filmato.
L’inquadratura è di poco più larga. Si vede anche un lavandino e sotto un cestino rosso.
La mazza da baseball è sporca.
La pulisce con la carta igienica.
Torna su.
Ansima.
Urla.
Clic. Doppio clic.
Filmato.
La sua faccia vicino alla mazza guarda ancora la telecamera per annunciare «il momento
finale».
Torna sopra.
Si muove.
Si toglie.
Sangue, tanto sangue.
Clic. Doppio clic.
Ultimo filmato.
Guarda l’obiettivo.
Annuncia il «supermomento finale».
Ansima.
«Spingiamo, dai.»
È solo.
La cordicina sparisce. La mazza è attraversata da rivoli di sangue.
Si toglie.
Si masturba.
Eiacula sopra la mazza.
Mi giro a guardare don Matteo.
Impassibile. Fermo. Inespressivo.
Abbasso lo sguardo furtivo verso la sua patta dei pantaloni.
Temevo.
Chiedo di fare una pausa. Voglio andar fuori a fumare un sigaro.
Don Matteo impugna il mouse.
Clic.
Riappare l’immagine dei ragazzi in gita beati e sorridenti con il loro parroco.
Don Matteo dice che mentre fumo lui fa un salto in chiesa.
Esce.
Io vado in giardino. Tra la porta e il cancelletto del recinto.
Si avvicinano due ragazzi, un maschio e una femmina, vestiti con i classici pantaloncini blu al
ginocchio, camicia e fazzoletto da scout.
Chiedono del don. Dico che è in chiesa.
Non riesco ad aprire la porta del cancello. Aspettano fuori.
Entrano con noi nel suo ufficio. Hanno bisogno di fare delle fotocopie.
Escono. Don Matteo chiude la porta.
Si siede.
Altro dischetto. Altra cartellina «porc-maur».
Clic. Doppio clic.
Immagine da telecamera fissa.
Altra stanza da bagno, diversa dalla precedente.
Dal pavimento, come fosse una stalattite, si alza un palo all’insù. Difficile capire cosa sia, ha la
forma di una matita, ma è alto e lungo come fosse il palo di un ombrellone.
Lui si mette di fronte alla telecamera. Si piega sulle ginocchia e si ficca il palo nel sedere. Con
la faccia ben visibile. L’inquadratura lo riprende per intero.
Nudo. Alto. Magro. Orologio rettangolare al polso con cinturino argentato.
Ansima.
«È un gigante, mi sfonda il culo.»
Urla.
«Mi sfonda il culo.»
Si masturba mentre si muove su e giù con il palo dentro.
Prende in mano la telecamera.
Si riprende il volto in primo piano mentre continua a masturbarsi.
Nell’altro video l’uomo ripete il tutto con un grosso cetriolo.
Poi c’è un altro dischetto. Tra le cartelline ce n’è una con scritto «mio».
Ci sono almeno una cinquantina di foto. Il soggetto è sempre lui. O meglio, il suo pene.
Alcune immagini lo ritraggono dal basso verso l’alto, nudo, con il pene in mano e il volto ben
visibile.
Guardo don Matteo. Mi alzo.
Torno a sedermi di fronte a lui, dalla parte opposta della scrivania.
Gli chiedo di cominciare dall’inizio.
Trentaquattro
Finito il seminario, don Matteo viene mandato nella parrocchia di un paese di provincia.
Qui ritrova un suo grande amico, anche lui prete, che sta già lì da un anno.
Si chiama don Maurizio.
I due hanno fatto gli studi insieme e sono molto intimi. Tanto intimi che in seminario qualcuno
aveva provato a mettere in giro voci maliziose su di loro.
False. Perché tra i due c’era amicizia pura. Amicizia che condividevano con un altro
seminarista, don Guido, che spesso li accompagnava quando uscivano per un gelato o per andare al
cinema.
Don Matteo arriva nella parrocchia cui è stato destinato. È un paese molto ricco del Nord Italia,
più di ventimila abitanti, gente tranquilla, che lavora, pochi problemi, benessere, chiesa piena di fedeli
ogni domenica.
Insomma, il posto migliore a cui potesse aspirare. E se a ciò si aggiunge il fatto che qui ritrova
il suo carissimo amico don Maurizio, allora il quadretto è perfetto.
Don Matteo è felice.
Ma la felicità dura poco e lascia il posto a perplessità, dubbi, fissazioni, ossessioni.
C’è qualcosa di strano in don Maurizio. Don Matteo non capisce perché tenga la porta del suo
studio sempre chiusa a chiave. Così come la sua camera in canonica. Chiede spiegazioni. L’amico una
volta risponde che è per via della cassaforte aperta, un’altra a causa di alcuni documenti. Sempre una
scusa diversa.
Don Matteo dietro quelle porte chiuse sente puzza. C’è qualcosa di diverso nell’amico lasciato
in seminario e ritrovato a un anno di distanza. Qualcosa che gli sfugge.
Tra i due finisce l’idillio e subentrano la competizione, la diffidenza, la gelosia, gli attriti.
Don Matteo gli presta alcune sue pastorali, ovvero le rielaborazioni delle preghiere dei fedeli.
Don Maurizio le usa, riceve grandi complimenti dai superiori e le spaccia come farina del suo sacco.
Don Matteo cuoce dentro. Il fastidio monta. Diventa cattiveria, sete di vendetta.
Un giorno prende di nascosto le chiavi dello studio di don Maurizio e corre a fare un duplicato.
Poi aspetta che l’amico inizi a celebrare messa e si infila quatto quatto nel suo ufficio.
Ha un solo obiettivo: accendere il computer e cancellargli tutte le pastorali. Tutte, di chiunque
siano.
Ma don Matteo non è un grande esperto di tecnologia. Non sa usare internet, ha appena
acquisito un minimo di dimestichezza con le e-mail.
Clicca qui e clicca lì, bramosia di vendetta e curiosità, si apre la cronologia delle pagine internet
recenti: una lista infinita di siti pornografici.
Don Matteo copia a penna gli indirizzi su dei fogli, chiude il computer e scappa via dalla stanza.
Le pastorali le lascia dove sono.
È il punto di non ritorno, la linea di demarcazione.
Don Matteo non se ne rende conto. L’innocenza è persa. E non solo quella dell’amico.
Corre nella sua camera, si chiude dentro, accende il computer e digita il primo indirizzo. Poi il
secondo, il terzo, il quarto, il quinto.
Sono tutti siti pornografici gay.
Omosessuali.
Don Matteo è sconvolto. Agitato come mai nella sua vita.
Si sente tradito.
Il suo migliore amico, il suo compagno di giochi, il suo confidente.
Gli ha tenuto tutto nascosto. Stava vicino a lui, lo abbracciava, lo consolava, lo stringeva a sé
con ingenua innocenza.
E intanto.
Dieci anni. Dieci anni di menzogne. Dieci anni.
Don Matteo gli raccontava tutta la sua vita, le sue gioie, le sue preoccupazioni, le sue debolezze,
le sue malattie.
E intanto lui.
Lui gli ha tenuto tutto nascosto.
Don Matteo è sconvolto. Non sa cosa dire. Non sa cosa fare.
È sabato sera. La notte non chiude occhio. Rimane sveglio fino all’alba. Al mattino presto deve
celebrare la messa. Fa per entrare in chiesa. Si blocca. Pensa di dare una capocciata al muro e di farla
finita.
Durante la funzione sacra si sente un uomo disperato.
All’amico nasconde il fatto che lui sa. Ne parla invece con il suo padre spirituale. Questi gli
dice di stare tranquillo: «Controlla, guarda, vedi». Ma senza prendere alcuna iniziativa.
E don Matteo controlla. Approfitta di un’assenza dell’amico e si infila di nuovo nel suo studio.
Accende il computer. Guarda gli accessi e le date.
Da Natale a Pasqua. Sempre. Senza tregua.
Perfino la notte del Venerdì Santo è rimasto per ore e ore a navigare sui siti pornografici
omosessuali.
Don Matteo è sconcertato.
Dopo aver celebrato il momento più importante dell’anno liturgico. Dopo aver predicato sulla
morte di Gesù per la salvezza dell’umanità, don Maurizio ha acceso il computer e per diverse ore ha
guardato pompini, inculate, orge. Tutte di uomini.
Senza pudore. Senza decenza.
Don Matteo alza gli occhi dal computer. Si guarda in giro. Chissà quali altri segreti custodisce
la camera chiusa sempre a chiave del suo amico.
Dentro un’anonima scatola bianca trova un pene di gomma. Un vibratore.
Su un armadio a muro ben in vista ci sono un mucchietto di cd-rom. Sopra c’è una fascetta con
scritto «personale».
Li porta via, li copia, li apre: migliaia di video e foto gay, l’amico che si riprende con la mazza
da baseball, il palo dell’ombrellone, il cetriolo.
Don Matteo ne parla con il parroco della parrocchia. Gli mostra le prove. Gli fa vedere,
trafugandolo di nascosto, anche il cellulare di don Maurizio, dove ci sono messaggi con frasi tipo "ce
l’hai grosso? dove sei? dove ricevi?".
Il parroco si veste da Ponzio Pilato: tu l’hai scoperto e tu ti arrangi. Eppure anche lui non può
non essersi accorto che don Maurizio esce di nascosto in piena notte per rientrare molte ore dopo.
Don Matteo ne riparla allora al suo padre spirituale, che ne parla al vescovo, che a sua volta
chiama don Matteo e gli dice che ne parlerà quanto prima con don Maurizio. Il delatore stia pure
tranquillo: il vescovo gli assicura che lo terrà fuori da tutto.
Il vescovo convoca don Maurizio e poi una serie di altre persone. Viene fuori che il prete aveva
una relazione sessuale con un altro prete: don Guido. Il quale confessa tutto al vescovo e chiede aiuto.
Vuole cambiare, vuole chiudere questa relazione clandestina e rimettersi sulla retta via. Dice anche che
ci sta provando da un po’ ma che don Maurizio trova sempre il modo di tenerlo legato a sé.
Don Maurizio intanto, non conoscendo il ruolo dell’amico in tutto quello che gli sta
succedendo, si confida con don Matteo. Gli dice che è stato convocato dal vescovo per alcuni
messaggini strani scambiati via cellulare con il terzo prete. All’inizio nega ogni relazione con l’altro,
poi, dopo qualche giorno, cede e confessa tutta la verità.
Anche il terzo prete, che è stato loro compagno di studi in seminario, si confida con don Matteo
e gli racconta tutto.
Dice che hanno fatto sesso per tutta la durata del seminario. Che approfittavano di ogni minima
scusa per sgattaiolare via e chiudersi in camera. Dice che hanno continuato a fare sesso anche dopo il
seminario, che l’hanno fatto pure in Terrasanta, nel classico viaggio di nozze del prete, con le famiglie,
dopo l’ordinazione sacerdotale, che era da tanto che voleva troncare quella relazione, ma ogni volta che
provava ad allontanarsi don Maurizio lo stuzzicava e lui ci ricascava. Ora ha fatto una promessa al
vescovo: basta. Si farà seguire da uno psicologo.
Anche don Maurizio promette redenzione al vescovo. E si affida a uno strizzacervelli.
Ma dopo un periodo di quiete comincia ad andare a prostituti. Racconta balle a don Matteo e al
parroco e scappa di notte per motel dove incontra e paga ragazzi per fare sesso.
Don Matteo fa finta di dormire. In realtà rimane sveglio. Controlla.
Trentacinque
Non credo alla favola dell’amicizia.
Non sono certo Sigmund Freud. Ma mi basta un minimo di buonsenso per capire che se parli di
una persona come del tuo migliore amico, quando scopri che ha una doppia vita, per quanto
inopportuna o immorale, la prendi da parte e gli dici tutto quello che pensi a quattr’occhi.
Non vai prima dal suo capo a denunciarlo, sapendo che rischi di rovinargli la vita.
Per carità, non voglio certo arrogarmi il diritto di giudicare il comportamento di don Matteo.
Che sotto il profilo della correttezza formale e sostanziale non fa una piega.
Però non posso far finta di nulla.
Non posso ignorare l’attenzione compulsiva che ha nei confronti dell’amico.
Don Matteo è ossessionato da don Maurizio.
E sono propenso a credere che alla base non ci sia solo un paio di preghiere dei fedeli di cui
l’altro si è appropriato e per le quali ha ricevuto apprezzamenti dai superiori.
C’è di più. Deve esserci di più.
La prima cosa che faccio è andare da don Maurizio.
È una domenica mattina di fine ottobre. Nel paese dove vive ed esercita il suo ministero
sacerdotale c’è un mercatino autunnale.
Verso le 11.30 mi infilo in chiesa e seguo la messa. Sono fortunato. Dietro l’altare c’è proprio
lui. Qualche capello bianco in più rispetto alle foto e ai video hard, ma non ci sono dubbi: il
protagonista di quei filmati è proprio il sacerdote dal quale vado a prendere la comunione.
Qualche giorno dopo chiamo al telefono in parrocchia.
Mi faccio passare don Maurizio e gli dico che sono stato lì per il mercatino domenicale, ho
assistito alla sua messa e sono rimasto colpito da lui. Abito in provincia di Padova, sento da un po’ di
tempo il forte bisogno della confessione e vorrei tanto che fosse lui a confessarmi. con il vecchio prete
della mia parrocchia di appartenenza mi sento in imbarazzo: mi ha visto crescere, conosce la mia
famiglia, i miei amici. Non me la sento.
Don Maurizio mi invita a passare da lui la domenica successiva. Dopo la messa di mezzogiorno
mi riceverà volentieri nel confessionale della chiesa.
Nel frattempo cerco di capire chi è veramente don Matteo.
Dopo qualche giorno torno da lui. Parliamo. Rimaniamo in contatto.
Provo a scavare nella sua vita privata, nella sua sfera intima.
Mi ha già detto che non ha mai fatto sesso in vita sua. D’accordo. Provo a capire come vive il
suo vincolo di celibato, la sua promessa di castità.
Don Matteo si apre solo via e-mail. Io gli mando domande e tracce, lui risponde.
«Nel rito di ordinazione diaconale, ovvero il passaggio prima di diventare prete, c’è una
formula che recita così: "Voi che siete pronti a vivere nel celibato, volete in segno della vostra totale
dedizione a Cristo Signore custodire per sempre questo impegno per il Regno dei Cieli a servizio di
Dio e degli uomini?".
Gli impegni proseguono: "Volete essere sempre più strettamente uniti a Cristo sommo
sacerdote, che come vittima pura si è offerto al Padre per noi, consacrando voi stessi a Dio insieme con
lui per la salvezza di tutti gli uomini?".
Non sto qui a fare disquisizioni teologiche sull’argomento.
È chiaro che il prete consacra la sua vita a Dio, si fida di lui, mette tutta la sua vita nelle Sue
mani. È ancora più chiaro che in questa scelta della Chiesa ha contribuito la praticità e la tradizione.»
Chiedo a don Matteo della sua sessualità, della carnalità, degli istinti.
«Vorrei sfatare l’idea che i preti non sentano i desideri della carne. Li sentono eccome. Siamo
uomini a tutti gli effetti, non siamo né castrati né handicappati. Probabilmente li gestiamo in maniera
particolare. Almeno per me, i momenti di debolezza, di fatica, di solitudine, di tensione, sono difficili
da gestire. Sono convinto che le mie energie, anche quelle sessuali, dovrei impiegarle per la gente e con
la gente, ma non sempre ce la faccio.»
La masturbazione. Come, dove, quando, quanto.
«Credo di non scandalizzare nessuno se dico che ogni tanto ricorro alla masturbazione.
Non mi sento di dire quante volte, dipende dai periodi. In alcuni lo faccio un paio di volte la
settimana, in altri sto mesi senza farlo.
Il fatto di ricorrere alla masturbazione lo ammetto con imbarazzo.
Questi istinti, o meglio questo sfogo, avviene nei momenti di difficoltà, di solitudine. Nei
momenti di fatica. E allora la cosa più spontanea è chiudersi in camera, dove nessuno ti vede e dove
nessuno ti giudica, dove sei solo con te stesso, e lì provvedi a procurarti piacere.»
Fantasie, stimoli, giornaletti, internet?
«Nella maggior parte dei casi lo faccio guardando la televisione. Non mi occorrono grandi
programmi o film porno veri e propri. La coscienza, grazie a Dio, mi funziona ancora. Basta una scena
un po’ osé, e al giorno d’oggi in televisione non occorre cercare tanto. Il resto lo lascio immaginare.»
E dopo. Soddisfazione, sensi di colpa?
«Spesso mi assalgono i sensi di colpa. Sto male, ma gestire le pulsioni non è semplice. Con me
stesso sono molto severo ed esigente. Mi chiedo come faccio a confessare o consigliare le persone se
poi io per primo non riesco a vivere ciò che ho promesso nel momento dell’ordinazione.
Sono anche convinto che la persona abbia la precedenza rispetto alle regole e che occorrano
amore e misericordia. Questo, però, spesso riesco a viverlo nei confronti degli altri e non verso me
stesso. Confessando si impara a non giudicare, a non meravigliarsi delle debolezze, a vivere le miserie
umane con la stessa misericordia di Gesù, nonostante la Chiesa nel corso dei secoli abbia presentato un
Gesù giudice e castigatore. Sono consapevole che questi espedienti per superare le difficoltà non siano
il massimo. Ma come ho già detto più volte, gestire questi momenti non è sempre facile.»
Chiedo se sente più il bisogno di un corpo da stringere, abbracciare, possedere, o di affetto,
conforto, complicità, condivisione, amore.
«Se faccio un esame di coscienza circa la mia sfera sessuale, mi accorgo che il sesso non è la
cosa che mi manca di più.
Sinceramente ciò che mi manca di più è l’affetto di una moglie che la sera mi chieda come è
andata la giornata o che mi coccoli nei momenti difficili. Una moglie con la quale condividere gioie e
fatiche, che mi segua nella mia vita, che curi il mio corpo, la mia salute.
Tanti preti sono grassi, pieni di colesterolo e trasandati, perché non hanno una persona
femminile che si prende cura di loro.
Qualcuno, per ovviare alle frustrazioni della solitudine, ricorre all’alcol.
Se penso a mia madre, a come è stata dietro a mio padre, mi commuovo. O ai miei nonni, che
sono rimasti insieme per cinquantasei anni.»
Mi colpisce il ruolo funzionale della donna. Ma non è questo il punto. Il punto è perché non
vivere una vita che ti permetta di avere quello che ti manca.
«Non rimpiango di aver scelto il sacerdozio. Le soddisfazioni sono tante, la comunità mi è
vicina e non mi vedo sposato.
Mi mancano dei figli ai quali voler bene e che mi accudiscano durante la vecchiaia. Avere la
soddisfazione di allevare dei figli, carne della tua carne.
Ma ho fatto la scelta di servire il Signore e bisogna accettare il bello e il brutto, le cose piacevoli
e quelle un po’ meno piacevoli. La soluzione non è neppure, come spesso si sente dire, la fine del
vincolo del celibato per permettere ai preti di sposarsi.
Sarebbero molti di più gli svantaggi che i vantaggi.»
Chiedo cosa faccia nei momenti di solitudine e sconforto. Telefona alla mamma?
«Io personalmente, su suggerimento di uno dei miei padri spirituali, mi sono appoggiato a una
famiglia di amici, una coppia sposata con tre figli. Sono amici carissimi, e so che molti preti fanno
questo.
Quando mi sento solo, e ogni tanto capita, so che qualcuno mi accoglie, sto un po’ in
compagnia, assaporo un po’ di clima familiare. In una famiglia discreta e intelligente, capace di tacere,
umana e disponibile. Consapevole del compito delicato che ha nei confronti del prete.
Molti preti hanno questa famiglia. Magari ne senti parlare con ironia. Spesso con l’allusione al
fatto che la moglie o la signora è una bella donna.»
Devo ammettere che più vi conosco e più vedo che tra voi quando serve siete anche cattivelli.
«Abbiamo un grosso difetto: non abbiamo pietà gli uni degli altri, soprattutto a parole. C’è
molta poca comprensione e poca carità fra noi preti. Soprattutto se un nostro confratello sbaglia, o vive
situazioni ambigue. Anche se lo fa in buona fede.»
Torniamo alla sessualità. Torniamo al seminario.
«Il seminario è un luogo dove accade qualche cosa di particolare per la sessualità.
Ragazzi giovani, ingenui e inesperti, si trovano a gestire cambiamenti del corpo e situazioni
psicologiche complicate. È vero, c’è il padre spirituale, ma spesso, per una serie di motivi, con lui non
viene affrontato il problema sessuale.
Inoltre è risaputo che gli ambienti chiusi e promiscui favoriscono comportamenti deviati e
pratiche omosessuali. Ciò avviene abbastanza spesso, per esempio nelle carceri o nei collegi.
Anch’io spesso ho raccolto le confidenze di qualche ragazzo ex seminarista o di qualche prete
che ha avuto richieste o subìto attenzioni omosessuali.
Ho amici preti che sono di gran lunga migliori di me. Alcuni riescono a vivere la loro sessualità
in maniera egregia. Poco tempo fa, un mio amico prete mi ha detto che lui stava anche anni senza
ricorrere alla masturbazione, non perché avesse dei problemi fisici, ma evidentemente perché aveva
una grande forza di volontà e un’intensa vita spirituale.
Altri preti invece si lasciano andare e ogni tanto devono ricorrere addirittura alla prostituzione,
maschile o femminile.
Il mio atteggiamento di fronte a questi fatti è solo di pietà.
La gente comune fa fatica ad accettare queste situazioni.
Ma in mezzo a tante mele marce ci sono molti sacerdoti che vivono la loro vita sessuale con
impegno. Tanti hanno problemi e devianze sessuali, ma altrettanti, forse di più, vivono la loro
sessualità con fatica e con tenacia, ma con la convinzione che la promessa di castità per il Regno dei
Cieli va preservata e conquistata ogni giorno con la preghiera e con il servizio al Vangelo.»
Qual è il ruolo della famiglia d’appoggio?
«Nei momenti di solitudine, nei momenti in cui la vita in canonica mi sta stretta, telefono e
vado da loro. Alle volte semplicemente per un caffè, alle volte per la cena, alle volte per uno sfogo.
Loro hanno circa cinquant’anni, sono sposati da venticinque e hanno tre figli. Lei insegna, lui è
in pensione da poco. Hanno una figlia di ventidue anni, una di diciassette e un figlio di sedici. Sono
persone straordinarie. Continuano a ribadire che per loro sono come un figlio più grande. Sono
soprattutto persone discrete e intelligenti. I loro figli sanno che quello che ci raccontiamo non va detto
in giro, e neppure che io frequento la casa. Gelosie e discorsi inutili sono sempre in agguato,
specialmente quando si è preti in un paese.
Il rapporto con loro è schietto, va dall’attaccarmi un bottone ai consigli spirituali.»
E le perpetue? Che fine hanno fatto le vecchie perpetue? Non sono manco più in grado di
attaccare un bottone?
«È vero che, per attaccare i bottoni o cose del genere, in canonica ci sono le perpetue, ma è
meglio cambiare discorso. Sono sante donne, però bisogna essere cauti con loro. Nella mia esperienza
ho incontrato perpetue brave, disponibili e che facevano il loro servizio con amore. Ultimamente però
ho dovuto ricredermi. La maggior parte sono zitelle della peggior specie, pronte a raccontare al parroco
gli sbagli del prete giovane o a sottolineare con le amiche i difetti del curato con battute poco
caritatevoli.
È vero che la loro vita non è semplice. Bisogna essere sempre disponibili, sempre in mezzo alla
gente. È una vita di sacrificio, di fatica. Una grande qualità delle perpetue deve essere la discrezione.
Le persone sono abilissime a farle parlare, a farsi dire pregi, difetti o segreti dei sacerdoti.»
Qualche dietro le quinte...
«Un caro amico mi diceva che era ai ferri corti con la perpetua. Un giorno le ha dato dei soldi
perché li mettesse con gli altri e lei ha chiesto a questo mio amico in modo sprezzante: e io cosa ne
faccio di questi soldi? Lui ha risposto: si compri una corda e si impicchi. Figuriamoci lo sdegno della
perpetua.
Oppure c’è un parroco che prima di partire per un viaggio ammonisce il prete giovane: ti
proibisco di mettere il sapone sulle scale. Temeva per la perpetua.
L’ultimo episodio riguarda un caro amico arrabbiato dopo l’ultimo litigio con la perpetua. Preso
da una rabbia folle, scende in giardino, nota un gatto vicino alla gabbia di bengalini della perpetua e
glielo butta dentro. Il gatto, un po’ spaventato e un po’ spaesato, comincia a far strage di bengalini. La
perpetua sentito il trambusto scende subito e vede il disastro. Il mio amico prete le dice: glielo dico
sempre di chiudere bene la porticina della gabbia.»
Ci giro largo e ci torno perché voglio capire se la famiglia d’appoggio nasconde qualcosa.
«Questa famiglia è straordinaria, vanno a messa tutte le mattine, fanno molto per la parrocchia.
Avevano un cammino di fede molto intenso anche prima che io arrivassi. A loro mi rivolgo anche se ho
bisogno del sostegno della preghiera. Sono certo che nei momenti importanti della mia vita loro
pregano per me, e naturalmente io prego per loro.
Ogni sera, mi dicono, prima di andare a letto si radunano tutti in salotto dove c’è un grande
crocifisso, si mettono in ginocchio e pregano per me, per la loro famiglia, per le persone care e per tutte
le necessità. Non capita spesso di trovare queste famiglie, io mi ritengo fortunato e per me è un grande
aiuto.
Le donne hanno una delicatezza, un modo di affrontare le situazioni e una sensibilità
straordinarie.»
Finalmente.
«Non so come mai, ma più ancora che con il marito, che comunque è coinvolto anche lui, con
questa signora ci siamo capiti subito, abbiamo un’intesa straordinaria e allo stesso tempo un rispetto
immenso. A questa signora io confido molte cose e lei mi dà veramente dei consigli saggi, anche per
quanto riguarda le cose più intime e delicate.»
Una compagna spirituale?
«Una madre spirituale.
Spesso parliamo dei nostri problemi, lei dei suoi, di suo marito, dei suoi figli, cosa che mi aiuta
a fare il prete e a capire i problemi delle famiglie di oggi.
Come mamma è molto abile a capire, dall’espressione del viso, quando ho qualche cosa che mi
preoccupa.
Con lei mi sento libero. Essendo del paese, conosce persone e situazioni, anche se io spesso non
faccio nomi. Il segreto confessionale è sacro. Se una famiglia è in difficoltà o dei figli hanno qualche
problema, chi meglio di una madre di famiglia può risolvere queste situazioni? Comunque vediamo
insieme le decisioni da prendere. La maggior parte delle volte sono problemi e difficoltà miei: problemi
di rapporti fra preti, problemi con qualche persona della parrocchia, perpetue comprese, oppure
semplicemente riguardanti un vestito da prendere, un acquisto da fare. Gli argomenti sono i più vari.»
Intimità? Malizia? Sentimenti? Desideri inconsci?
«Fra me e lei, almeno da parte mia, ma sono sicuro anche da parte sua, non c’è nessun interesse
di carattere sentimentale, men che meno sessuale.
Fra l’altro questa signora è molto intelligente. Lei legge moltissimo e io sono particolarmente
affascinato dalle persone che sanno affrontare e discutere di tutti gli argomenti. Ricordo una volta che
insieme abbiamo affrontato la questione di un prete che aveva lasciato il ministero. Lo conoscevamo
entrambi. Abbiamo discusso a lungo. Lei ha fatto una analisi molto accurata dei rischi che può correre
un prete giovane e dell’attenzione che deve avere quando ha a che fare con le donne.
Mi rendo conto che è sempre più vero che certe ragazze sono micidiali nello stuzzicarti, nel
mettersi in mostra, nel coinvolgerti nei loro problemi per poi dirti frasi del genere: nessuno mi capisce
come te. Oppure: come farei senza di te.
E tu, povero pretino inesperto e poco smaliziato, ci cadi come una pera cotta. Se poi questa
ragazza è anche carina, è fatta.
Il diavolo come leone ruggente è sempre in giro cercando chi divorare, recita la Scrittura. E poi
un prete deve coltivare la vita di preghiera. Un vescovo ha detto che la preghiera è il preservativo della
vita del prete. Questo non scriverlo, è solo per farti sorridere, ma è successo veramente.»
La linea del cerchio si ricongiunge.
Lui. L’amico. Il compagno di seminario. Il traditore.
Lui che oggi è oggetto di invidia? Ossessione?
«Questa vicenda triste e amara ha segnato la mia vita di uomo, di cristiano e di prete. Mi rendo
conto che don Maurizio mi ha usato, sfruttato, rovinato l’esistenza, e quando è stato stufo, con l’aiuto
dei superiori, mi ha tolto di mezzo.
Come mi sento? Anzitutto pieno di rabbia nei suoi confronti.
Rabbia per come mi ha trattato.
Rabbia per le balle che mi ha raccontato.
Rabbia perché lui è rimasto in una bella parrocchia anche grazie al mio operato, e io sono stato
mandato in un sobborgo della città, pieno di problemi e con tutto da creare. Inoltre ho dovuto cambiare
tutte le mie abitudini e il mio stesso modo di pensare, con una difficoltà fisica e psicologica non
indifferente.
Rabbia per tanti motivi. Spesso mi chiedo: e i superiori dove sono? Dato che sono
abbondantemente a conoscenza della situazione, perché non intervengono?
Rabbia mista a invidia. Sono consapevole che è un cattivo modo di ragionare, soprattutto da
parte di un prete. A uno che si comporta così, perché vanno tutte lisce? Non sto qui a tentare una
spiegazione spirituale.
Rabbia per la vita d’inferno e per i bocconi amari che ho dovuto mandar giù in tre anni di vita
con lui, sotto lo stesso tetto.
Rabbia per le bugie che ancora oggi, quando ci vediamo, continua a raccontarmi.
Rabbia soprattutto per quella santità che lui ostenta e che non c’è. Per tutte le volte che di fronte
a una mia battuta un po’ maliziosa lui si meravigliava, anzi mi guardava con senso di superiorità
dicendo: non ti vergogni di dire queste cose?
Mi si potrebbe dire: i tuoi pensieri, il tuo modo di ragionare e di agire non è cristiano. Ne sono
consapevole, ma faccio fatica a pensare diversamente.
Ancora adesso mi chiedo come ho fatto a resistere, a far finta di niente, a celebrare con lui
sapendo certe cose. Celebrare la messa e pensare a ciò che aveva fatto la sera prima. Bere dallo stesso
calice con la consapevolezza che...
Io mi ritengo un peccatore, ma c’è un limite oltre il quale è meglio non andare. Ci sono persone
che vengono a confessarsi da te. Ci sono persone che ti raccontano le cose più intime e spesso
sconvolgenti della loro vita, e te le raccontano con una fatica tremenda, ma sono certe che tu sei un
uomo di Dio, che si possono fidare di te, che tu, in qualche modo, sai gestire le difficoltà e le fatiche,
che tu vivi il Vangelo. Come si fa a vivere una vita senza regole, una vita indecente che segue gli
istinti?
Come si fa a restare tranquilli sapendo che tanti preti pregano, soffrono e offrono la loro vita per
il Vangelo, mentre tu pensi a divertirti con mezzi e azioni a dir poco fuori dalle regole, abbracciando
ciò che la tua Chiesa condanna?
Mi sono proposto, quando ci incontriamo, di comportarmi con lui come se niente fosse.
Esteriormente ci riesco, ma dentro bolle sempre un vulcano.
Non so se il tempo riuscirà a levigare e a smorzare i miei pensieri.
A volte sono sereno, mi dico: va bene così, anche questi sono segni della Provvidenza e mi
hanno insegnato qualche cosa.
A volte non riesco a perdonare e penso alla vendetta.
Spesso ci prego sopra, prego per lui. Non so quanto sia sereno, non so quanto gli vada bene la
vita che sta facendo. Alla sera, ma spesso anche durante il giorno, mi ritrovo a pregare.
Insisto con Dio che doni la serenità a me e la redenzione a lui.»
Trentasei
La domenica successiva vado in chiesa da don Maurizio. Sono i primi giorni di novembre.
Aspetto la fine della messa e gli vado incontro.
Indossa camicia e pantaloni scuri.
Mi presento, gli ricordo la nostra telefonata di qualche giorno prima.
«Sì, Alessandro, mi ricordo. Da dove vieni?»
Sono della provincia di Padova.
«Andiamo in casa, è un problema per te?»
No, nessun problema.
Usciamo dalla chiesa e svoltiamo a destra verso la canonica. Alcuni ragazzi lo fermano,
chiacchierano, si danno il cinque.
Torna verso di me.
«Eccomi qua.»
Lo seguo fin dentro il suo ufficio.
L’ambiente mi colpisce. Su un ripiano ci sono giochi di ogni tipo: bambole, soldatini, macchine
modello Formula Uno radiocomandate.
Tutto in rigoroso ordine.
La sensazione è che siano dei soprammobili, più che degli oggetti a disposizione dei bambini
che frequentano la parrocchia. Sopra, la foto del papa. Sembra quasi che abbia il compito di custodire i
giochi. Anche la scrivania è molto ordinata. Fogli bianchi da una parte. Tre penne, una rossa, una blu e
una nera, su un portapenne etnico. Un evidenziatore rosa e, in mezzo, il computer spento.
Ordine. Dentro l’ufficio di don Maurizio tutto è perfettamente in ordine. Perfino i libri nelle due
librerie a muro sembrano sistemati in base alla grandezza. Anche in questo caso, come per i giochi,
sembra stiano lì più per bellezza che per essere letti.
Mi fa accomodare sulla sedia davanti alla scrivania e si siede accanto a me.
«Vieni spesso da queste parti?»
No. Ci sono capitato per via del mercatino.
«Dimmi, raccontami.»
Io son venuto qua, insomma, perché ho un cattivo rapporto con la confessione. Nel senso che
credo... insomma, non mi è mai piaciuta, fin da bambino. Il mio è un giudizio personale. Un giudizio
maturato anche nel corso dei miei studi. Sono laureato in storia. L’ho sempre trovato un sacramento
inutile. Nel senso che cercavo un rapporto diretto con Dio.
Don Maurizio tace. Ascolta. Mi scruta.
Due anni e mezzo fa è mancato mio padre. Per una grave malattia che mi ha fatto arrabbiare
tanto. Ha avuto un tumore al fegato, lui che non ha mai toccato una goccia d’alcol. E questa cosa l’ho
vissuta come una beffa, perché vedo gente che beve un sacco e non ha niente.
Capirà anche lei che il tumore al fegato, almeno nel 90 per cento dei casi se non di più, è
provocato dall’abuso di sostanze alcoliche. Avere un padre che si ammala e poi viene distrutto da una
malattia...
Alla fine pregavo il Signore perché se lo prendesse, non riuscivo a vederlo in quello stato. Lui
che mi è sempre stato vicino, che è stato un uomo forte, vederlo in quello stato...
Don Maurizio tace. Ascolta. Si muove sulla sedia. Sembra nervoso.
Io sono cresciuto con mio padre e il momento della messa è sempre stato un momento
importante per la mia famiglia. La domenica me la ricordo come un giorno di festa, in cui mangiavamo
tutti insieme. Un giorno il cui punto di partenza era la messa.
Insomma, provengo da una famiglia molto cattolica, ma dalla morte di mio padre non vado più
a messa.
Non so per quale motivo sono entrato in chiesa, domenica scorsa. Ho sentito forte il richiamo,
mi sono sentito spinto da qualcosa, da qualcuno, forse dal suono della campana che ho percepito in
maniera diversa rispetto alle altre volte.
Don Maurizio tace. Ascolta. Accavalla una gamba sull’altra. La riporta subito giù.
Per cui sono entrato. Da due anni e mezzo non frequentavo chiese e non mi confessavo.
L’ultima volta mi sono confessato con il parroco che ha celebrato il funerale di mio padre, ma non la
chiamerei neanche confessione, la definirei più una chiacchierata. È successo nei giorni
immediatamente dopo la morte di mio padre, quando, come le dicevo prima, ero molto arrabbiato.
Credo di non avere ancora superato quel trauma. Non riesco più a sentire la voce di mio padre, non
vedo i suoi occhi. Ci sono delle volte in cui mi sforzo di ricordare il suono della sua voce e non sempre
mi riesce.
Don Maurizio tace. Ascolta. Tossisce.
Io le ho chiesto di confessarmi. Ho una vita normalissima, vivo con la mia fidanzata da un anno
e mezzo. Però, da qualche mese a questa parte, mi vergogno anche un po’ a dirlo, non riesco a capire se
mi sento attratto da chi non è diverso da me.
Amo la mia fidanzata, sento che lei potrebbe essere la madre dei miei figli, che con lei vorrei
costruire una famiglia. Una famiglia com’era la mia. Ma adesso mi trovo in questa situazione e non so
se quello che mi sta succedendo possa essere qualcosa di sbagliato.
Don Maurizio tace. Ascolta. Si pulisce gli occhiali. E io sto esaurendo l’ispirazione.
Ammetto di non aver mai avuto nessun tipo di contatto fisico con nessun uomo, però non riesco
a capire se ci sia dell’attrazione. Ho provato a parlarne con il mio terapeuta, che mi ha dato una visione
laica della questione e mi ha detto che non c’è nessun problema, che può capitare e che l’importante è
che io stia bene con me stesso. Ma io in questo momento non sto bene con me stesso, perché non so
cosa mi stia succedendo. Non so se mi sono spiegato... Forse ho parlato anche troppo. Anche perché
mi vergogno parecchio.
Don Maurizio c’è. È vivo. Risatina isterica.
«Non preoccuparti, tutto quello che hai detto resta qui. Credo che la prima cosa da fare sia di
capirsi e volersi bene. Sono difficoltà che vanno a toccare il nostro essere e non si può scherzare con
queste cose. Credo che sia bello averlo espresso, averlo detto, per cercare di capire cosa c’è che non
funziona. La prima cosa che mi viene in mente è che forse è legata alla perdita del papà. Finora hai
parlato sempre di lui.»
Sì, è possibile.
«È un rapporto che comunque ti manca. Però, sai, magari anche noi mancheremo ai nostri figli.
Ci sono delle cose che nella nostra mente, nel nostro essere, non scopriremo mai. Come mai ci
facciamo queste domande? Come mai siamo attratti...? Sicuramente bisogna andarci con cautela,
anche perché una vita con una ragazza ce l’hai.»
Sì, appunto. E a volte con lei mi sento... non falso, ma a disagio. Nel senso che, ok, la amo
tantissimo, ma cos’è questo tarlo che mi gira per la testa? Mi ha sempre affascinato la figura di
sant’Agostino, che all’inizio ebbe una vita dissipata, poi si convertì.
Don Maurizio tace. Ascolta. Tossisce.
Io non so... Ripeto, dal momento che sono cresciuto in una famiglia molto cattolica, se fossi
quello che... cioè, se fossi omosessuale... lo vedrei come una vergogna per la mia famiglia. Mi
domando, come verrebbe presa questa cosa dalla mia famiglia, dalla comunità, dal parroco che va a
mangiare da mia nonna una volta alla settimana? Mi trovo in una situazione in cui non so quale sia la
giusta direzione.
Don Maurizio tace. Ascolta. Tossisce.
Io non so, ma sento che ci sono uomini che suscitano dell’interesse in me, e potrebbe anche
essere un interesse terra terra...
Don Maurizio parla.
«Se posso, vorrei farti un paio di domande. Mi pare di aver capito, però voglio essere sicuro.
Questa cosa ti succede già da un po’ o è solo di quest’ultimo periodo?»
Di quest’ultimo periodo.
«Intanto mi hai detto che non hai avuto nessun problema e questo è importante, perché, sai,
tante volte io mi trovo con dei ragazzi che hanno subito abusi da parte di qualcuno, per cui la strada è
stata distorta e basta poco per salvare la situazione. Salvare... Scusa, ho usato una parola un po’
brutta... Per correggere la situazione. Poi c’è il caso di chi non si è mai sentito amato profondamente,
con il cuore, e questo provoca tante difficoltà. Magari ci è mancata una figura. Per esempio hai parlato
delle nonne... Magari la figura femminile per te è stata molto importante e adesso, mancando tuo papà,
emerge in te questa componente... Sono tutte piccole postille che butto lì per provare a capire la
situazione.»
Nessun abuso. Questa è una cosa dell’ultimo periodo.
«Di questi ultimi mesi...»
Sì, di questi ultimi mesi.
«Senti, sei troppo preoccupato per questa... posso non chiamarla omosessualità? Per questa
vicenda. Non ti sto dicendo che è sbagliato. Guarda che il male ci vuole ingannare. Ce lo dice la
scienza... C’è una parte maschile e una femminile. E poi nella creazione diventiamo uomo o donna.
Ma non la perdiamo comunque, quella parte di femminilità. Pensa che la Genesi, nella versione ebraica
della Bibbia, chiama la donna "uoma". La mia paura è che tu invece sia talmente preoccupato che hai
cominciato a lasciare che il male prenda tutte le decisioni...»
Sento che non sono libero nelle scelte. Mi trovo in enorme difficoltà.
«Io sono convinto che quel problema lì non esista, è poco solido... C’è qualcos’altro che non ci
siamo ancora detti. E non tocca a me dirlo. Quella lì è una preoccupazione, sei ossessionato da questa
cosa. Anch’io qui ho tanti ragazzi, tanti giovani... Ho veramente dei bei ragazzi, anche maschi. E tante
volte a dirlo... sembra quasi che... sai che il tabù non è tabù, che va bene tutto. Ma nella nostra
confusione, c’è anche la preoccupazione di dire: la mia famiglia, la parrocchia, la comunità...»
Non ci ho capito nulla di nulla. Ma che diavolo vuol dire?
Anche don Maurizio è nervoso. Non sta mai fermo mentre parla. Gesticola. Adesso si porta la
mano sinistra sopra la patta dei pantaloni. L’altra, la destra, me la posa sopra il ginocchio.
Ho quasi la sensazione che aspetti di sentirsi dire che sono lì per lui. Perché è bello. Magari è
solo una sensazione. Nulla di più. Non me la sento di scoprire se sia fondata.
Don Maurizio continua.
«Poi c’è un aspetto che per me non va sottovalutato, che è quello della fede. Perché questi due
anni di assenza? Prima mi hai detto che sei, tra virgolette, un po’ arrabbiato con Dio.»
Sì, senza virgolette.
«Questo staccarsi dalla fede ha creato in te un’insicurezza.»
Io sono molto figurativo. Mi sento come una barchetta, una barchetta piccola, in mezzo al mare.
«Ti faccio una domanda. Ma tu ti senti amato da Dio?»
Non credo di riuscire a rispondere. Mi sento in confusione.
«Voglio essere chiaro, se andando avanti nel cammino scopri che questa cosa è vera, sappi che
seguo altre persone come te, non sei il primo... Ecco, con loro il problema è l’accettazione di sé, il
volersi bene. Il problema c’è, ma bisogna capire come viverlo. Poi, su cinque o sei casi, solo due sono
effettivamente veri, per quanto riguarda gli altri, magari sono stati dei colpi così, degli attimi di
sbandamento, e non c’è da preoccuparsi.»
Il problema è accettarsi. Io posso accettarmi? In questo momento non so rispondermi.
«Quello che mi crea grandissimi dubbi è che ti succeda una cosa così a trent’anni, che prima
non ci sia mai stata. Allora, andiamo con molta calma...»
Don Maurizio ride. Risata isterica.
«Facciamo in modo che non diventi il problema più grave della vita, il problema che comanda
la vita.»
Probabilmente in questo momento è così.
«Lasciamo da parte il giudizio, prima scopriamo se lo sei veramente.»
Non ho avuto il coraggio di dirlo a nessuno tranne che a lei.
«Va bene che tu l’abbia detto a me, va benissimo. Ma poi, prima di esserne sicuri, insomma...
ho un ragazzo che lo è veramente...»
Don Maurizio ride. Risata isterica.
«...Vabbe’, la vita che ha avuto, le relazioni, un caos... A lui ho consigliato di non dirlo... non
ancora... perché è giovane, perché ha una famiglia che creerebbe disastri enormi.»
Io credo che la mia famiglia mi starebbe vicino...
«Ma certo, però continuiamo a parlare di questa cosa che ancora non conosciamo. Continuiamo
a chiamarla omosessualità, però io, scusami, ma sono molto... preferisco fare dieci passi in meno che
non rompermi le gambe... o fasciarmi la testa prima del tempo. Ci sono anche dei punti di forza che ci
possono aiutare a capire. Perché mi suona male che uno che nell’adolescenza, nella giovinezza...
vabbe’, è vero che eri protetto. Lo dici tu stesso...»
Il problema...
«Anche fosse un problema, io non andrei... Poi hai una ragazza, insomma...»
Comunque sia la ringrazio. Per me è stato difficile.
«Ricordati che i primi a essere salvati dobbiamo essere noi. Vivere da salvati, tradotto, vuol dire
essere felici.»
Don Maurizio mi invita a un incontro che si terrà il fine settimana successivo.
«Ti lascio l’invito, è una cosa straordinaria che faccio per te... Vieni da Padova, mi telefoni,
vuol dire che lo Spirito sta muovendo qualcosa...»
Mi dice di avvisarlo per tempo.
«Questo potrebbe essere un inizio, poi ci sono anch’io.»
Si passa ancora la mano sulla cerniera dei pantaloni.
«Devi mangiare?»
Siamo in piedi, mi mette una mano sulla spalla.
«Se ti vuoi fermare non è un problema...»
No. Grazie mille, grazie per la chiacchierata.
«Quando vuoi, un colpo di telefono e...»
Saluto. Esco.
Trentasette
Marzo 2010. Nel bel mezzo della tempesta mediatica internazionale per gli scandali legati agli
abusi di molti preti cattolici su minori, l’ottantacinquenne sacerdote e artista tedesco Sieger Köder,
forse il più noto pittore di arte sacra vivente in Germania, se ne esce con un dipinto irriverente.
Titolo dell’opera: La lavanda dei piedi.
Gesù è ritratto di schiena, chino su una bacinella d’acqua al cospetto di Pietro. Fino a qui niente
di strano, se non fosse che vari elementi iconografici, dalla posizione della testa del Cristo
all’immagine della sua bocca aperta riflessa nell’acqua, ha portato molti osservatori tedeschi a pensare
che a impegnare i due non sia tanto un’abluzione quanto un rapporto orale.
Versione rafforzata da un altro particolare: seminascoste, ma riconoscibili tra le pennellate del
dipinto, le lettere della parola Sex sembrano confermare la lettura hard del quadro.
Tanto che il fervente cattolico americano Michael A. Calace, nel documentario Rape of the Soul
è arrivato a definire il dipinto di Köder «la prova lampante dell’esistenza del demonio, che sceglie
uomini di Chiesa per screditare dall’interno l’istituzione di Cristo».
C’è da dire che Sieger Köder ha speso una vita a compiacere la Chiesa di Roma, almeno dal
punto di vista artistico. Tanto da meritare la promozione a monsignore da parte di Giovanni Paolo II.
Ragion per cui questa sortita così poco ortodossa ha suscitato tanto più clamore.
Cosa può averlo spinto a una svolta così radicale? Non è dato saperlo. Köder non parla e non
rilascia interviste.
Gli organi di stampa tedeschi hanno avanzato questa ipotesi: Köder si sarebbe voluto togliere un
sassolino dalla scarpa e denunciare, a fine carriera, l’ipocrisia delle alte gerarchie vaticane su un
argomento, l’omosessualità di molti preti, che per la maggior parte dei cattolici tedeschi ha smesso da
tempo di essere un tabù.
Da almeno quindici anni in Germania, sui giornali e in televisione, c’è un grande dibattito
sull’orientamento omosessuale di molti sacerdoti.
A rompere il ghiaccio, nel novembre 1996, provvede la «Süddeutsche Zeitung» con un articolo
dal titolo Rompere il silenzio, firmato dal prete cattolico Hanspeter Heinz, professore di teologia
pastorale all’università di Asburgo, in Baviera, secondo cui la percentuale di sacerdoti omosessuali si
aggira attorno al 20 per cento.
Il suo articolo suscita un vivace dibattito che porta alla nascita dell’organizzazione HuK
(Omosessuali e Chiesa). Nello statuto dell’associazione si legge: «Definire la legittimità di un
comportamento sessuale sulla base della possibilità o meno di procreare, è discutibile e discriminatorio.
Corrisponde forse alla tradizione cattolica fino a oggi, ma non certo a principi cristiani. La Conferenza
episcopale tedesca farebbe bene a non sprecare lo spunto di riflessione e l’occasione di dialogo offerta
dall’articolo del professor Heinz, e a evitare di arroccarsi dietro principi morali che, ci sembra, in
nessun modo recano traccia dell’amore di Cristo».
L’analisi di Hanspeter Heinz ha di fatto spinto la Germania su una strada senza ritorno.
Nel numero 18 del 1997, il settimanale «Der Spiegel» sferra un altro pugno allo stomaco della
Chiesa cattolica. Tre sacerdoti omosessuali tedeschi, protetti dall’anonimato, raccontano le loro vite
sospese tra menzogne e realtà.
Le loro parole toccano il cuore. Ecco alcuni estratti.
«Ho avuto una conversazione con il mio vescovo riguardo alla mia omosessualità. Per lui il mio
coming out è suonato come una novità e ha saputo reagire bene. Il problema è per me un altro: se il
fatto dovesse divenire di dominio pubblico, non avrei più alcuna chance di poter continuare il mio
lavoro di pastore di anime. Dovrei fare le valigie e togliere il disturbo.»
«Con amici e parenti parlo del mio orientamento sessuale. Lo accettano senza riserve. Per i
sacerdoti più anziani è diverso, hanno paura ad aprirsi. Anch’io del resto ho molta paura di perdere il
lavoro che amo. Per questo ho deciso di rimanere nell’ombra. I tempi non sono ancora maturi.»
«Nella mia precedente parrocchia lo sapevano diverse persone. Ero stato io, però, a scegliere a
chi dirlo e a chi no, basandomi sulla fiducia.»
«Ho messo a fuoco di essere omosessuale solo dopo l’ordinazione. Fino a quel momento ero
riuscito a reprimere tutto dentro di me. Del resto non avevo nessuno a cui parlarne.»
«Accettare la mia omosessualità all’inizio non è stato facile: ero afflitto da un forte senso di
colpa, convivevo con la sensazione che in me ci fosse qualcosa di sbagliato. Poi queste difficoltà
iniziali si sono rivelate una ricchezza. Oggi, grazie a quel percorso interiore, credo di disporre di una
sensibilità speciale nei confronti delle altre persone, che non riscontro in molti miei colleghi
eterosessuali. Soprattutto quando si tratta di alleviare dei forti sensi di colpa.»
«No, i miei parrocchiani non sanno che sono omosessuale, anche se alcuni di loro percepiscono
in me una forza che altri preti non hanno.»
«Il teologo pastorale di Asburgo, Hanspeter Heinz, ha pubblicato un articolo nel quale stima che
il 20 per cento di tutti i sacerdoti sia omosessuale. Credo si sia sbagliato. Per difetto, e di molto. La
Chiesa rappresenta una società for men only, e questo spiega, almeno in parte, perché molti
omosessuali ne siano attratti. Farne parte fornisce un’ottima copertura pubblica a coloro che non
desiderano avere una donna al proprio fianco.»
«Il celibato sacerdotale rappresentava per me in quel momento un’ottima scappatoia per non
confrontarmi con l’argomento della mia omosessualità.»
«Ricordo che all’inizio mi arrabbiavo molto quando mi veniva chiesto se esistesse un qualche
rapporto di causalità tra il mio orientamento omosessuale e la decisione di prendere i voti. Oggi posso
dirlo con serenità: la mia omosessualità è responsabile almeno al 50 per cento.»
«La posizione intransigente della Chiesa ha come unico risultato quello di condurci alla
schizofrenia. Da un lato ti consentono di essere omosessuale, perché così è stato deciso da Dio, ma
dall’altro non ti permettono di vivere come tale.
Conosco preti che vivono la propria omosessualità in forma anonima, per esempio frequentando
saune per incontri. Poi sul pulpito, per allontanare ogni sospetto, si trasformano in predicatori
ipermoralisti e omofobi.»
«Non se ne parla, ma ci sono stati alcuni casi di sacerdoti cattolici morti di aids. Ecco un altro
tabù che la Chiesa deve ancora infrangere.»
«Sì, credo che molti vescovi tedeschi siano omosessuali.»
«La posizione della Chiesa sull’omosessualità si discosta dal messaggio di tolleranza di cui si
fece portatore il Cristo. Credo che noi preti omosessuali abbiamo il compito di riscoprire questo
messaggio nella sua autenticità. Questa almeno è la missione che sento di avere in seno alla Chiesa.»
Qualche anno più tardi, nel 2002, in Gran Bretagna, Channel 4 manda in onda un documentario
dal titolo emblematico: Finocchio e cattolico.
L’autore è Mark Dowd, ex frate francescano diventato giornalista. Omosessuale, Dowd firma
documentari andati in onda da BBC e Channel 4.
Nel documentario, una coppia di ex seminaristi inglesi racconta il periodo vissuto all’interno del
Venerable English College di Roma.
Davanti alle telecamere i due ricordano la vivace attività sessuale che aveva luogo tra quelle
mura, compreso un divertente siparietto: due ex compagni che fanno sesso al ritmo delle canzoni dei
Take That.
Il lavoro di Dowd punta molto sui seminari.
Tra le sue fonti c’è il reverendo Kevin Haggerty, rettore del seminario di St John, nel Surrey, il
quale afferma con cognizione di causa che un numero cospicuo di seminaristi è gay. Padre Donald
Cozzens, rettore del seminario di St Mary, stima invece che il 50 per cento dei preti abbia una tendenza
omosessuale.
Lo stesso Cozzens, nel libro Changing Face to Priesthood, afferma che il numero dei preti
omosessuali all’interno della Chiesa cattolica è talmente alto che quella del sacerdote si sta
trasformando in una professione gay.
Invito Dowd per un caffè alla British Library di Londra.
Gli chiedo di Haggerty.
«Da quando abbiamo diffuso il documentario, è scomparso. Non sono più riuscito ad avere sue
notizie.»
Parliamo del suo documentario.
«I due ex seminaristi ricevevano dai superiori attenzioni omofobiche. Poi però le stesse persone
che li apostrofavano con toni severi finivano nei festini romani. Il loro è un comportamento
schizofrenico: nascondono la loro omosessualità, si dimostrano molto critici e negativi verso i
comportamenti vagamente omosessuali, perché vivono un forte conflitto interiore, in quanto anch’essi
sono omosessuali.
Se questo concetto è generalizzabile, vuol dire che più la Chiesa si dimostra a disagio di fronte a
questi temi, più le persone ai vertici delle gerarchie ecclesiastiche soffrono di grandi conflitti interiori
riguardo alla propria sessualità.»
Dowd traccia una relazione precisa tra omosessualità e clero cattolico: il celibato sarebbe stato
un rifugio per chi si è scoperto omosessuale tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta.
«Come afferma anche padre Cozzens, in quegli anni quando gli uomini si sentivano attratti da
altri uomini lo interpretavano come un segno della chiamata di Dio.
I parenti, gli amici, ti incontrano e ti dicono: hai trentadue anni e non sei ancora sposato. Non
vuoi una famiglia? Non vuoi dei bambini? Diventare prete mette al riparo da tutto questo.
Fino a quando la propria omosessualità provocherà un senso di colpa, il celibato del clero
cattolico verrà visto come una possibile via di fuga.»
Il lavoro di Dowd e le sue riflessioni si ispirano in parte agli studi di Elizabeth Stuart,
professoressa di teologia cristiana all’Università di Winchester, nonché fondatrice del Centro per gli
studi sulla cristianità e la sessualità,
La Stuart è stata tra le prime a indagare la relazione tra omosessualità e clero cattolico.
Nel 1992 pubblica un libro, Chosen, dove raccoglie le storie di una decina tra preti e seminaristi
che raccontano la loro vita da omosessuali all’interno della Chiesa cattolica.
Ecco padre Brian, seminarista: «Nel mio primo anno in seminario, un compagno mi disse che
era attratto da me. Alla fine, dopo un anno nel quale non siamo andati oltre la masturbazione reciproca,
la nostra relazione si è evoluta fino a includere la penetrazione anale, sebbene sempre protetta dal
preservativo».
E padre Simon: «Nel periodo di relazione con un’altra persona il mio sacerdozio non ne ha
risentito».
Al termine del libro la Stuart fa il punto: «Nessuno si è detto a suo agio con il celibato, molti
hanno ammesso un’attività sessuale dopo l’ordinazione, alcuni l’hanno avuta anche prima, nove di loro
sono sessualmente attivi, quattro si sentono in colpa, cinque dicono che questo ha migliorato la loro
attività pastorale, due si masturbano sentendosi per questo in colpa».
Raggiungo la professoressa Elizabeth Stuart al telefono.
Le sue riflessioni su fede e sessualità l’hanno spinta a sposare quel filone di studi teologici che
va sotto il nome di Queer theology, teologia del finocchio.
«La sessualità di ognuno, così come il suo genere, non è una categoria che dovrebbe interessare
la teologia. Dalla prospettiva di Dio, la tua sessualità e il tuo genere non dicono chi sei.
Questo potrebbe essere il messaggio della Chiesa al mondo, un mondo ossessionato dalla
sessualità e dai generi. Invece, il messaggio è: l’orientamento sessuale definisce chi sei.
Al contrario, per la Queer theology sessualità e genere non sono categorie stabili per definire
chi sei. Se solo questo messaggio potesse passare, cambierebbe tutto. Non saremmo più interessati al
fatto che una persona sia omosessuale o meno, diventerebbero parole senza più alcun significato.»
Altra questione, quella del celibato del clero cattolico.
«Nella Chiesa romana il celibato non è una questione di dottrina, ma di disciplina.
Io credo che funzioni meglio quando il clero si può aspettare di essere supportato nel suo voto
di castità. Di non essere lasciato solo. Questo però non accade.
Il tema dell’omosessualità è emblematico: poiché la Chiesa non riesce ad affrontarlo, i preti che
hanno un orientamento omosessuale sentono che non possono parlare apertamente ai loro superiori
delle sensazioni e dei conflitti che vivono. Non ci sono quindi i presupposti per creare un ambiente in
cui sia facile resistere.
Questo vale sia per i gay, sia per gli eterosessuali. Se vuoi chiedere al tuo clero di rimanere
celibe, devi creare il giusto ambiente per farlo. Questo non solo non accade, ma a volte sembra che le
direttive del Vaticano rendano ancora più complessa la vita del clero cattolico.
Per la Chiesa è molto difficile mantenere una posizione coerente sul celibato, se allo stesso
tempo apri le porte ai preti anglicani sposati e alle loro famiglie.
Non solo: anche predicare una teologia del matrimonio molto positiva non aiuta.
Fino agli anni Cinquanta la vocazione per eccellenza era la chiamata alla vita religiosa. Oggi,
invece, è stata introdotta una teologia della famiglia molto più positiva, più di quanto la Chiesa abbia
mai fatto. Per un prete deve essere molto difficile udire la Chiesa glorificare il matrimonio, aprire le
porte ai preti anglicani già sposati, ma allo stesso tempo sentirsi dire: no, questo non è per te. Sono due
messaggi difficili da far coesistere.»
Trentotto
Lettera di un seminarista inviata all’associazione onlus diretta da Marco Marchese.
«Ricordo mio padre, prima che morisse, diversi anni fa. Diffidava della Chiesa e non voleva
avere a che fare con i preti. Aveva avuto le sue amare esperienze che non riusciva a comunicarmi né a
superare.
Avrebbe voluto che anch’io fossi come lui, ma io avevo ancora una psicologia adolescenziale,
volevo fare di testa mia senza ascoltare gli altri.
E così fu.
Mio papà ci lasciò e io abbandonai la famiglia per entrare in seminario.
Avevo mitizzato una certa idea di prete e pensavo di essere tagliato per quel mondo. Ma non ci
misi molto ad accorgermi che il mondo ecclesiale era una realtà tutt’altro che mitica.
La struttura seminariale nella quale entrai, in una diocesi dell’Italia del Nord, accoglieva a quel
tempo una quindicina di seminaristi. Di fatto non offriva alcun preciso riferimento su come doveva
essere un prete. A parte le lezioni e qualche conferenza spirituale, i seminaristi erano lasciati a se stessi.
Il sabato e la domenica erano dedicati alle attività nelle parrocchie e, paradossalmente, alcuni
parroci si aspettavano che il seminarista avesse molte risposte, che fosse quasi del tutto formato e
avesse grandi risorse per vivacizzare gli ambienti parrocchiali.
Chi doveva formare chiedeva il prodotto già formato.
Constatai l’esistenza di un vuoto incolmabile tra quello che veniva chiesto e quello che un
seminarista come me poteva dare.
Quello che mancava non era tanto la semplice formazione intellettuale, ma qualcosa di più
grande e prezioso: la formazione umana.
In un seminario di quindici ragazzi abbandonati a se stessi, in cui la stessa figura del direttore
spirituale era più formale che reale, è ovvio che ognuno doveva fare da sé, come meglio pensava.
Così ognuno si ritagliava la sua figura individuale di prete sulla base del carattere e delle
propensioni.
C’era il meditativo, il riflessivo, l’impulsivo, il pio.
Ma c’era anche chi cercava avventure di tipo sessuale.
Ricordo che almeno sette erano omosessuali. Gli omosessuali non erano tutti "pericolosi",
qualcuno era anche molto maturo, rispettoso ed equilibrato. Solo dopo molti anni ho saputo che alcuni
ragazzi riflessivi e maturi erano omosessuali. E questo per una loro personale confidenza, non certo per
un loro comportamento sconveniente.
Qualcun altro però era un omosessuale "cacciatore", un’anima inquieta.
Appurai che i superiori, anche se non seguivano molto i seminaristi, conoscevano le
caratteristiche di ognuno. Di un caso specifico sapevano la pericolosità, ma non fecero granché.
Quando scoprii che questo ragazzo era pericoloso, mi rivolsi al vescovo diocesano. Non seppe
che dire. Rimase imbarazzato e senza parole.
Io dissi che era rischioso ordinare una persona così inquieta, che non si faceva alcuno scrupolo
nel cercare ovunque delle vittime pur di soddisfare i suoi appetiti.
Il rettore del seminario mi sgridò aspramente. Era arrabbiato perché costretto a rendere conto di
quello che avevo detto. Alla fine ero io quello che aveva colpa, ero io che ero diventato un impiccio.
Che soluzione adottarono? Siccome ormai in seminario si parlava di questo problema,
mandarono il ragazzo prima da uno psicologo e poi in una specie di ritiro spirituale: doveva rimanere in
un convento a due ore di macchina dal seminario.
Figurati. In quel convento il seminarista ossessionato dal sesso era libero di fare quello che
voleva. Poteva entrare e uscire a qualsiasi ora.
Capii che quello che contava di più non era la sostanza. Allontanando il seminarista era stata
salvata l’apparenza ed erano state messe a tacere le chiacchiere.
Arrivò il momento in cui il vescovo chiese al seminarista se voleva diventare prete. Lui disse di
sì, in seguito mi confidò che lo fece perché non aveva le palle per rifiutare.
Ma a quel punto fui io a rinunciare al cammino in seminario. Andai dal rettore e gli comunicai
la mia decisione. Lui non disse molto. Solo due frasi abbastanza significative: ricordati che non siamo
noi che ti abbiamo fatto uscire e non sputtanarci davanti a tutti.
Il seminarista continuò a comportarsi come sempre anche una volta diventato prete. Lo
spostarono da alcune parrocchie e infine, in seguito a gravi motivi, lo spedirono in un luogo apposito
per sottoporlo a una cura. Uscito di lì lo mandarono in un’altra parrocchia.
Nutro tuttavia molti dubbi sul fatto che questo prete possa fare a meno del sesso e vivere una
vita di castità. La sua sessualità era tale da spingerlo a cercare di continuo nuove avventure, creando
situazioni paradossali e scandali.»
In Canada si contano oggi sei seminari, in tre dei quali si parla inglese.
Per entrare si devono affrontare test psicologici, colloqui e valutazioni. Non solo al momento
dell’ingresso, ma anche alla fine di ogni anno.
L’obiettivo è quello di valutare il livello di maturazione dello studente e quanto sia in grado di
rispettare il voto di castità. La commissione scava nell’intimo del seminarista per capire che tipo di
spazio occupa il sesso nella sua sfera privata. Le domande più frequenti sono: per quanto tempo hai
frequentato qualcuno? Sei mai stato fidanzato? Sei mai stato abbordato da un ragazzo? Sei mai stato
abbordato contro la tua volontà?
Nonostante i controlli preventivi, in Nord America tre preti su dieci danno "segni di cedimento"
cinque anni dopo aver lasciato il seminario. Dopo dieci anni, tre preti su cinque soffrono di stress ed
esaurimento. La maggior parte presenta forme di ansia e depressione. I disordini di natura sessuale
rappresentano la minoranza dei casi.
In ogni caso, i preti in difficoltà vengono ricoverati nelle cliniche di riabilitazione.
Una delle più conosciute è il Southdown Institute, fondato nel 1965 dalla Emmanuel
Convalescent Foundation per rispondere ai bisogni di frati, preti e suore con problemi di dipendenza e
salute mentale.
Si trova ad Aurora, in Ontario, cinquanta chilometri a nord di Toronto. Può ospitare fino a
quaranta persone, uomini e donne, provenienti da tutto il Nord America.
Il team del Southdown, composto da psicologi, psichiatri, consulenti, guide spirituali, offre tre
tipi di servizi: clinico, neuropsicologico e vocazionale.
Sono previsti trattamenti intensivi per coloro che hanno subito o commesso abusi, che hanno
dipendenza da sesso, alcol, droghe, gioco, internet, stati d’ansia, obesità, disordini della personalità,
violazioni delle norme ecclesiastiche, disordine e stress post traumatici. A ogni paziente, dopo una
consultazione psichiatrica, viene assegnato un "direttore spirituale". Segue un periodo di cure che
prevede meditazione privata, terapie individuali e di gruppo, programmi di ginnastica, yoga, nuoto.
La maggior parte delle persone resta al Southdown dai due ai sei mesi, ma una volta uscita
viene seguita per circa un anno e mezzo attraverso contatti regolari ogni trenta giorni.
Negli ultimi cinquant’anni il Southdown ha curato più di quattromila religiosi, uomini e donne.
Oggi conta una trentina di pazienti, per lo più uomini, con problemi legati al rispetto del voto di
castità o alla masturbazione. L’età media è di cinquant’anni.
Uno dei veterani del Southdown Institute è Philip Dodgson, psicologo clinico e codirettore del
programma di valutazione. Dodgson lavora nella struttura da circa quindici anni ed è specializzato nella
diagnosi e nella cura di disturbi mentali, in particolare quelli legati alla sfera sessuale.
Il suo curriculum professionale è pieno di stellette. Dottore in psicologia all’Università di
Waterloo, in Ontario, membro della Canadian Psychological Association, dell’American
Phsychological Association e dell’Association for the Treatment of Sexual Abusers.
Riesco a parlare con lui al telefono.
Prima di iniziare la nostra conversazione, Philip Dodgson vuole essere chiaro su un punto. Per
lui quando si tratta di uomini e donne di Chiesa, una semplice relazione sessuale segreta è già un abuso:
«Un prete che ha un rapporto con qualcuno della sua parrocchia commette un abuso anche se i due
sono d’accordo».
Rispetto la sua opinione qualificata, ma non sono del tutto d’accordo.
«È un’inadempienza professionale e il segno di una cattiva condotta sessuale.»
Chiaro, però non riesco a inquadrare il tutto nella cornice dell’abuso sessuale.
«È una situazione identica a quella di un medico o di uno psichiatra con un paziente. È proibito
dalla legge. Quindi è un abuso. Certo, il prete è un uomo e come gli altri esseri umani ha istinti sessuali.
Ma deve vivere in castità. Ha fatto una promessa.»
Ma i preti vengono da voi di loro spontanea volontà?
«È raro che siano gli stessi interessati, in preda a rimorsi o sensi di colpa, a rivolgersi
all’istituto. Spesso viene chiesto il nostro intervento quando vengono scoperti.»
Scoperti da chi e a far cosa?
«Per esempio dalla segretaria della parrocchia che usa il computer e scopre che nella cronologia
di internet ci sono siti pornografici. O accade che il computer venga dato a un tecnico per fare delle
riparazioni e questo nota l’accesso a siti di questo genere o ad altro tipo di materiale. Altre volte ancora
è il capo della parrocchia o il vescovo che ci chiama per una valutazione circa la natura del problema.»
Chi sono i preti che finiscono in cura da voi?
«Spesso provengono da famiglie molto religiose con genitori-padroni che, quando i figli erano
adolescenti, hanno imposto restrizioni e regole rigide. Per esempio il divieto di uscire con una donna.»
Da una repressione all’altra.
«In questo modo la sessualità finisce con l’essere sottosviluppata e immatura.»
E quando prendono coscienza della propria sessualità?
«A una certa età, quando si pensa a cose come la morte e si traccia un bilancio della propria
vita. È in questo momento che cominciano a esplorare la propria sessualità.»
E quindi cosa fanno?
«Molti si attaccano a internet, dove è facile trovare materiale erotico. E lo si può fare di
nascosto. Fino a trenta o quarant’anni fa, per comprare certi giornali vietati ai minori dovevi andare in
un negozio o in edicola, esporti. Cosa decisamente imbarazzante per un sacerdote.»
I preti in cura da voi hanno relazioni normali, etero o omosessuali che siano?
«Molti preferiscono solo masturbarsi. Alcuni hanno rapporti con prostitute e per pagarle
arrivano a rubare dalla cassa della parrocchia. In genere sono persone con storie tristi e forti
esaurimenti nervosi. Spesso sono vittime di loro stessi. Perché non hanno raggiunto una maturità o uno
sviluppo sessuale tale da riuscire ad affrontare questi problemi. Devono scegliere tra il sacerdozio e una
relazione sentimentale che include anche una componente fisica. Non è una scelta facile. Soprattutto
per gli omosessuali.»
Chi sono le persone con cui intrecciano relazioni?
«Spesso si tratta di donne che lavorano in parrocchia, segretarie, persone con cui passano le loro
giornate. Oppure sono donne il cui matrimonio è in crisi o ragazze con le quali sono cresciuti, magari
ex compagne di scuola che hanno rivisto poi durante una messa. Appendono così l’abito talare al
chiodo e vestono i panni dell’amico.»
Tutto parte dal confessionale.
«Questo per noi è il classico caso di inadempienza professionale e quindi di abuso. Si comincia
sempre con un "padre ho bisogno di parlarle". Lei si confida, si sente meglio, ed è lì che il confine
viene oltrepassato. Queste relazioni sono consensuali, ma il prete è entrato in una situazione che
chiamiamo fiduciary, un termine legale per indicare lo stesso rapporto professionale che esiste tra
dottore e paziente.»
Un rapporto di fiducia.
«Sì. E anche se la donna dice "padre grazie per il suo sostegno" e lo abbraccia baciandolo, è il
prete che dovrebbe dire "no" e respingerla.»
Più facile a dirsi che a farsi.
«Ai preti dovrebbe essere insegnato come reagire in situazioni di questo genere.»
E chi glielo dovrebbe insegnare?
«Dovrebbero farlo in seminario.»
Invece non succede, ed eccoli da voi. Che approccio avete? Come vi ponete rispetto alla sfera
sessuale? Cercate di convincerli che è sbagliato avere istinti sessuali?
«Il nostro programma non consiste nel convincere qualcuno di qualcosa, ma nel cercare di
trovare la soluzione più giusta per il paziente.»
Mi faccia un esempio.
«Prendiamo un prete omosessuale che frequenta altri uomini conosciuti nei club. Spesso non
rivela loro di essere un prete, ma dice di essere un assistente sociale. Già questo dimostra che non è
adatto a una vita da single come quella di un prete. Sarebbe condannato a vivere in uno stato cronico di
tensione.»
Ma spesso queste persone cercano solo l’amore.
«È vero, molti di loro sono affamati d’amore, intimità e affetto. La pornografia o la
masturbazione non compensano queste loro mancanze, ma quando una persona è stressata e non si
sente a suo agio cerca qualcosa che la faccia stare bene. Il sesso viene visto come una sorta di fuga.»
Ma anche la masturbazione, che è un fatto privato, deve diventare uno spauracchio?
«Dal punto di vista medico non c’è niente di male nel masturbarsi. Ma la Chiesa lo considera un
comportamento sbagliato. La nostra clinica si concentra su come e perché il prete ha bisogno di
masturbarsi per soffocare o controllare la sua sessualità. Il nostro team gli chiede se è così che vuole
passare il resto dei suoi giorni.»
E basta questo per smettere?
«Magari continua a farlo, ma con meno frequenza, e non guarderà più materiale pornografico su
internet. Noi lo aiutiamo a sviluppare la sua spiritualità per essere capace di accettare i suoi limiti.»
Dopo che i sacerdoti sono stati in cura da voi, tornano in parrocchia e i problemi finiscono per
sempre?
«Nel caso di abuso su un minorenne non possono tornare a fare i preti. Tolleranza zero. I casi di
abuso su un adulto ripetuti nel tempo devono essere analizzati. Se l’abuso è cronico, i sacerdoti devono
lasciare la professione. Se è successo sporadicamente, dovranno rimanere sotto controllo secondo una
sorta di programma speciale.»
E per quanto riguarda la dipendenza da pornografia?
«In questo caso devono combattere la tentazione di ricadere nel vortice. Dovranno incontrare
regolarmente un supervisore, non dovranno tenere il computer nella propria stanza e saranno costretti a
installare filtri sul pc che impediscano l’accesso a determinati siti. Dovranno poi promettere di non
incontrarsi da soli con persone di sesso femminile. In alcuni casi potranno incontrare una donna, ma
solo a certe ore e in posti stabiliti, mentre non potranno andare a prendere un caffè con lei da soli.»
Mamma mia. Un prete non può più andare a teatro con un’amica?
«Se sono passati in clinica da noi, i sacerdoti sono tassativamente obbligati a dire di no. Questi
comportamenti non sono sbagliati in sé, ma possono farli cadere in tentazione, quindi in una relazione
sentimentale.»
Qual è la percentuale di ricadute?
«Difficile stabilirlo. Succede che dopo il programma il prete ricada nello stesso errore. In questo
caso lo facciamo ritornare e lo sottoponiamo a un altro trattamento. E alziamo il livello delle restrizioni,
per esempio gli vietiamo di assumere la responsabilità e la leadership della parrocchia o di gruppi della
diocesi. Ogni loro attività viene limitata e monitorata.»
Trentanove
L’argomento dell’omosessualità di una parte del clero cattolico torna con prepotenza alla ribalta
sulla stampa in lingua tedesca nel 2003.
Il motivo scatenante è il seminario della diocesi di Sankt Pölten, in Austria.
Lo scandalo esplode nell’autunno con il suicidio di un seminarista. Nel corso delle indagini da
parte della polizia, sugli hard disk di diversi sacerdoti e studenti viene trovato materiale porno gay. In
alcuni casi, addirittura pedopornografico.
Il 12 luglio 2004 la rivista «Profil» pubblica alcune foto che ritraggono il direttore del
seminario, Ulrich Küchl, e il vicedirettore, Wolfgang Rothe, nell’atto di baciare o toccare
ambiguamente dei seminaristi.
Ad alimentare lo scandalo pensa poi il vescovo della diocesi, Kurt Krenn. Il prelato dichiara alla
radio di aver visto con i suoi occhi una foto che ritrae Küchl nell’atto di intrattenere rapporti orali con
un uomo travestito.
Un putiferio senza precedenti per la Chiesa austriaca.
Un seminarista confessa: «All’interno del seminario regnava un’atmosfera gay. Le relazioni
omosessuali venivano vissute apertamente, a partire da quelle tra il direttore, il vicedirettore e alcuni
seminaristi. Se da fuori il nostro seminario appariva come una roccaforte di integrità e pensiero
conservatore, all’interno vivevamo immersi in un pantano morale».
Il quadro si completa nei mesi successivi, con l’emergere di ulteriori dettagli. Alcuni media
paragonano la vita all’interno del seminario del peccato agli «ultimi giorni di Sodoma». Orge tra i
seminaristi, colorate celebrazioni di matrimoni gay da parte del direttore e del suo vice, furiosi festini a
base di alcol e sesso fino a tarda notte. Al punto da costringere molti studenti a dormire sul pavimento
del piano terra per sfuggire al frastuono dei bagordi.
Certo è che lo scandalo di Sankt Pölten, con il fiorire di discussioni sulla stampa e alla
televisione, segna una tappa importante nella storia della relazione tra sessualità e Chiesa cattolica, e
non solo in Austria o nell’area di lingua tedesca.
Ciò che prima era un segreto, dopo Sankt Pölten diventa un fatto certo, di dominio pubblico:
l’omosessualità è molto diffusa tra i ministri di Dio.
Il giornalista Michael Brinkschröder scrive al riguardo: «Il prete, da Sankt Pölten in poi, ha
un’immagine omosessuale. Non si tratta, sia ben chiaro, di un’immagine felice, esaltata, gay, ma, al
contrario, di un’immagine tragica. Nei media viene ormai associato a una sessualità malata, perversa e
pericolosa, che può sfociare nella pedofilia e nell’abuso».
Anche la Chiesa irlandese, negli ultimi decenni, è stata travolta da una fitta serie di scandali. La
maggior parte dei quali a sfondo sessuale.
Casi rimossi con il passare del tempo ma sempre pronti a tornare a galla alla prima occasione.
Come è successo sul finire del 2010 in occasione del semplice arresto di un giovane per schiamazzi
davanti a un pub di Dublino.
Lui si chiama Ross Hamilton. Ha trentatré anni. Fa il modello e l’attore.
Conosce bene le maniere forti della polizia irlandese: è stato già arrestato per possesso di
cannabis, ubriachezza molesta e risse varie.
Tutto grasso che cola, per la stampa, perché ogni volta che Ross finisce nei guai i media ne
approfittano per ricordare la storia di suo padre: Michael Cleary.
Michael Cleary era un prete. Una figura molto in vista nella Chiesa cattolica irlandese. Non
aveva gradi, ma era popolare perché faceva il conduttore di un programma radiofonico e di uno
televisivo.
Insomma, un personaggio pubblico.
Cleary appare già nel lontano 1967 in un documentario, Rocky Road to Dublin, dove parla di
celibato. Senza peli sulla lingua, lui dichiara che preferirebbe avere una famiglia.
Fa ancora notizia quando confessa di avere provato tutte le droghe, a parte l’eroina.
Poi incide due dischi e viene ribattezzato il prete cantante.
Genio e sregolatezza. Per completare il quadro manca solo una donna.
Una donna che per la verità esiste, anche se è tenuta ben nascosta. Lei è Phyllis Hamilton, la
perpetua. Dalla loro relazione nascono due figli. Il primo viene dato in adozione. Il secondo, Ross,
rimane a vivere con la madre e padre Michael.
Quando compie dieci anni, Ross Hamilton viene a conoscenza dell’identità del genitore.
Poco dopo, padre Michael Cleary muore di cancro. La Chiesa permette a Ross e alla madre di
rimanere nella casa dove vivevano con il prete. Almeno fino al 2001, quando anche la madre muore e
le autorità ecclesiastiche chiedono e ottengono lo sfratto di Ross.
Cleary era buon amico di un’altra importante figura della Chiesa cattolica irlandese, Eamon
Casey, vescovo di Galway.
Il vescovo Casey predica e si batte contro il sesso prematrimoniale, l’aborto, i preservativi e
così via. Sotto sotto, invece, è molto libertino.
Nel 1992 la stampa smaschera la sua relazione con Annie Murphy, un’americana divorziata. I
due hanno anche un figlio, Peter. La Murphy dichiarerà in seguito che, durante la gestazione, Casey
aveva provato a convincerla a dare il bambino in adozione.
Travolto dallo scandalo, Casey rassegna le dimissioni da vescovo e parte missionario per
l’Ecuador.
Il «The Guardian» ha stimato che tra Gran Bretagna e Irlanda ci sono un migliaio di figli di
preti cattolici. In effetti basta pescare nella cultura popolare per avere una dimensione del fenomeno.
In Irlanda ci sono tre cognomi molto diffusi: McEntaggart, McEnespie e McNabb. Significano,
rispettivamente: figlio del prete, figlio del vescovo, figlio dell’abate.
Ma il clero irlandese è stato travolto anche dall’eco delle scappatelle di alcuni preti
omosessuali.
Un sabato sera del 1994, il corpo senza vita di padre Liam Cosgrove viene trovato nella sauna
di un gay bar di Dublino.
Il referto medico parla di attacco cardiaco. I giornali raccontano di un rapporto sessuale che,
presumibilmente, gli è stato fatale.
Un esponente del clero cattolico molto in vista si lascia andare a una battuta: mi solleva il fatto
che accanto a lui ci sarà stato qualcuno in grado di dargli l’estrema unzione.
Poco dopo, in un’intervista all’«Irish Times», il proprietario del locale afferma che tra i suoi
clienti abituali almeno venti sono preti.
Qualche anno più tardi sono invece i seminari a finire nell’occhio del ciclone.
Nel 2002 due ex seminaristi di Maynooth raccontano al «Daily Mirror» che insegnanti e
seminaristi «pagavano per fare sesso nei gay bar di Dublino e organizzavano festini che degeneravano
in scene da wild gay bar».
In breve tempo, il seminario in questione viene ribattezzato the pink palace, il palazzo rosa.
I fatti risalgono agli anni Novanta. Allora erano attivi dieci seminari. Nel più grosso c’erano
settecento studenti. Oggi ne rimane aperto solo uno, con soli settanta studenti.
Proprio Maynooth, il palazzo rosa.
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...
FINE Parte 2.